Nel dialogo tra Nova Gorica e Gorizia, città separate da una linea storica ma sempre più unite nella progettazione del futuro, la Capitale Europea della Cultura 2025 rappresenta molto più di un riconoscimento. È una sfida, un’opportunità e, per certi versi, anche una dichiarazione d’intenti. Lo racconta con chiarezza Samo Turel, sindaco della città slovena: le sue parole delineano un progetto che non riguarda solo eventi culturali ma una trasformazione profonda della società e della percezione di sé da parte delle due comunità. Delle due Gorizie, se volessimo dirlo così.
«La Commissione europea – ribadisce Turel – non assegna il titolo di Capitale della Cultura a città dove tutto funziona perfettamente. Lo assegna a comunità che si rendono conto di ciò che non va e che, proprio attraverso la cultura, cercano di migliorarsi». L'idea alla base di GO! 2025 non è dunque l’autocelebrazione ma un cammino di consapevolezza. Ammettere le proprie fragilità è il primo passo per una rinascita che affonda le radici nell’autocritica e fiorisce nel confronto. E non a caso, secondo Turel, «rendersi conto di quello che non funziona è già un buon punto di partenza; trovare poi il modo di migliorare è il vero obiettivo della Capitale della Cultura».
Il titolo di Capitale, insomma, non arriva “a cose fatte”, ma si inserisce in un processo di crescita che ha preso avvio proprio con la candidatura. Nova Gorica e Gorizia lo vivono come uno stimolo per accelerare un percorso di integrazione già avviato, anche se non sempre facile. Due città, due lingue, due sistemi amministrativi: ma un solo territorio che ha imparato a condividere spazi, progetti, identità. O, per lo meno, che sta tentando di farlo.
È lo scrivente che, nel corso del dialogo con Turel, ha ricordato un episodio emblematico durante il convegno organizzato da Pax Christi nel dicembre 2023. «Scherzando – così lo scrivente – dissi al pubblico, soprattutto composto da persone venute da fuori: “Noi qui siamo Gorizia, di là è Nova Gorica. Ma se parlaste con un anziano sloveno, potrebbe anche definire la nostra Gorizia ‘Stara Gorica’, la vecchia Gorizia. È una questione di prospettiva». Una battuta che racchiude una verità storica e culturale: la stessa città può essere percepita in modi diversi a seconda del lato del confine da cui la si guarda. E proprio questo cambio di sguardo è uno degli effetti più rilevanti che la Capitale della Cultura può produrre.
Turel, su questo punto, rilancia con una metafora efficace: «Un pesce si rende conto della purezza dell’acqua solo quando lo si mette fuori. Quando sei immerso nel tuo contesto quotidiano, vedi sempre le cose allo stesso modo. A volte, però, dovremmo trovare il modo di prendere un po’ le distanze per osservare tutto da una prospettiva diversa». È un invito a uscire dalla comfort zone identitaria, ad accogliere lo sguardo dell’altro, a interrogarsi sul significato profondo di termini come “confine”, “cultura”, “comunità”.
GO! 2025 diventa così il catalizzatore di un cambiamento che parte dal basso, dalle persone, dagli incontri. Non si tratta solo di ospitare eventi, concerti, mostre. Si tratta, piuttosto, di costruire un linguaggio comune, di creare uno spazio simbolico e reale in cui le differenze si intrecciano senza annullarsi, dando forma a un’identità nuova. Un’identità che è europea nella misura in cui sa essere plurale, aperta, condivisa.
E se oggi Nova Gorica e Gorizia si presentano insieme davanti all’Europa, lo fanno non perché abbiano superato ogni difficoltà, ma perché hanno deciso di affrontarle con coraggio e creatività. In questo senso, il titolo di Capitale Europea della Cultura non è un punto d’arrivo, ma l’inizio di una lunga fase di trasformazione. «Siamo sempre noi insieme», ha ricordato Turel. Un "noi" che vale più di ogni manifesto, perché costruito giorno dopo giorno in un territorio che ha conosciuto la divisione, ma ha scelto l’unione.
Unione anche su tematiche dove la divisione è dietro l’angolo e si è manifestata ancora una volta veementemente: se Gorizia non ha tolto la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, concessa nel 1924, a Nova Gorica non si può toccare quella scritta Tito che lo stesso Turel ribadisce essere «su terreno privato ma parte, comunque, della nostra storia». E non approva la proposta del suo vicesindaco, Anton Harej, che aveva chiesto la costruzione di un monumento da dedicarsi ai morti italiani durante il periodo dell’occupazione, in nome di un “rispetto per tutti i morti” che Turel, comunque, condivide. «Non penso sia questo il modo giusto per affrontare temi che la Slovenia e gli sloveni hanno già discusso e affrontato durante la Guerra d’Indipendenza e con l’indipendenza. A Gorizia, invece, penso – e lo dice calibrando le parole e centellinandole – che si siano sbagliati i tempi con la richiesta di eliminazione della cittadinanza onoraria. Forse qualcuno voleva tentare di rovinare la grande festa delle due città», così Turel il cui grande auspicio è sempre poter parlare di un «noi» condiviso.
Nova Gorica e Gorizia sono, nel 2025, sotto i riflettori internazionali. Ma il valore più profondo di questo percorso si misura già oggi, nella volontà condivisa di guardare oltre il passato, nel desiderio di costruire una convivenza culturale e civile che sia esempio per tutta l’Europa. E nelle parole, semplici e dirette, del sindaco Turel, si coglie un auspicio che è anche una promessa: fare della cultura un motore autentico di cambiamento. ■