Di recente, dovevo recarmi per una riunione a Gerusalemme e un mio colga austriaco mi suggerisce l'
Ospizio austriaco. All’inizio resto basito, ma poi provo a seguire il mio istinto, mi appunto l’indirizzo e ci vado. Gerusalemme, la Città Santa, profumo d'Oriente, anice e incenso, a pochi metri gli uni dagli altri campanili e minareti, sinagoghe e cupole dorate, torri e mura merlate, religioni, popoli e lingue, che si sovrappongono, si contaminano, si capiscono e si odiano, in un quadrangolo ampio poco più di un chilometro quadro, ove tutto ha inizio e fine.
Ma a Gerusalemme adesso, soprattutto, si respira la guerra. Cammino tra i vicoli contorti del quartiere musulmano della città vecchia, anche se non ci sono turisti, vi è il solito vociare del mercato, profumi di spezie lontane e pane appena sfornato, il fascino dell’Oriente, ma anche tensione, militari e pattuglie armate ovunque. All’angolo tra la strada che conduce dalla seconda alla terza stazione della Via Dolorosa, trovo quasi d’improvviso
un grande palazzo con una scritta su pietra: «Österreichische Hospiz zur Heiligen Familie», l’Ospizio austriaco della Sacra Famiglia. Alzo lo sguardo oltre gli alberi e le piante del giardino e, in alto, sul tetto dell’edificio, sventolano due bandiere, quella austriaca e quella vaticana. L’intera struttura ha impronta architettonicamente viennese,
una sorta di avamposto asburgico in Terra Santa, siamo
a quattro minuti a piedi dalla grande moschea Al Aqsa, la spianata delle moschee e il tempio di Salomone, ci si stenta a credere. Ma la sorpresa maggiore è all’interno. Suonato il piccolo campanello e chiuso alle mie spalle l’imponente portone, entri nell’atrio, le spesse mura impediscono alle voci e al chiasso levantino di penetrare e, lasciato alle spalle il Medio Oriente, entri in
una Vienna di metà Ottocento, l’atmosfera diviene mielosamente retrò, come in un lento valzer.
Nella seconda metà del XIX secolo, quando l’Impero Ottomano iniziò la sua fase di sfaldamento, l’imperatore d’Austria chiese
una base in Terra Santa per l’accoglienza dei propri pellegrini. Fu fondato così nel 1854 l'Ospizio Austriaco della Sacra Famiglia dall'allora
arcivescovo di Vienna, che ne è ancora oggi il proprietario.
Dal 9 al 13 novembre del 1869 lo stesso imperatore
Francesco Giuseppe nel corso del suo viaggio per celebrare l'apertura del Canale di Suez, fu per alcuni giorni ospite all'Ospizio Austriaco.
Fu il primo monarca europeo a visitare la Terra Santa dalla fine delle Crociate. Dopo aver visitato i luoghi simbolo di Gerusalemme, nei giorni seguenti si spinse sino a Jericho, dove fu allestito un
summit tendato, organizzato dal Sultano in suo onore. Rimase il viaggio più lungo di Francesco Giuseppe di tutto il suo regno.
Poco prima del suo rientro a Vienna, Francesco Giuseppe diede indicazioni all’allora rettore Franz Horvath, che
l’Ospizio austriaco avrebbe dovuto alloggiare gratuitamente per le prime tre notti i pellegrini che si recavano in visita in Terra Santa e, a pagamento, solo a partire dalla quarta notte. Questa tradizione fu mantenuta per diversi anni, anche in funzione primaria di accoglienza e punto di riferimento per pellegrini cattolici non benestanti. Oggi, ovviamente, tale tradizione non è più in vigore e (putroppo) si paga sin dal primo giorno di arrivo. Fino al 1918 l’Ospizio del Pellegrino servì anche come residenza per il console d’Austria in Gerusalemme, ed ebbe funzione di protettore per i cattolici e per gli ebrei ashkenaziti. Nel 1939 l’Ospizio fu confiscato dagli inglesi in quanto «proprietà tedesca». Dopo il cessate il fuoco del 1948 tra il neonato Stato di Israele e i Paesi arabi di Egitto, Giordania, Libano, Siria e Iraq, l’Ospizio austriaco fu convertito dalle autorità giordane in ospedale civile. Solo nel 1985, l’ospedale giordano fu chiuso definitivamente e l’edificio restituito all’Austria e alle sue funzioni originarie.
Sono adesso davanti all’ingresso dell’Ospizio.
Il ragazzo che mi apre è di Salisburgo e, come gli altri addetti e addette, è un volontario, che da lunga tradizione austriaca permette tale esperienza ai giovani, che una volta potevano svolgere qui il
periodo di leva militare obbligatoria. Mi dice che deve uscire dal portone d’ingresso per rendersi conto di trovarsi a Gerusalemme.
Alla
reception, mi consigliano lo sguardo su Gerusalemme dalla terrazza dell’Ospizio. Salgo lo scalone e mi affaccio dall’ampio terrazzo, favorita dalla sua posizione nel cuore della città vecchia,
si spalanca davanti ai miei occhi tutta Gerusalemme, mentre il sole della sera dipinge di rosso moschee e minareti, chiese e campanili, cupole e antiche case. Ti senti al centro del mondo.
