I ministri degli esteri jugoslavo Miloš Minić (sx) e italiano Mariano Rumor (dx) si stringono la mano dopo la firma degli accordi di Osimo, con cui si definiscono i confini tra i due Paesi in prossimità di Trieste.
Si è ricordata nei mesi scorsi la ricorrenza dei cinquant’anni dal Trattato di Osimo che, firmato il 10 novembre 1975 nella cittadina delle Marche dai ministri degli esteri Mariano Rumor e Miloš Minić, entrò in vigore poi nel 1977 dopo la ratifica da parte dei due stati contraenti. La stampa regionale e locale non ha mancato di ricordare l’avvenimento e oggi come allora le divergenti letture di quell’episodio ormai così lontano hanno confermato quanto controverso fu quel passaggio diplomatico. Da parte di chi scrive, si fanno proprie le riflessioni di due attenti osservatori, riportate sul Piccolo: l’ex sindaco di Trieste Franco Richetti per il quale «Osimo fu un passaggio delicato, ma necessario: la fine di una stagione di sospetti e l’inizio di un dialogo nuovo con l’altra parte del confine» e quella dell’ex europarlamentare del Pci Giorgio Rossetti: «Fu un atto necessario e positivo. Stabilizzava una frontiera ancora attraversata da tensioni e incidenti […]. Garantiva inoltre condizioni più favorevoli per le minoranze, dentro un quadro europeo che cercava di superare le logiche della guerra fredda».
Se la lettura dell’importanza e positività di quel trattato può oggi considerarsi diffusa e consolidata, al netto di posizioni minoritarie, è invece rimasto del tutto sullo sfondo ogni riflessione su cosa sia rimasto dello spirito di Osimo, sulle potenzialità rimaste inespresse e sulle prospettive future. Pur nell’ambito dei vincoli delle relazioni est-ovest durante la Guerra fredda, i territori di confine avevano saputo sviluppare relazioni bilaterali che in qualche modo anticipavano sia Osimo prima, che l’integrazione europea poi: già negli anni Sessanta i sindaci di Gorizia e Nova Gorica, Michele Martina e Jožko Štrukelj, avevano contribuito a distendere i rapporti tra le due città. A livello regionale e macroregionale, analogamente, gli anni Settanta e Ottanta avrebbero visto la nascita e lo sviluppo della euroregione Alpe Adria.
Da allora che ne è stato? Da un lato sono stati fatti passi avanti impensabili che hanno radicalmente mutato la geografia economica e politica del territorio: l’ingresso della Slovenia prima e della Croazia poi nell’Unione europea hanno inaugurato una libertà di movimento per persone e merci che ha radicalmente cambiato il mondo che ci circonda. Sul piano istituzionale, il Gruppo europeo di cooperazione territoriale GECT GO tra i tre comuni frontalieri di Gorizia, Nova Gorica e Šempeter ha inaugurato un’esperienza di successo nella cogestione di risorse e programmi anche complessi.
