Quando mi sono avvicinato alla concattedrale di Nova Gorica, con le sue linee austere e grigie – lo dico fin da subito, non la mia architettura preferita, anche se figlia del proprio tempo – ho avuto come un insieme di emozioni e sensazioni contrastanti. Sotto al campanile, piccolo e umile in una città che, per la sua concezione, non lo aveva previsto, vi è il busto di Francesco Borgia Sedej. Alle sue spalle il Sabotino e il Monte Santo. Di fronte un noto casinò. Sedej, però, ha le spalle coperte, come si direbbe, da un santuario storico per la zona e dall’orografia locale e ha lo sguardo sicuro per il futuro. Si può dire che il memoriale di un arcivescovo – di Gorizia – che tanto ha combattuto per l’uguaglianza di lingue e culture, nella vicina Nova Gorica, in un’altra diocesi che è quella di Koper, parli da sé sulla necessità di lavorare ancora e con sempre più slancio per unire le comunità.
Noi – società comune ma anche cristiani, cattolici, umanisti, religiosi o laici – abbiamo altre incertezze e quello sguardo non lo possiamo replicare con semplice sincerità. Siamo preoccupati, e lo diciamo non solo dalle pagine che seguono, ma anche in conferenze e dibattiti, ai conoscenti e amici che incontriamo per strada. Siamo preoccupati per un futuro incerto sul piano geopolitico, economico e politico e, per il nostro «piccolo mondo», mutuando un Giovannino Guareschi non troppo fuori contesto, per quanto si avvicina tra poco più di due anni.
Il 2025 è una data su cui tutti, forse troppi, parlano, discutono, sproloquiano. Le orecchie di tutti ormai sono sature di sentire la locuzione “Capitale Europea della Cultura”, forse perché, ancora una volta, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Un confine, anche. Mettiamoci la difficoltà della lingua e, perché no, anche un po’ di cultura, seppur la cultura del Goriziano era ed è una sola. Figlia di mescolanze e di divisioni, rivalità, a volte, e di una storia che in pochi possono vantare di avere sulle spalle. Che perseguita istituzioni e associazioni, enti e sodalizi in ogni evento e che consente a chiunque di avere una propria idea su qualsiasi avvenimento storico il quale, proprio nel nostro territorio, svolge un ruolo decisivo e univoco: dividere e unire allo stesso tempo.
Noi – società comune ma anche cristiani, cattolici, umanisti, religiosi o laici – abbiamo altre incertezze e quello sguardo non lo possiamo replicare con semplice sincerità
Ossimoro? Forse. Ma l’anima o, per meglio dire, le anime del Goriziano sono tante e nel progetto del 2025 devono riunirsi, parlarsi e procreare indotto economico, culturale e sociale. In tutto ciò, mentre chi è già stanco di sentir parlare di questi argomenti, c’è chi si strugge perché vede e sente passare il tempo. E non nota nulla di nuovo. Ci sono i progetti, ci sono le idee. C’è chi scalpita per accaparrarsi un buon posto, magari non avendo del tutto i requisiti, e c’è chi sta a guardare con le mani legate. Tanti sodalizi attendono una convocazione, un cenno, anche solo un “no” chiaro e schietto.
In un periodo in cui c’è il vino nuovo che deve essere filtrato prima di essere servito ai banconi degli osti, con i residui della produzione e del mosto ancora presenti, sembra esserci la stessa necessità di un buon filtro che possa portare quel discernimento – termine anch’esso, seppur nobile, fin troppo abusato – in tutti i campi coinvolti dall’appuntamento del 2025. Che sono, in fin dei conti, quelli della società e, dunque, ognuno di noi.
In tutto ciò, dicevo, la necessità di dare una propria idea, una propria opinione e cercare di far comprendere che il mondo culturale cattolico c’è, esiste ancora, e ha ancora tanto da dire al netto di posizioni di singole realtà o associazioni. Un mondo che deve, però, anche unirsi e trovare un coordinamento. Nel rileggere le bozze mi sono domandato se il numero 87, forse, sia un po’ troppo “clericale”, come si accusano spesso alcune comunità di essere. Io penso di no, proprio perché se vi è l’esigenza di trovare punti in comune non solo tra comunità italiane e slovene tra due Stati, così come tra minoranze all’interno dello stesso Paese, bisogna partire anche da qualcuno che “pastore” – nel senso etimologico proprio del termine – lo sia realmente.
Proposte, analisi, idee e interviste che non si fermeranno di certo qui, ma proseguiranno anche nei prossimi numeri, seppur non con la forza di una copertina che parla da sé. Un sant’Ignazio che guarda le due anime oltreconfine, la scritta Tito sul Sabotino/Sabotin e Monte Santo/Sveta Gora/Monsanta. Un unicum di lingue e culture.
Se la società civile sarà in grado di soddisfare le richieste del 2025 sarà la Storia a stabilirlo. Noi – come redazione e come persone, prima di tutto, impegnate nella società che viviamo – tenteremo oggi e ancora di guardare e proporre, consci del ruolo, cambiato dal 1958 a oggi, che la nostra rivista ha e può avere in un contesto che va oltre la Città di Gorizia e che spazia dalle Alpi Giulie slovene al mare Adriatico. ◼