Chi le scrive è un anziano pittore e scrittore liturgico che lei, come conventuale, forse, ha inteso nominare. […] Le scrivo perché mi ha pregato il parroco di Isola Morosini dove, alla fine della guerra, io venni invitato a far delle pitture che lei ora suggerisce di sbiancare». Sono le prime, accorate, parole che
il pittore Luciano Bartoli di Trieste, all’epoca residente a Padova sulle rive del Bacchiglione, scrive all’arcivescovo metropolita
Antonio Vitale Bommarco nel 1988. Il riferimento è chiaro: nell’anno successivo, proprio seguendo un suggerimento – diciamo pure un ordine – vennero coperte con una coltre di pittura bianca le immagini sacre dipinte dal Bartoli poco meno di quarant’anni prima, nel 1951.
La supplica, contenuta ancor oggi all’interno dell’archivio parrocchiale di Isola Morosini,
si inserisce in anni turbolenti con il rifacimento dell’intera zona del presbiterio e, appunto, l’eliminazione delle decorazioni dell’intera chiesa, non senza una
vibrante protesta della cittadinanza, dei fedeli e del consiglio pastorale.
Andando con ordine, è necessario guardare alla nascita della nuova chiesa, poi divenuta parrocchiale, della frazione di Isola Morosini.
La costruzione del nuovo edificio sacro risale al 1881 e si protrae, secondo i documenti, fino al 1891. Chiesa che rimane spoglia fino al 1951 e che, nel frattempo, diventa parrocchia (con decreto del 21 novembre 1935) e viene riconosciuta come ente giuridico (1959).
Nel 1951 la proposta di due nuove vetrate e nuovi affreschi trova terreno fertile e così avviene. La nostra ricerca si soffermerà, in ogni caso, solo agli affreschi i cui bozzetti, tutt’oggi conservati all’interno dell’archivio parrocchiale, sono realizzato dal pittore Luciano Bartoli di Trieste.
Il Bartoli, dunque, fa delle
precise proposte al committente, il parroco
don Nino Chiaruttini, che vengono anche descritte all’interno di una lettera che accompagna i bozzetti stessi:
«Alle pareti del sacro edificio, in precedenza alla decorazione vera e propria da eseguirsi dal sottoscritto, verrà data una tinteggiatura generale di color grigio avorio alle pareti e di un rosso cotto, bruciato e caldo agli aggetti, cornici, ecc. La decorazione del sottoscritto, che adotterebbe la tecnica usata dalla B. Angelico di Milano colori a calce su intonaco di malta, con fissaggio ulteriore di latte - verrebbe risolta con delle figure, eseguite in pura forma decorativa, stilizzate, in modo da richiamare, pur nell'interpretazione odierna, la ricca iconografia basilicale della regione aquileiese.
Va notato, circa la tinta generale, che si è tenuto conto dei vari richiami esistenti: pavimento, marmi degli altari, ecc. Anche le vetrate doppio vetro, con inserito foglio nylon decorato (coibente e isolante termico) verrebbero ad assumere una loro voce, in pieno accordo con il resto della decorazione) All'ingresso, sotto la cantoria, i tre cerchi trinitari con la scritta: IN NOMINE PATRIS ET FILII ET SPIRITUS SANCTI. Nella celletta del Battistero semplici motivi simbolici, tolti dal rito lustrale.
Sopra la cantoria, nel lunettone, s. Cecilia tra due palme, circondata dagli attributi del martirio. Sulla parapettata delal cantoria, in legno, tre motivi salmodici, a semplice contorno.
Nella navata, sotto la volta a spicchi, nei quattro riquadri, leggermente arcuati, quattro episodi della vita del titolare: LA FUGA NELL'ORTO DEGLI OLOVI; LA COMPOSIZIONE DEL VANGELO; L'ARRIVO AD AQUILEIA; IL MARTIRIO. Sopra ad ogni episodio, commentato da una scritta liturgica, un angelo con un libro aperto: sulle pagine delle scritte tolte da quattro passi del Vangelo di s. Marco, atte a sintetizzare la vita del Salvatore. Sopra, nelle quattro vele della volta, quattro motivi, a semplice contorno, richiamanti l'idea dei Nuovissimi.
