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HOME > Articoli e notizie:Giornalismo di confine, giornalismo di speranza

Giornalismo di confine, giornalismo di speranza

Versione integrale dell’intervento realizzato all’interno della scuola di giornalismo di Assisi “Giancarlo Zizola” organizzata dall’Ucsi – Unione Cattolica Stampa Italiana il 14-15-16 novembre 2025

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Una manifestazione studentesca al valico di confine di via San Gabriele (Gorizia, 2024) (DANIELE TIBALDI)
Una manifestazione studentesca al valico di confine di via San Gabriele (Gorizia, 2024) (DANIELE TIBALDI)
Sono nata all’inizio degli anni Ottanta, quando la parola “confine” aveva ancora un sapore metallico. Per chi cresceva a Gorizia, il confine tra Italia e Jugoslavia – poi tra Italia e Slovenia – era molto più che un tratto di penna sulle carte geografiche: era una barriera fisica, un rituale quotidiano. Crescere qui significava imparare presto che la storia non è un racconto neutro ma una realtà che incide sulla vita delle persone, sui loro movimenti, sulla lingua che parlano. Era normale vedere le nonne con il lasciapassare in tasca per andare al mercato, i padri che cambiavano moneta al confine per comprare un pezzo di ricambio, gli amici di scuola che attraversavano due mondi per andare a una partita di calcio.
 
La nostra è una terra di passaggi. Dal 1947, con il Trattato di Parigi, parte del territorio goriziano passò alla nascente Jugoslavia, naquero anche le Zone A e B del Territorio Libero di Trieste. Il nostro quotidiano cambiò per sempre. Poi il Memorandum di Londra del 1954, modificò la natura delle due Zone: due entità amministrative separate, due sistemi doganali, due lingue ufficiali che smettevano di parlarsi. Più tardi, nel 1975, gli Accordi di Osimo fissarono definitivamente la linea di confine tra Italia e Jugoslavia: sulla carta portavano stabilità, ma per la gente di confine significavano barriere permanenti. Per molti goriziani, sloveni e italiani, Osimo fu la conferma che la divisione era destinata a durare.
 
In quel contesto il giornalismo era spesso uno strumento di propaganda, da una parte e dall’altra. Eppure c’erano cronisti che cercavano la verità, che raccontavano le piccole storie di chi attraversava il confine per lavorare, di chi perdeva la casa per una nuova linea doganale, di chi cercava di mantenere saldi i legami con i parenti “dall' altra parte”.
 
Da bambina non capivo la portata di quei racconti; oggi, come giornalista, ne riconosco il valore: erano un seme di “giornalismo di frontiera” quando questa espressione ancora non esisteva.
 
Verso la fine degli anni Ottanta, mentre io andavo alle elementari, il confine iniziava lentamente a incrinarsi. L’economia transfrontaliera cresceva, gli scambi commerciali diventavano più frequenti. C’era già una vita parallela fatta di mercati sloveni con i prodotti dell’Est e negozi italiani che vendevano agli sloveni i jeans, i prodotti elettronici, il caffè. Ma restava la sbarra, restava il controllo, restava la diffidenza. Era ancora il tempo dei blocchi contrapposti. Noi eravamo una piccola crepa in quel muro, eppure da quella crepa filtrava già la luce dell’Europa futura.
 
Il crollo della Jugoslavia e l’indipendenza slovena del 1991 furono per noi un altro punto di svolta ma anche e soprattutto una festa, un’altra opportunità. All’inizio ci furono tensioni, confini militarizzati, paura di nuovi conflitti. Ma poi arrivarono i protocolli d’intesa, gli accordi bilaterali, la cooperazione transfrontaliera. Nel 2004 la Slovenia entrò nell’Unione Europea: improvvisamente quella linea che per decenni aveva separato, diventava un corridoio di integrazione. Nel 2007 l’ingresso nello spazio Schengen fu come aprire una porta che nessuno pensava potesse spalancarsi davvero: via i controlli, via le barriere, finalmente respiravamo insieme. Per la mia generazione fu un momento memorabile.
 
