Festosamente presentato l’11 maggio 2015 nella sede d’onore della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, il volume
Sei progetti per il territorio goriziano. Esperienze conservative e strategie d’intervento (a cura di Italia Nostra Onlus, Sezione di Gorizia, Gorizia, Grafica Goriziana, 2015, 174 pagine con varie illustrazioni), voluto e curato anzitutto dall’attuale Presidente, Maddalena Malni Pascoletti, (ed è sua l’ampia e ragionata introduzione delle pp. 7-9), rivela bene l’impegno culturale della Sezione goriziana di Italia Nostra, che nella storia della città compare, almeno come progetto, fin dal 1965 («Il Piccolo», 7 aprile 1965): ed è un progetto avviato con uno spirito costruttivo e propositivo, anche se le sollecitazioni dei primi tempi poterono sembrare lamentose e quasi reazionarie rispetto a progetti nuovi e apparentemente estranei all’identità culturale e mentale dei Goriziani, fin troppo “benpensanti”.
Sono proprio l’impianto e la stessa sostanza del volume che si presentano come coraggiosamente innovativi, avendo dato anzitutto grande spazio al contributo scientifico di ricerche condotte da laureati usciti dai corsi di Architettura o di Ingegneria civile dell’Ateneo triestino: un pretesto valido per l’uscita del volume è infatti derivato dalla volontà di far conoscere il valore di sei tesi di laurea di pochi anni or sono: tre sono state premiate (quelle di Silvia Grion, di Alessandra Monorchio e di Federica Montano), mentre sono state segnalate le rimanenti, quelle di Alessandro Morgera, di Michela Spangher e di Francesco Babich.
In un tempo, prevedibilmente molto lungo, in cui è venuta diminuendo la stima verso le tesi di laurea, specialmente verso quelle che concludono i corsi triennali, sorprende ed è gradita un’operazione che ha messo in luce i risultati validi raggiunti da alcune testi di laurea che affrontano progetti “di conservazione, restauro, riqualificazione e/o valorizzazione della storia, della cultura, del paesaggio e dei monumenti relativamente al territorio della provincia di Gorizia” (p. 8).
Traguardando questi contributi, pur molto vari dal punto di vista tematico e problematico, e inserendoli nella storia della ricerca scientifica squisitamente goriziana e isontina, si ha quasi la percezione consolante di un’apertura o addirittura di un ricupero di valori e di impegni altamente e nobilmente severi e affidati a principi fatti di responsabilità e quindi sostanzialmente etici, che definiscono nel modo migliore la cultura e la mentalità di estrazione mitteleuropea, quali traspaiono dalle figure di intellettuali e di storiografi attivi nel Goriziano e in modo evidente nelle opere da essi eseguite e affidate alla storia e all’identità stessa dal panorama goriziano o isontino impresso dalle istituzioni scolastiche e maturato in modi profondamente civili, sostenuti da una lunghissima tradizione.
Verrebbe voglia di dire che in queste e in simili operazioni si accerti, più che un riemergere di antiche esperienze, una continuità silenziosa o sotterranea ispirata e praticamente rivissuta attraverso la bontà degli insegnamenti.
Il volume appena uscito, oltre alle introduzioni (con scritti della Malni Pascoletti, di Guanluigi Chiozza, di Cristina Visintin, di Sergio Pratali Maffei, di Vittorio Foramitti e di Massimo Rocco) si compone di due parti principali: un
Ricordo di Mario Chinese invita anzitutto a ripensare alla figura e all’opera di questo architetto, che fu presidente della Sezione Goriziana di “Italia Nostra”: a lui infatti è intitolato il “Premio”che è stato attribuito ai sei architetti già menzionati.