Gorizia non si è mai ripresa dal venir meno dell’economia di confine fatta di spedizionieri, logistica, dogana e via dicendo
Proprio questi successi consentono tuttavia di commentare con occhio critico le occasioni perdute. Alcune attengono alla mancata riconversione economica del territorio: Gorizia non si è mai ripresa dal venir meno dell’economia di confine fatta di spedizionieri, logistica, dogana e via dicendo. L’incapacità di individuare un sentiero di sviluppo alternativo ha varie cause, e va pure considerato che il tentativo di riconversione si è svolto in un contesto in cui è venuta meno anche quella particolare condizione per cui la città aveva goduto per quarant’anni del benefico status di “avamposto del capitalismo” davanti alla vicina Jugoslavia, con tutto ciò che ha significato in termini di attenzione da parte del Governo nazionale e cospicui investimenti e risorse (il cui lascito principale è, senza dubbio, il Fondo Gorizia, di cui peraltro nel 2026 si festeggerà i quarant’anni dalla legge 26 del 1986). Dopo di allora, non ha avuto successo né il tentativo di riconvertire la città come centro universitario, nonostante importanti investimenti infrastrutturali compiuti negli anni Novanta, né è emerso qualunque altra ipotesi. La Capitale europea della Cultura Nova Gorica – Gorizia rappresenta, per molti versi, l’ennesimo tentativo di offrire respiro alla città, auspicando che essa possa cogliere le nuove tendenze del turismo culturale e dello sviluppo dell’impresa creativa. La mancata riconversione economica rappresenta però un sostanziale fallimento della classe dirigente cittadina, che tuttavia forse a ben vedere non ci ha mai nemmeno seriamente provato, non riuscendo – consapevolmente o meno – ad abbandonare la visione della città come centro emporiale: e di vocazione emporiale ha parlato anche in tempi recenti lo studio elaborato da The European House – Ambrosetti per il territorio della Venezia Giulia ed Isontino, con un certo anacronismo. L’indebolimento economico di Gorizia, accompagnato dallo speculare successo del modello di sviluppo di Monfalcone imperniato sul binomio tra porto industriale e cantieristica – anche se a prezzo di un impatto sociale sotto gli occhi di tutti, esacerbato dalla strumentalizzazione politica della presenza di una numerosa comunità immigrata – ha peraltro alterato definitivamente i fragili equilibri socioeconomici tra Alto e Basso Isontino, esacerbando le ragioni di divisione nel territorio provinciale.
Sono purtroppo totalmente mancate ipotesi di uno sviluppo economico integrato transfrontaliero
Sono purtroppo totalmente mancate ipotesi di uno sviluppo economico integrato transfrontaliero, vuoi per scarsità di risorse vuoi per mancanza di idee: e anche i pochi progetti di cui si è discusso negli ultimi anni, quali la realizzazione delle nuove “lunette” in corrispondenza del collegamento ferroviario tra Gorizia-S.Andrea e Šempeter, procedono con esasperante lentezza.
Anche sul piano istituzionale, in realtà, e GECT a parte, si è costruito ben poco. Sempre più disinteressata la Regione nei confronti dell’area balcanica, sempre più stantii i tentativi di rinverdire l’Euroregione di illyana memoria, i rapporti Trieste-Lubiana si sono adagiati su una grigia ordinarietà, la cui colpa non è certo solo italiana. La fantasia latita, e nonostante la legislazione europea negli ultimi anni sia stata un’autentica fucina di invenzioni istituzionali tra macro-regioni europee, gruppi europei di interesse economico (GEIE) ecc., ben poco si è costruito nel nostro territorio: e soprattutto ben poco che riuscisse ad incidere davvero sul piano politico, istituzionale, economico, sociale. Chi scrive sostiene da tempo la necessità di un “Osimo 2”, un rinnovamento dei trattati bilaterali tra Italia e Slovenia che si ponga il problema pratico del superamento delle barriere normative ad una più intensa e concreta collaborazione transfrontaliera. Ma se far comprendere e digerire un simile orizzonte a Roma e Lubiana è già impresa improba, la spinta deve però innanzitutto partire dai territori interessati, i quali al momento non sembrano né consapevoli né dell’esigenza né pronti a immaginare quali potenzialità si potrebbero sviluppare.
È chiaro che centrale dovrebbe risultare la riflessione – che pure era ben presente nella mente delle classi dirigenti che di Osimo furono fautrici e che al Trattato aggiunsero un “Protocollo economico” – sullo sviluppo futuro del territorio frontaliero: ciò che la storia ha diviso, ingenerando anche scompensi nello sviluppo economico, l’economia stessa dovrà unire.
Le conseguenze del mutare delle condizioni geopolitiche della Guerra fredda, che pure Osimo preannunciava e che anzi la politica isontina aveva saputo anticipare in una fase particolarmente positiva, non sono state dunque gestite nel modo più efficace nei trent’anni successivi alla caduta della cortina di ferro. Lo saranno nel nuovo contesto geopolitico che vede l’Europa affrontare sfide esiziali per la sopravvivenza del progetto europeo?
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