Ricordo ancora la sensazione di attraversare il valico senza fermarsi. Era quasi spiazzante. Per decenni avevamo imparato a esibire documenti, a tenere il portafoglio pronto, a preparare risposte alle domande del doganiere. All’improvviso nulla di tutto ciò era più necessario. Quello che per i nostri nonni era un confine di guerra, per noi diventava un ponte quotidiano. In quel momento ho capito che la storia non è irreversibile, che anche le ferite più profonde possono rimarginarsi. E ho capito che il nostro mestiere di giornalisti non è solo registrare i fatti, ma interpretare i simboli, dare voce a chi vive il cambiamento sulla propria pelle.
 
È in questo humus che nasce la mia idea di giornalismo di confine. Non un’etichetta esotica, ma un approccio: ascoltare più lingue, più comunità, più memorie, più interpretazioni dei fatti, più verità. Capire che le parole hanno un peso diverso a seconda di chi le pronuncia e di chi le legge e soprattutto avere il coraggio di non semplificare, anche quando tutto intorno spinge verso slogan e polarizzazioni. Perché da noi al confine le semplificazioni possono costare caro: un titolo sbagliato può riaprire ferite, gettare sale su quelle ancora non del tutto cicatrizzate, un aggettivo può diventare un’accusa. Il racconto transfrontaliero deve essere fatto di lentezza, verifica, dialogo, di empatia.
 
In questa prospettiva si inseriscono anche le cinque “M” proposte dall’UCSI FVG, che potrebbero rappresentare un vero manifesto per chi racconta la complessità del confine:
  1. Più domande, più fonti (More questions, more sources): il racconto del confine nasce dalla pratica di porre domande continue, alle istituzioni, alle comunità, ai singoli individui, e di incrociare fonti diverse per proteggere la narrazione dalla semplificazione.
     
  2. Più tempo (More time): per comprendere i processi transfrontalieri, le memorie e le trasformazioni sociali serve il tempo lungo dell’inchiesta e dell’approfondimento.
     
  3. Più linguaggi, più punti di vista (More languages, more points of view): raccontare il confine, raccontare due città come Gorizia e Nova Gorica, significa saper tradurre non soltanto due lingue ma anche due culture, due voci.
     
  4. Più tutele, diritti, libertà (More legal protections, rights, freedom) sono condizioni necessarie per evitare autocensura e pressioni esterne.
     
  5. Più umanità (More humanity): il cuore del giornalismo di frontiera è l'empatia: rispetto per l'interlocutore, cura nel linguaggio, scelta attenta dei titoli e delle immagini, attenzione all’impatto sociale delle nostre parole.
Queste sono le basi del giornalismo di frontiera, che deve necessariamente essere anche un giornalismo di speranza per le nuove generazioni. Deve mettere in luce le criticità ma anche enfatizzare i progressi fatti dalle due comunità che abitano nella zona transfrontaliera. Da noi negli ultimi anni, i progressi sono stati tanti e tangibili.

Il 13 luglio 2020 per esempio rimane un giorno inciso nella memoria di chi, come me, osserva il confine non solo come linea geografica ma come storia viva. Il Presidente italiano Sergio Mattarella e il Presidente sloveno Borut Pahor si sono incontrati a Trieste per un evento storico di riconciliazione, deponendo corone di fiori alla Foiba di Basovizza e al monumento ai Caduti sloveni, tenendosi per mano per più di un minuto in un gesto simbolico di pace. Quel giorno i due presidenti hanno firmato un protocollo d'intesa per la restituzione del Narodni Dom alla minoranza linguistica slovena in Italia, parliamo di un edificio importantissimo per la mia comunità, che è stato incendiato dai fascisti esattamente 100 anni prima (13 luglio 1920). Il 13 luglio 2020 è stato celebrato anche lo scrittore sloveno Boris Pahor, al quale i Presidenti hanno consegnato onorificenze italiane e slovene.

Due presidenti, due Stati, due storie che per decenni erano state parallele e contrapposte. Per chi è nato in questo angolo di mondo vedere quell’incontro è stato come assistere a un risarcimento simbolico: finalmente il riconoscimento delle sofferenze reciproche, finalmente il segnale che le memorie possono dialogare, che il passato può essere commemorato senza alimentare rancore.

Come giornalista, quel gesto mi ha insegnato che i simboli hanno un potere enorme. Possono trasformare la percezione collettiva, possono rendere tangibile la speranza. Ho capito che il nostro mestiere deve fare lo stesso: trasformare il racconto in strumento di riconciliazione, offrire punti di vista che uniscano senza ignorare le fratture. È il cuore del giornalismo di speranza, una pratica che non nega le tensioni del presente ma cerca di illuminare le possibilità di futuro.