La figlia, Damiana Chinese, ricorda che il premio “si è posto il duplice obiettivo di incoraggiare giovani professionisti a sviluppare e alimentare la coscienza storica del patrimonio architettonico e paesaggistico delle nostra provincia e di ricordare, nel contempo, una persona che per sensibilità personale e percorso umano e professionale, aveva fatto di tale consapevolezza la cifra caratteristica del proprio operare e del proprio modo di rapportarsi con il mondo” (p. 16). Altri spunti e pensieri, fatti di stima e di affetto verso Mario Chinese, sono espressi da Giulio Avon, da Francesco Castellan, da Luisa Codellia, da Luciana Boschin, da Angela Baissero Aguzzoni, da Maria Giulia Picchione e infine da Elisa Trani, che si sofferma in modo particolare sul Premio, nella sua storia, nei suoi significati e nei suoi valori.
Di ciascuna tesi poi il volume pubblica una sintesi e si sofferma sui contributi nuovi e sulle interpretazioni utili nello sviluppo ulteriore delle ricerche e di fatto, più che descrizioni dei monumenti studiati, sono edite proposte di interventi dal punto di vista funzionale e conservativo ma anche in ragione di nuove o ulteriori applicazioni e di aggiornamenti.
Può darsi che nell’elaborazione di ogni tesi ci fossero già rimandi a studi e a visioni di fondo e d’assieme, in modo specifico dovrebbe essere già stata inclusa la bibliografia utile e anzi indispensabile, ai fini di un inquadramento storico e soprattutto storico-formale.
E, a questo proposito, non tanto per accondiscendere a uno sfoggio erudito, bensì per fare uso di un metodo comparativo, che è fondamentale per l’intelligenza ragionevole e ragionata di ciascun monumento e di ciascun problema, sarà necessario integrare ciascuno studio riassunto ed edito con riferimenti a fenomeni e a documenti paralleli e contemporanei, specialmente se appartengono alla stessa cultura o stagione culturale e allo stesso ambiente umano, sociale e storico di ciascun documento monumentale preso in considerazione.
Potrebbe interessare la notizia che il panorama o “paesaggio lento” tra Aquileia e Grado (S. Grion) fu bonificato nell’età teresiana, ma gli interventi di allora si confusero con le non poche tracce della centuriazione romana di quasi due millenni prima (S. Stucchi in «Studi Goriziani», XII, 1949, pp. 77-94). Chiedono di essere inquadrati nella tipologia castellana il castello di Gradisca (A. Monorchio), e nei modelli non rari dell’architettura veneta dell’area goriziana, dalla villa Bosizio di Vogersko a quella di Piedimonte (cfr. M. Malni Pascoletti, in
Enciclopedia monografica del Friuli Venezia Giulia, Udine 1980, III, pp. 1677 e ss.) la villa Studenitz (F. Babich); lo stesso vale, in linea di principio, per la stazione di Redipuglia, da comprendere nel razionalismo degli anni venti e soprattutto trenta, anche indipendentemente dagli intenti propagandistici del regime (cfr. L. Damiani,
Arte del Novecento in Friuli, Udine 1982, pp. 191 e ss.; si aggiunga poi
Architettura a Gorizia: 1890-1990, in «Ce fastu?», LXVIII, 1992, pp. 195-232). Operazioni analoghe sarebbero utili anche per l’archeologia industriale documentata a Sagrado (F. Montano) e ai progetti per il “museo all’aperto” di Monfalcone (M. Spangher).
Questi e molti altri rimandi, tanto bibliografici quanto monumentali; permettono di alludere all’ampiezza e alla varietà dei temi e degli argomenti toccati dalle tesi in questione: non si vogliono rivolgere appunti negativi, ma proprio perché presuppongono tanti dati e si aprono a varie indicazioni in un orizzonte così complesso e suggestivo, queste tesi lasciano pensare e augurare altre ricerche e conclusioni di vario genere, similmente costruttive.
Facciata della stazione di Redipuglia, 1936, Fondo Adriano Cadel, Ronchi dei Legionari, Consorzio Culturale del Monfalconese, Fototeca
Villa Louise
