Quando, sin da bambino, partecipavo alla Rassegna d’arte campanaria a San Rocco di Gorizia, i rari momenti in cui una pausa inframmezzava una suonata da un’altra, sul campanile era normale sentir parlare in friulano e sloveno: le lingue degli scampanotadôrs. Anche la loro provenienza era piuttosto variegata, dalla Bassa friulana al Cormonese, dal Collio alla valle del Vipacco: in una parola sola, dal Goriziano, «la nostra patria comune» come diceva don Luigi Tavano.
Muovendo i primi passi, tra il 2006 e il 2007 per la creazione di un coordinamento diocesano tra i campanari, che sarebbe divenuto – con un processo partecipativo – associazione nel 2009, ci era sembrato naturale creare un logo e un nome in tre lingue. Nasceva così, su spinta di un gruppo di amici e con il sostegno non solo dei giovani ma anche degli anziani che avevano fatto la storia di questa tradizione, l’associazione “Campanari del Goriziano - Pritkovalci Goriške - Scampanotadôrs dal Gurizan”.
L’idea era quella di indirizzarci non solo all’attuale territorio diocesano, ma di spingerci più in là, rivolgendoci a tutto il Goriziano, compresa la parte ora in territorio sloveno, in particolare il Collio, le valli dell’Isonzo e del Vipacco. Un cammino iniziato, non a caso, con un grande raduno il 1º settembre 2007 al Santuario di Monte Santo: evento che resterà storico per numeri e per presenze di figure che hanno fatto la storia dell’arte campanaria delle nostre terre.
Negli anni non sono mancati, come in tutte le realtà associative, molti slanci e anche talune resistenze. Tra le esperienze fruttuose mi è d’obbligo citare il buon amalgama che si è verificato tra i più anziani e i giovani – aspetto non scontato – che ha fatto sì che la nostra realtà abbia potuto innestarsi su radici solide, ed evidenziare la buona collaborazione che in modo spontaneo si è progressivamente fatta strada tra le varie squadre.
Tra le iniziative più significative realizzate in questo tempo vi sono senza dubbio la Festa dei Campanari del Goriziano in settembre, itinerante ogni anno in una nuova località, l’esperienza di Campanili aperti che ha ormai dieci anni di storia e che ha visto un crescendo di partecipazione ed entusiasmo e le Scuole campanarie che consentono ogni anno di avvicinare nuove persone alla nostra realtà. Notevole anche la ristampa del volume di Ivan Mercina Il campanaro sloveno del 1926 in un’edizione tradotta in tre lingue che la rende unica nel suo genere.
Accennavo anche ad alcune resistenze che indubbiamente fanno parte del cammino: rappresentare una realtà che lavora su un territorio storicamente unito, ma oggi in due stati e diocesi diverse non è così semplice. Diverse sono le motivazioni: venendo a mancare le generazioni più anziane, che – almeno in città a Gorizia – conoscevano entrambe le lingue, paradossalmente tra i più giovani la comunicazione non è sempre facile e rappresenta un ostacolo a una collaborazione più stretta tra squadre di lingua slovena e di lingua italiana.
Un altro aspetto, cruciale, è una costante difficoltà da entrambe le parti del vecchio confine a cogliere la bellezza della pluralità nel nostro Goriziano, uscendo dalle logiche del “noi” e “loro”, e innestando un “Noi” condiviso. Se ci pensiamo bene la candidatura di Nova Gorica a Capitale europea della cultura è stata vincente proprio per l’affiancamento alla città di Gorizia.
Cogliere il “Goriziano unito” come un territorio dalle mille potenzialità non è ancora scontato: più volte mi è capitato di accompagnare qualcuno per la prima volta a scoprire dei luoghi vicini a casa ma sconosciuti perché al di là di un confine ormai più psicologico che reale.
Il nostro desiderio, ma ci deve essere una volontà comune anche a livello politico ed ecclesiale, è quello di crescere di più per ricostruire un tessuto condiviso di qua e di là della linea confinaria.
Nell’approssimarsi a questa occasione del 2025 le associazioni culturali che già lavorano a cavallo del confine, e che promuovono cultura solitamente sempre senza qualsiasi sovvenzione, sarebbe auspicabile siano coinvolte.
Uno dei nostri desideri sarebbe quello di poter creare un circuito di torri campanarie visitabili tra Gorizia e Nova Gorica, come avviene in molte capitali e anche in molti piccoli centri d’Europa: chiaramente ciò comporta qualche piccolo investimento, almeno nei campanili più rappresentativi come quello della cattedrale e di Sant’Ignazio, che verrebbe ripagato però, dal fatto di valorizzare e far conoscere una tradizione secolare, comune tra italiani e sloveni, e capace di affascinare oggi come un tempo, col suono dolce e grave delle nostre campane: un linguaggio davvero senza confini.◼