Che cosa vuol dire essere – e non vivere – un territorio di frontiera? Che responsabilità intrinseca porta con sé una denominazione simile? Chi si affaccia, da esterno, sia per necessità umanitarie o lavorative che per altre ragioni (turistiche, culturali, enogastronomiche, musicali…)
cosa trova nel Goriziano? O in un qualsiasi territorio che abbia la peculiarità di non essere semplicemente una divisione netta tra due popoli, due culture, due lingue, ma sia un amalgama di genti, parlate, dialetti, nei quali si ritrovi quattro parole in altrettante lingue per dire semplicemente “osteria”?
Un’identità che non è unica ma è la somma di pluralità condensate in una striscia di terra indicata con le due rive di un fiume
Un’identità che non è unica ma è la somma di pluralità condensate in una striscia di terra indicata con le due rive di un fiume. In poche parole, significa dare all’intensa umanità che la abita la connotazione non di un solo popolo ma di
più voci, come un coro la cui forza e identità non sta nel singolo ma nel plurale. Ecco, l’essenza di un territorio di frontiera.
Lo sapevano bene le autorità austriache nell’Ottocento – e lo dico senza remora di essere tacciato da nostalgico d’Austria – quando, nel bene e nel male, in una gestione che viveva ancora d’
Ancien Régime,
vi era un’equiparazione di lingue e parlate in grado di dare omogeneità all’intero territorio.
Dunque, partendo dal fatto che sono la concordia e la tolleranza le figlie legittime di un territorio di frontiera, che ha accettato il proprio essere più profondo e ne ha fatto non una debolezza bensì un lato di profonda forza, è necessario arrivare alla comprensione della dimensione contemporanea: in una parola, la contingenza.
Sono la concordia e la tolleranza le figlie legittime di un territorio di frontiera, che ha accettato il proprio essere più profondo e ne ha fatto un lato di profonda forza
Cosa ci dice oggi il Goriziano? Un’ex provincia dove l’ex capoluogo da tempo ha perso il rango di capoluogo, appunto, in favore della città industriale e dove la città sorella nella vicina Slovenia, seppur più giovane, offre uno spettro più ampio di opportunità lavorative e di svago ai giovani? Cosa dice il Goriziano, che non riesce a svicolarsi da un invecchiamento costante e dilagante, se non mitigato nelle zone della Bisiacaria da una massiccia immigrazione? Che non riesce ancora ad assimilare il bilinguismo – anzi, diciamo pure trilinguismo parlando di friulano e aggiungendoci i numerosi dialetti ormai in fase di declino mortale – e a capire la complessità di una storia che non può e non deve essere relegata a una dicotomia “noi-loro”, o, ancora peggio “noi-nemici”?
È un territorio stanco che ansima per la fatica di non riuscire a procedere verso il futuro: questa è una sentenza che, nella sua gravità, deve spronare il lettore a proseguire nelle pagine successive per carpire cause, concause e, perché no, qualche ricetta medica per sanare, almeno in parte, il nostro futuro.
La ricerca che
Nuova Iniziativa Isontina ha portato avanti in questa fase è prettamente sociale, chiedendo ai giovani, agli studenti, ai numeri cosa stia succedendo e in che modo si stia muovendo l’intera ex provincia.
Chiaro che in un sistema totalmente assuefatto all’industria, come a Monfalcone, i problemi sono annosi e ormai noti a differenza di una Gorizia che galleggia in una bottiglia pingue di distillato di asburgicità e di patriottismo spinto più da primo dopoguerra che da consapevole periodo post 2004, come invece dovrebbe essere, o una Nova Gorica che si ritrova gli abitanti in rincorsa abitativa verso Stara Gorica.
Noi che siamo, purtroppo, degli inguaribili ottimisti continuiamo a guardare alla possibilità di un territorio che dia opportunità a tutti e non lasci indietro nessuno
Guardiamo, allora, alla totalità dei problemi e delle soluzioni, inevitabilmente da condividere e da essere scritte assieme. Se mancano i tavoli, questi vanno creati. Se mancano contenitori culturali e sociali, questi vanno costruiti.
Se manca la visione, si dia il giusto scarto d’archivistica memoria alla classe dirigente non in grado di capirla. Se, invece, la visione c’è ma non la volontà d’attuarla allora il problema, ahinoi, sarà insanabile.
Noi che siamo, purtroppo, degli inguaribili ottimisti continuiamo a guardare alla possibilità di un territorio che dia opportunità a tutti e non lasci indietro nessun figlio, nessuna figlia, nessuno che tenda la mano con la paura di ricevere una stizzita indifferenza. Come costruirlo? Con la verace necessità di guardare ai conterranei come ad alleati e non a nemici fraudolenti. Così le problematiche emerse dalle analisi di questo numero potranno essere, se non risolte, almeno in parte attenuate.
Ecco che essere un territorio di frontiera sarà necessariamente anche esso stesso il modo di viverlo.
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Dettagli dei campanili della chiesa di Sant'Ignazio di Gorizia,
i cui "cipollotti" costituiscono uno dei simboli della città.
Foto Tibaldi