Lo possiamo dire a cuor sincero: l’anno da Capitale Europea della Cultura è stato un anno storico per il nostro territorio. Non tanto per l’eco che esso possa aver portato – pochi giorni dopo la chiusura, a Trieste, durante una presentazione al Caffè San Marco, nessuno sapeva del titolo che Nova Gorica e Gorizia avevano da poco lasciato – a livello nazionale – forse internazionale, ecco – quanto per aver fatto fare al territorio dei passi talmente grandi da necessitare ancora qualche anno di metabolizzazione.
Forse abbiamo corso troppo, forse no, resta il fatto che ora non ci sono più scuse per non proseguire in modo compatto e coeso, con le difficoltà burocratiche che possono nascere tra due Stati diversi, per ridare quell’ampiezza di respiro culturale, sociale e storico che il Goriziano aveva perso e che sta riscoprendo. Possiamo dire che il 2025 si è chiuso segnando una pagina nuova per Nova Gorica e Gorizia.
Per molti mesi Nova Gorica e Gorizia hanno incarnato l’idea di cultura senza barriere, mettendo a sistema la loro storia di divisioni e congiunzioni attraverso un programma di eventi, mostre, incontri e laboratori che ha coinvolto cittadini, artisti e istituzioni. L’esperienza condivisa è stata forse più importante del computo degli eventi: la cultura è diventata il linguaggio e il collante di un territorio che ha saputo trasformare confini rigidi in luoghi di dialogo e di scambio.
L’eredità di GO! 2025 non si misura solo nei numeri, pur significativi: oltre 1,5 milioni di visitatori, più di 1.600 eventi, programmi culturali che spaziano dalla contemporaneità alla memoria storica, con significativi investimenti infrastrutturali come il nuovo centro EPIC a Nova Gorica e la riqualificazione di spazi urbani che erano in attesa di un nuovo ruolo.
Il valore più grande, tuttavia, è molto più difficile da misurare: è la percezione stessa di un territorio capace di pensarsi nella dimensione europea
Il valore più grande, tuttavia, è molto più difficile da misurare: è la percezione stessa di un territorio che si è scoperto capace di pensarsi nella dimensione europea, in cui l’incontro tra lingue, storie e comunità non è più un’eccezione ma un elemento strutturale. L’esperienza del laboratorio culturale transfrontaliero ha messo a fuoco non solo le potenzialità artistiche, ma anche il ruolo della cultura come strumento per abitare il presente e delineare il futuro.
Eppure, come ogni grande impresa, anche questa non è stata priva di sfide e questioni aperte. Alcune criticità emerse durante l’anno di Capitale hanno toccato la sostenibilità delle iniziative pubbliche, la necessità di consolidare percorsi di cooperazione duratura tra istituzioni e realtà civiche transfrontaliere, e la capacità di tradurre l’entusiasmo culturale in opportunità economiche reali per i cittadini e le imprese locali. Queste sono riflessioni che non sviliscono il progetto, ma al contrario ne sottolineano la maturità e l’ambizione: la cultura deve essere non solo spettacolo e simbolo, ma anche infrastruttura sociale e motore di sviluppo.
Un altro nodo cruciale riguarda la documentazione, la conservazione e la gestione delle memorie generate da questo anno così intenso. La quantità di materiali, testimonianze, idee e progetti rischia di disperdersi se non si adottano strumenti stabili per la salvaguardia e l’accesso nel lungo periodo. È una sfida tecnica e organizzativa che richiede visione e investimenti, ma è anche un’opportunità per costruire un archivio collettivo di cui le generazioni future possano beneficiare.
Guardando al 2026, la prospettiva che emerge non è quella di un ritorno alla normalità, ma piuttosto di una prosecuzione ragionata di ciò che è stato avviato. Il GECT GO ha annunciato l’intenzione di continuare a monitorare gli impatti di GO! 2025 e di mantenere attive alcune delle piattaforme avviate, come il sito ufficiale e gli spazi di ascolto transfrontaliero dei cittadini. Anche i progetti SPF, i piccoli progetti transfrontalieri, continueranno ad animare il territorio, alimentando il messaggio di cooperazione e di cultura come bene comune. Il passaggio al 2026 deve quindi essere letto come un momento di consolidamento di quanto maturato, di metabolizzarne l’ampiezza e di non disperdere le relazioni costruite tra istituzioni, associazioni, artisti, scuole e cittadini, ma di tradurle in prassi quotidiane, in programmi educativi, in percorsi turistici e culturali che mantengano viva la tensione ideale di questo anno di Capitale. È una sfida che richiede impegno collettivo, visione strategica, continuità di investimento pubblico e privato.
Infine, l’esperienza di Nova Gorica e Gorizia come Capitale Europea della Cultura lascia un augurio forte per il futuro: che la cultura non venga mai più considerata un evento isolato, ma una bussola permanente per leggere il mondo, per costruire ponti di dialogo e per affermare il valore della convivenza. Che il confine, anziché linea di separazione, resti simbolo di un possibile “noi” europeo, capace di guardare oltre le differenze e di coltivare un progetto condiviso di comunità, memoria e innovazione.
Le luci di questo grande progetto di spengono piano piano. È il territorio, come ha sempre fatto, a continuare a guardare avanti, consapevole delle sfide, grato per ciò che ha saputo realizzare e fiducioso che il seme piantato possa germogliare in anni ricchi di cooperazione, cultura e futuro.◼