Nel presbiterio, attorno ai due finestroni laterali, i busti dei dodici apostoli, ognuno con un cartiglio, sul quale si leggerà il versetto a ciascuno attribuito del Credo (seguendo in questo l'attribuzione dataci da s. Agostino). Per la decorazione absidale si propongono due soluzioni:
- Mantenendo l'attuale cornicione, la decorazione viene divisa in due zone distinte: in alto, sotto la Colomba del Paraclito, Cristo, Buon Pastore, tra i due patroni, s. Marco e s. Floriano; sotto, tra palme, cinque santi della nostra regione: s. Ermacora e s. Fortunato; s. Ilario e Taziano e s. Pio I.
- Togliendo il citato cornicione, Cristo, intero, assumerebbe la figura del Mediatore tra Dio e gli uomini, su una mandorla con la vitis vera stilizzata, in foglia d 'oro, e i due patroni ai lati, interi anch'essi.
I cinque santi programmati per la prima soluzione, in questa seconda, aumentando di numero con figure anche femminili, passerebbero sui lati delle due cappelle minori».
L’opera riceve il
beneplacito della Commissione Diocesana di Arte Sacra: con il protocollo 1643/51 del 14 luglio 1951 il direttore dell’ufficio amministrativo, il professor
don Luigi Ristis, comunica che la commissione, presieduta dal
dottor Enrico Marcon, ha approvato il progetto «in linea di massima» anche se «sarebbe necessario un sopralluogo e consigliabile qualche variante specialmente nella decorazione centrale del tiburio, con più intonati motivi». Poco tempo dopo, il 21 luglio dello stesso anno, l’autorizzazione definitiva avviene sia per gli affreschi che per le vetrate.
I lavori durano tre mesi, nei quali il Bartoli, sempre secondo preventivo, riceve un onorario di 70mila lire mensili (210mila totali) senza contare le 100mila lire previste per i vari materiali e l’opera di preparazione. È testimonianza orale dei paesani che il Bartoli, nell’eseguire l’opera, si sia
ispirato a persone realmente esistenti e viventi in paese (a tutt’oggi vive e scienti,
nda) tanto da destare ancor di più l’affetto dei paesani.
L’opera rimane nella chiesa di Isola Morosini, come detto, per trentotto anni,
fino al 1989. Qui, per qualche ignara decisione dell’arcivescovo, si procede alla loro
copertura definitiva, non senza vibranti
proteste: è il 5 settembre 1988 quando il consiglio pastorale, anche se dimissionario, invia una richiesta al direttore economo,
don Sergio Ambrosi, e all’arcivescovo, una richiesta per poter avere tutta la documentazione necessaria «che riguarda la ristrutturazione della nostra chiesa»: anche perché, come arcivescovo, il responsabile, possa alla consegna «custodire e mantenere in buona conservazione la chiesa di Isola Morosini».
Primo firmatario della lettera il parroco, don Sante Gobbi. Lo stesso Consiglio, nella riunione del 1 luglio dello stesso anno, sottolineava di aver «fatto tuti i tentativi inimmaginabili e possibili presso il vescovo, i tecnici, l’impresa, la curia, don Fulvio, il genio civile, per conoscere i preventivi, il contratto di appalto, i costi, i prezzi, le opere previste e quelle non incluse, le varianti, i risparmi, le economie ecc. ma tutti si sono ostinatamente opposti».
La posizione del Consiglio è chiara: «Noi tutti – si legge nel verbale di quel giorno –
deploriamo e deprechiamo il modo con cui sono stati eseguiti i lavori di ristrutturazione della chiesa: i tetti, gli intonaci esterni ed interni, la tinteggiatura interna ed esterna, le porte, i portoni, le finestre, il pavimento, l’impianto luce, l’impianto di altoparlanti, i soffitti, il campanile con la cuspide, il castello delle campane, le campane e il marciapiede. Nessuno lavoro è stato eseguito con cura e a regola d’arte», si legge ancora.
«Inoltre – continua il verbale –
biasimiamo e condanniamo l’azione iconoclasta nei confronti di un’opera pittorica espressione di una fede e di un’arte caratteristica del periodo postbellico del bravo artista Luciano Bartoli di fama internazionale. Senza poi tener conto dei grandi sacrifici della poverissima gente».
I consiglieri, infine, «non avendo potuto prendere parte alcuna all’elaborazione, all’esame e alle decisioni dei lavori di ristrutturazione della chiesa, non possiamo e non dobbiamo essere tenuti a pagare eventuali debiti contratti per questi lavori». Una situazione caustica, resa ancor più difficile dal fatto che
il parroco, don Sante, per recuperare denaro, avesse fuso oggetti in oro e argento appartenuti alla chiesa parrocchiale come una serie di candelieri d’argento e tutto l’oro della Madonna, «raccolto nei quattro cuscini e catalogato da don Giovanni Simeon nel 1967».