Quest'anno Gorizia e la vicina Nova Gorica condividono un destino straordinario: sono insieme Capitale Europea della Cultura 2025. Non si tratta di un titolo simbolico, ma di un laboratorio di civiltà. Le due città hanno costruito un programma congiunto che attraversa fisicamente il confine: mostre, concerti, performance, laboratori scolastici e associazioni e università che collaborano. È la dimostrazione concreta che la cultura può cancellare le divisioni, che due comunità, anche con storie complesse, possono raccontare una narrazione condivisa.

Nel preparare le cronache di questo progetto, vedo scuole italiane e slovene organizzare laboratori insieme, artisti realizzare installazioni che attraversano i confini e le piazze, associazioni culturali riscoprire tradizioni comuni. Vedo giovani studenti universitari che collaborano a progetti di ricerca transfrontaliera, musicisti che mescolano strumenti e stili. Quello che per i nostri nonni era frontiera, per loro sta diventando quotidianità, una normalità che testimonia come la convivenza sia possibile.

Il racconto, in questo contesto, assume una responsabilità nuova. Non basta più riportare cronache o fatti, occorre interpretare, analizzare, raccontare i fili che collegano comunità diverse. Significa dare spazio alle voci locali, non solo a quelle politiche o istituzionali; significa valorizzare le esperienze concrete che mostrano la vita transfrontaliera: aziende che impiegano persone di entrambi i lati del confine, cooperative culturali, associazioni giovanili, centri sportivi comuni. Ogni storia diventa un esempio, ogni intervista un ponte.

Il concetto di giornalismo di speranza si lega strettamente a questa dimensione. Non si tratta di negare le difficoltà (crisi economiche, tensioni politiche, guerre vicine, pandemia e sfide climatiche hanno sicuramente segnato il presente) ma è possibile raccontare queste realtà con uno sguardo che evidenzi le soluzioni, le relazioni costruite, i progetti concreti. È un giornalismo che guarda ai fatti ma con una lente positiva, che valorizza l’iniziativa civile, la resilienza, la capacità delle persone di cooperare e costruire insieme il futuro.
 
In questo senso, Gorizia e Nova Gorica diventano simbolo, una scommessa vinta e un modello per l'Europa. La nostra Capitale della cultura è la prima condivisa da due stati.
 
In un momento storico segnato dalla polarizzazione politica, dalle tensioni internazionali e dalla sfiducia nelle istituzioni, queste città mostrano che la collaborazione tra popoli è possibile. La Capitale della Cultura ci ricorda che le identità regionali, nazionali ed europee possono e devono andare di pari passo per costruire una vera società europea per le generazioni future. La sua eredità andrà ben oltre il 2025, poiché le due città rappresentano un laboratorio per il futuro dell’Europa.
 
Il confine, che per decenni è stato motivo di separazione, diventa elemento di speranza. E il giornalismo di frontiera ha il compito di raccontare queste speranze, non solo i conflitti, ha il compito di aiutare nel transito da Capitale della cultura a Capitale della pace, un ruolo che le due città potrebbero svolgere in modo permanente in un nuovo contesto.
 
Nei miei articoli cerco sempre di combinare contesto storico e storie individuali. Racconto le famiglie che hanno vissuto i tempi delle Zone A e B, le giovani generazioni che attraversano la frontiera senza pensare alle barriere, i traumi del passato e i progetti culturali e imprenditoriali che collegano le due città. Racconto come la memoria storica – dalle foibe al fascismo, dalla Jugoslavia alla Slovenia indipendente – continui a influenzare le vite quotidiane, ma come questa memoria possa diventare insegnamento e non ostacolo.
 
La narrazione di frontiera, quindi, non è solo descrizione: è partecipazione, responsabilità, etica. Significa usare le parole per unire, dare contesto, mostrare soluzioni. Significa raccontare storie di resilienza e dialogo, di mediazione e cooperazione. E oggi, più che mai, questo approccio è necessario.
 