Poi scendo nell’area destinata a foresteria e si capisce subito che non ci troviamo semplicemente in una grande
guest house, ma anche in un centro culturale e punto di incontro. Si trova una
ricca biblioteca adornata in legno, inoltre, una ampia sala concerti, che mi dicono molto frequentata anche da ebrei, quando vi si tengono serata musicali, o conferenze.
Quindi, mi invitano nella
caffetteria a pian terreno, pare di entrare in una
Wiener Kaffeehaus.
Il nome è iconico: Café Triest, all’epoca il principale porto marittimo ed emporio commerciale dell’Impero asburgico. La polizza di carico mercantile via Trieste suonava in quel periodo famigliare in tutti gli approdi del Mediterraneo. Il cartello posto all’ingresso cita: «
Café Triest, dal 1864». Le luci ambrate, i tavolini con il ripiano in marmo e le sedie in legno,
alle pareti le immagini di Francesco Giuseppe e di una giovane principessa Sissi, accanto alla macchina per il caffè un crocifisso seicentesco, completano questo
microcosmo danubiano. La musica classica fa da sottofondo al seducente fascino della grandezza perduta.
Il Caffè Trieste rappresenta una sorta di cerniera cosmopolita storico-geografica e culturale tra Mondi all’apparenza lontanissimi. Nel salone della caffetteria, clienti sprofondati in sofà imbottiti di trapunte rosso scuro, leggono giornali e sfogliano riviste in tedesco, chi scribacchia, chi gioca a scacchi, insomma un punto di riferimento per austriaci o, più in generale, per
german speakers.
Il menù è riportato in tedesco e inglese, i prezzi in euro, siamo in Europa, lo
shekel israeliano non è qui contemplato. Accanto al mio tavolino siede una signora con un elegante cappellino in paglia, ordina
wiener schnitzel e
kartoffel (cotoletta viennese e patate), con boccale di birra e per concludere una fetta di
Sachertorte. Ingenuamente al bancone chiedo se hanno dello strudel alle mele. La ragazza bionda e gote rosse, mi risponde con accento tedesco di sì, quasi meravigliata che io abbia potuto mettere in dubbio una tale certezza!
Il
Café Triest, sembra immerso in una di quelle atmosfere da crepuscolo di un impero, magistralmente pennellate da Joseph Roth nel suo capolavoro
La marcia di Radetzky. Esso appare un non-luogo sospeso nel tempo, che allaccia una Vecchia Europa al Levante, sà di profumo di
krapfen, di cioc colato e cannella, e ci si trova a proprio agio immersi in questa atmosfera nostalgica e rarefatta di imperi tramontati.
In una zona limitrofa della città vecchia, sorge la
Missione ecclesiastica russa, con all’interno gli alloggi dello zar Alessandro II e ove, tutt’oggi, si parla esclusivamente russo. Lontano da questo surreale angolo di Mitteleuropa trapiantato in Medio Oriente, l’insidioso risuono della vita reale che si svolge fuori.
Apro il pesante portone, si ode il richiamo del muezzin che invita i fedeli alla preghiera, davanti a me un minareto cui sotto transitano donne arabe velate e uomini con la
kippah, carretti carichi di meloni e datteri, mentre soldati israeliani si dirigono a passo svelto verso la vicina Porta di Damasco per l’inizio della ronda serale. Anche questo è il Medio Oriente.
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Giuseppe Colasanto (*nota)
Foto rarissima del viaggio dell’imperatore Francesco Giuseppe in Medio Oriente, qui il summit tendato tenutosi a Jericho tra la delegazione imperiale austriaca, con visibile al centro l’imperatore e gli alti dignitari ottomani. Immagine tratta dal Jerusalem Korrespondenz, n. 29/2024
La vista su Gerusalemme dalla terrazza dell'Ospizio austriaco
Sopra: La biblioteca dell'Ospizio austriaco
Sotto: Due foto degli interni dell'Ospizio austriaco

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Giuseppe Colasanto, da funzionario della Polizia di Stato ha a lungo "camminato sui confini", impiegato in missioni in aree di frontiera, quali Lampedusa, Ventimiglia, Bosnia-Herzegovina, Kosovo, Albania, Libia, ha terminato la sua carriera a Trieste, come dirigente della Polizia di frontiera, poi, divenuto funzionario di una agenzia dell’Unione europea è stato dislocato in Giordania e Libano. Ha preso parte a diverse missioni di polizia sotto l’egida della Unione europea in Bosnia-Herzegovina, Kosovo, Albania e Libia poi, da funzionario di una agenzia dell’Unione europea e’ stato inviato in Medio Oriente, quale Esperto nella gestione delle frontiere. Per lui una attrazione magnetica per le zone di confine, appassionato camminatore e scrittore, ha pubblicato il libro ‘’Oltrefrontiera’’, Gaspari editore e alcuni reportage dai luoghi ove si trovava. Colasanto parla inglese, francese e arabo.