I lavori procedono, non senza ulteriori proteste, tanto che tra la fine del 1988 e l’inizio del 1989 compare, sulla porta della chiesa chiusa per i lavori, e sul cui stipite era comparso un arbusto, un cartello: «Restauro finito/con tanto concime come cresce bene l’erba». Assieme agli affreschi a risentire del “restauro” è stato l’altare progettato nel 1940 da Giovanni Novelli di Gradisca d’Isonzo. Nelle riunioni delle commissioni Arte Sacra, quando si parla di Isola Morosini, viene menzionato l’altare e “gli intonaci”. Quanto concerne il destino degli affreschi non è dato sapersi, tanto che chi era presente alle riunioni in quegli anni non ricorda affatto i menzionati lavori.
Tornando alla “supplica” del Bartoli, la stessa prosegue non solo citando i vari lavori di rilievo nazionale e internazionale dell’artista, che, con monsignor Bugnini, aveva partecipato più volte ai lavori conciliari degli anni successivi agli affreschi, ma anche come le opere di Isola siano nate: «Quando ho curato quei lavori – prosegue Bartoli nella missiva datata 6 agosto 1988 – da allievo del Polvara, avevo solo una preoccupazione: di tradurre in forma decorativa quel che facevo, senza farsare e alterare la struttura delle pareti. Inoltre, per il mio amore sin da ragazzo all’ecumenismo, data la vicinanza con i popoli orientali, indulgevo a un certo bisantinismo. Concetti – prosegue Bartoli – che non ho rinnegato a distanza di anni e che il presidente della Pontificia commissione per l’arte sacra citato mi ha sempre approvato».
«Le auguro, se il popolo ci tiene a quei lavori e il parroco lo testimonia, di lasciarli in attesa di possibilità per un rinnovamento in futuro».
Una richiesta e proposta che non fu ascoltata. I lavori proseguirono e
don Sante Gobbi venne rimosso il 31 agosto 1989. A Isola l’
affaire affreschi è ancora vivo in chi ricorda. «Una signora, che era stata modella del Bartoli per Santa Maria Goretti, portando a spasso il nipotino poco tempo dopo i lavori, aveva trovato la chiesa aperta ed aveva voluto visitarla per mostrare al bambino il suo volto. Rimase sconvolta nel trovarla totalmente bianca», racconta Adriano Frate, all’epoca nel consiglio pastorale che, poi, si dimise in gruppo. Frate ricorda con nitidezza il momento, in un giorno infrasettimanale del 1988, in cui l’arcivescovo Bommarco si presentò nella chiesa parrocchiale annunciando i lavori: «L’arcivescovo si mise sui gradini dell’altare di San Marco e da lì indicò quanto andava fatto: “via il pollaio”, indicando le grate della cantoria, “via le balaustre” e, soprattutto, “via gli affreschi”. Alla supplica di don Sante gli rispose perentorio: “Taci, che sei un ignorante”».
Voce Isontina seguì l’evento della riapertura annunciandolo con un articolo nell’aprile 1988 ma liquidò la faccenda nella cronaca successiva con una semplicissima frase: «Numerose famiglie, anche non più residenti a Isola, sono rientrate in questa festa di famiglia. Un ritorno festoso perché tutti hanno potuto nuovamente rivedere
nella sua linearità la chiesa parrocchiale». Va da sé che la «linearità» citata dal settimanale diocesano altro non è se non la copertura quasi totale degli affreschi realizzati nel 1951.
A oggi,
di quegli affreschi, oltre che nella memoria degli isolani, rimangono solamente il Cristo buon pastore centrale,
San Marco evangelista con la chiesa di Isola e San Pio X, al quale il Bartoli aveva applicato l’aureola da santo prima della canonizzazione ufficiale. Dello Spirito Santo e di tutte le altre decorazioni non rimane che il bianco della nuova pittura: «
et super nivem dealbabor», così anche le pareti di Isola, anche se
alcune tracce riaffiorano dal bianco e, dopo più di trent’anni, lentamente si fanno rivedere. Forse un
intervento di restauro, stavolta pienamente conservativo, non possa farle ritornare allo splendore di un tempo. Ridonando alla comunità di Isola un tocco caratterizzante, essendo
le uniche, assieme a quelle del Villaggio del Pescatore, pitture del Bartoli esistenti in diocesi.
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