Viviamo tempi incerti: conflitti alle porte dell’Europa, crisi migratorie, disinformazione globale, minacce ambientali. In questo scenario, raccontare storie di confine significa anche raccontare la capacità umana di costruire ponti, di cercare soluzioni, di coltivare fiducia reciproca.
 
Gorizia e Nova Gorica, il progetto della Capitale Europea della Cultura e le iniziative che nascono in questa terra dimostrano che la storia può essere riscritta, che il confine può diventare opportunità, e che il giornalismo può essere uno strumento di speranza. Raccontare tutto questo significa aiutare i lettori a vedere che la convivenza non è utopia, che l’Europa non è solo trattati e burocrazia, ma persone che collaborano, comunità che dialogano, culture che si incontrano.
 
Guardando al presente, mi rendo conto di quanto sia cambiato il confine rispetto agli anni della mia infanzia, e di quanto il giornalismo debba evolversi insieme a questa trasformazione. La frontiera fisica è diventata una linea immaginaria, simbolica, una memoria storica viva, una presenza nei documenti, nelle lingue e nei cuori delle persone.
 
La minoranza slovena in Italia vive quotidianamente nella dualità. Abbiamo scuole bilingui, media come il nostro settimanale, il Novi glas, ma anche il quotidiano, il Primorski dnevnik, la redazione slovena della Rai e molte altre realtà giornalistiche. Abbiamo anche associazioni culturali e sportive, chiese e circoli che mantengono viva la lingua e le tradizioni. Raccontare queste realtà significa dare voce a comunità che rimangono pressoché invisibili nella grande stampa nazionale. Significa mostrare che essere minoranza non è un destino di marginalità, ma un’occasione per coltivare la pluralità, per costruire legami, per offrire prospettive di integrazione e collaborazione. Essere bilingui non è soltanto una condizione linguistica. È una forma di esistenza, un modo di abitare il mondo con due chiavi in tasca. Per chi nasce e cresce nella sottile striscia di terra che unisce due paesi, il bilinguismo non è un concetto astratto: è una quotidianità, un equilibrio costante tra suoni, memorie e identità.
 
La lingua madre è quella che ci culla nei primi anni, che pronuncia il nostro nome con tenerezza, è il luogo dell’emozione. L’altra lingua, appresa parallelamente, è il luogo dell’apertura, della scoperta, del confronto. Insieme costruiscono un ponte, spesso invisibile ma resistente, su cui camminiamo ogni giorno.
 
Essere bilingui significa pensare in un idioma e sognare in un altro, tradurre non solo parole ma sensazioni, scegliere ogni volta quale voce far parlare del proprio sé in rapporto con la persona che ci sta di fronte.
 
Come appartenente alla minoranza slovena in Italia spesso mi sento “di qua e di là”, ma anche al margine di entrambi i mondi. Si tratta di una sottile malinconia di chi appartiene a due mondi e, al contempo, a nessuno dei due del tutto. Tuttavia, proprio in questa sospensione risiede una forma di libertà: la possibilità di cambiare prospettiva, di comprendere le sfumature, di cogliere la ricchezza che nasce dall’incontro.
 
Nel contesto della minoranza slovena in Italia, essere bilingui è anche un atto di resistenza culturale. È custodire una lingua che ha radici profonde e rami che si allungano oltre i confini politici. È riconoscere che ogni parola slovena pronunciata o scritta a Trieste, Udine o a Gorizia porta con sé una storia di pazienza, di dignità e di amore per la propria eredità linguistica e culturale. Ma è anche saper vivere pienamente l’altra lingua, l’italiano, come parte integrante del proprio paesaggio umano.
 
Il mio messaggio deve essere chiaro: il bilinguismo non divide ma arricchisce.
 
È una sinfonia di suoni diversi che si accordano dentro di noi, è la possibilità di vedere il mondo con due paia di occhi. Ed è anche la promessa che le parole, se coltivate con rispetto, possono unire più di quanto separino.
 
In questo senso, il giornalismo di frontiera diventa un ponte tra comunità linguistiche, tra popoli e generazioni, tra passato e futuro. Racconta storie individuali e collettive: non solo le cronache della politica e
dei conflitti, ma anche le vite quotidiane, le tradizioni che sopravvivono, i progetti che nascono e si evolvono. Significa dare spazio a esperienze concrete che mostrano come le comunità possano dialogare, superare stereotipi e costruire insieme opportunità. Ogni storia diventa esempio di resilienza, ogni racconto diventa testimonianza di speranza.
 
In un’epoca in cui l’informazione è spesso polarizzata, il giornalismo di frontiera deve avere il coraggio di offrire contesti completi, di verificare le fonti, di ascoltare tutte le voci. In questo modo, la narrazione diventa strumento di coesione. Significa scegliere le parole con cura, comprendere che i termini usati possono alimentare rancore o fiducia, odio o dialogo. Significa raccontare la realtà senza nasconderne le difficoltà, ma con un atteggiamento che evidenzi le possibilità di futuro.
 
Il contesto europeo odierno ci pone sfide senza precedenti. Il tempo che stiamo vivendo richiede che il giornalismo non si limiti a riportare notizie, ma contribuisca a costruire consapevolezza, empatia e responsabilità. Dove abito io, al confine tra Italia e Slovenia, queste sfide assumono un significato tangibile: i nostri lettori vedono i riflessi dei conflitti internazionali sulla vita quotidiana, percepiscono le tensioni nei rapporti economici, sentono il peso delle scelte politiche a livello locale.
 
La mia esperienza personale come giornalista nasce da questa doppia appartenenza linguistica e culturale. Raccontare la storia di un confine significa conoscere il dolore del passato, riconoscere le ferite, ma anche celebrare le conquiste. Significa guardare le foibe e le deportazioni, il fascismo e le persecuzioni, e contemporaneamente vedere le scuole bilingui, i teatri condivisi, il lavoro fatto insieme. Raccontiamo entrambe le dimensioni, senza cadere nel sensazionalismo, senza semplificare le memorie, ma rendendole comprensibili e significative per tutti.
 
Dobbiamo illuminare ciò che funziona, ciò che costruisce, ciò che unisce. Non si tratta di un ottimismo ingenuo: è una scelta consapevole di responsabilità civile, un impegno a raccontare storie che possano generare dialogo, comprensione e fiducia. È un invito ai lettori a vedere che le differenze culturali e linguistiche non sono nemiche, ma strumenti di arricchimento reciproco.
 
Il confine è stato per decenni luogo di tensione politica e sociale. Dalla fine della Prima guerra mondiale, con la dissoluzione dell’Impero austroungarico, fino alla nascita della Repubblica di Slovenia, il territorio ha conosciuto governi diversi, imposizioni linguistiche, persecuzioni e migrazioni forzate. Il fascismo ha tentato di cancellare la lingua slovena in Italia, le foibe hanno segnato profonde ferite, e l’Europa postbellica ha diviso questa terra lasciando dietro di sé confini materiali e psicologici.
 
Eppure, anche in tempi di divisione, la vita trovava il modo di continuare. La memoria non cancella il dolore, ma illumina il percorso.
 
Il lavoro del giornalista è un lavoro di responsabilità: significa preservare la memoria e, insieme, educare le nuove generazioni a non temere le differenze. Il nostro giornalismo spiega il dolore dei nostri nonni e dei nostri padri, e mostra come le nuove generazioni possano vivere il confine, che oggi è più permeabile che mai, senza paura, con una doppia identità che è ricchezza e non frattura.
 
La memoria quindi diventa insegnamento, la cultura diventa ponte, il giornalismo diventa speranza. Ed è proprio questa speranza che voglio consegnare a voi: che la convivenza è possibile e che il giornalismo può continuare a essere il filo che collega passato e futuro, comunità e istituzioni, dolore e rinascita.
 
È il giornalismo che voglio fare: nata negli anni Ottanta, cresciuta tra due lingue, due storie, due città - e oggi con un solo desiderio, quello di unire.◼
 
Piazza della Transalpina divisa dal fine(Gorizia, 2025). DANIELE TIBALDI
data di pubblicazione: 31-01-2026
autore: Katja FerletIc | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.95/96 | tema: PRIMO PIANO
tag redazionali
bilinguismo Boris Pahor Borut Pahor confine Italia-Slovenia cooperazione transfrontaliera Giancarlo Zizola giornalismo di confine giornalismo di speranza Gorizia Katja Ferletic memoria storica minoranza slovena Narodni Dom Nova Gorica riconciliazione Schengen scuola di giornalismo di Assisi Sergio Mattarella UCSI Unione Europea
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