Le monarchie europee e la IIIa Repubblica Francese erano accomunate dalla teoria dell’imperialismo, dove pochi potenti decidevano del destino di molti tramite alleanze, accordi e patti segreti.
Dal 1870 le potenze europee si accordavano tra di loro sulla spartizione di terre e zone d’influenza prevalentemente in Asia, Africa e in Europa, operazione caratterizzata da un colonialismo senza scrupoli privo di morale, con le regole del business selvaggio. I potenti europei, dopo essersi messi d’accordo tra loro, aggredivano gli Stati africani o asiatici, e con la forza, portavano via loro prima la terra, poi la libertà e la dignità. Ogni stato europeo aveva la sua zona d’influenza o cercava di ottenerla alleandosi con questo o quello; il segno distintivo fra tutte le potenze europee era l’assoluta mancanza dei valori etici che l’uomo ha sempre cercato. Nelle rispettive patrie, queste logiche ciniche e aberranti venivano spacciate all’opinione pubblica per progresso, invadere militarmente un paese africano diventava “portare la civiltà”. Una stampa di parte, indirizzata a un lettore prevalentemente borghese fatta di nazionalismo esasperato, faceva il resto.
Il patto militare della “Triplice Alleanza” (1882) legava l’Italia a Germania e Austria-Ungheria, era un’alleanza militare voluta dall’Italia in funzione anti francese e dalla quale ottenne proprio dalla Francia la Libia era, contrapposta alla “Triplice intesa”. Sia la “Triplice Intesa” che la “Triplice Alleanza” servivano per spartirsi più territori possibili.
Accordi bilaterali culminati nel 1907, dove Francia, Gran Bretagna e Russia si legavano a due a due tra di loro, accordandosi sulle linee d’espansione coloniali in Africa, Iran, Afganistan, Cina (Tibet).
Effetto di questi accordi fu l’inasprimento dei rapporti tra l’impero russo e l’Austria-Ungheria per il dominio dei Balcani. Nel 1908, l’Austria, sfruttando il colpo di stato in Turchia, annette definitivamente al proprio territorio la Bosnia e l’Erzegovina con la benedizione di Germania e Italia. L’annessione imposta farà nascere il movimento irredentista slavo.
La politica Europea è riuscita a costruire un’enorme polveriera, basta una scintilla e salta tutto per aria, ma solo pochi se ne sono accorti.
Il 28 giugno del 1914 scocca la scintilla: Gavrilo Princip, armato dalla
Crna Ruka, movimento che voleva uno Stato serbo in cui parte determinante era la Bosnia ed Erzegovina, uccide a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo e sua moglie la contessa Sophie Chotek von Chotkowa; sull’auto oltre all’Arciduca e sua moglie si trovava anche Oskar Potiorek che poi divenne il comandante supremo delle forze austroungariche in Serbia. L’Austria-Ungheria, ritenendo il governo serbo correo dell’attentato, il 23 luglio 1914 darà l’ultimatum ai rappresentanti del Regno di Serbia.
La risposta all’ultimatum del Primo Ministro serbo Pasic non soddisfa gli austriaci che, sotto sotto, vogliono risolvere militarmente una volta per tutte il problema balcanico.
Il 28 luglio 1914, l’Austria-Ungheria invade il Regno di Serbia. L’invasione della Serbia ha come primo effetto la mobilitazione immediata dell’esercito Russo; la Germania, alla mobilitazione dello Zar, dichiarerà guerra all’impero Russo il 1 agosto 1914. Questo sistema di alleanze coinvolgerà Serbia, Russia, Francia, Gran Bretagna e il suo impero, successivamente Giappone, Stati Uniti e loro alleati da una parte, dall’altra parte Austria-Ungheria, Germania, Bulgaria, Turchia.
L’invasione alla Serbia innesca un “effetto domino” su gli stati europei legati tra di loro da accordi politici, economici e da alleanze militari tutti con fini imperialisti e colonialisti.
L’Italia, dopo aver contrattato segretamente con i due blocchi al fine di ottenere il più possibile da questa situazione, resterà neutrale sino al 23 maggio 1915.
Il Re Vittorio Emanuele III, tramite Il ministro degli Esteri Sidney Sonnino del governo Salandra già nel 1914 subito, dopo lo scoppio della guerra, iniziò segretamente le trattative per ottenere i maggiori profitti in termini di ampliamento dei confini italiani, coloniali ed economici, sia con la Triplice alleanza (alleanza militare tra Italia, Germania e Austria-Ungheria) che con la “Triplice intesa” (accordi bilaterali tra Francia, Gran Bretagna e Russia Accordi che Indirettamente tutelano anche la Serbia), l’una all’insaputa dell’altra. Il rilancio maggiore lo farà con un trattato segreto la “Triplice intesa” denominato “Patto di Londra”, offrendo Trentino, Tirolo, Venezia Giulia, altopiano carsico e isontino, penisola istriana con l’esclusione di Fiume, parte della Dalmazia, isole dell’Adriatico, Valona e Seseno in Albania, Adalia in Turchia (con tutto il carbone), la sovranità su Libia e Dodecaneso (isole greche, Dodecaneso significa “dodici isole”) .
Nel 1917 il patto venne reso pubblico dai russi. Considerando inaccettabile il metodo con cui l’Italia entra in guerra e gli accordi segreti presi con gli alleati, il presidente Woodrow Wilson (U.S.A.) nel suo discorso del 08/01/1918 (conosciuto come i “Quattordici Punti”) non riconosce il “Patto di Londra” bocciando le richieste dell’Italia sull’Istria e la Dalmazia e sulle mire imperialiste italiane sul bacino carbonifero di Adalia in Turchia (che sicuramente avrebbe causato un’altra guerra con la Turchia).
Finita la guerra, la demagogia italiana con gli stessi sistemi, ma più perfezionati, utilizzati nella Prima guerra mondiale inventerà la “vittoria mutilata” prodromo per la Seconda guerra mondiale.
«Tornerete nelle vostre case prima che siano cadute le foglie dagli alberi»: tutti erano convinti che la guerra (1914-18) sarebbe durata qualche mese, tutti si sentivano superiori, tutti avevano la certezza di vincere, o meglio, era interesse di alcuni che occupavano posizioni di rilievo e volevano trarre dalla guerra dei profitti, dare al proprio popolo l’illusione di un conflitto inevitabile, eroico e soprattutto breve. “Per tentare di convincere normali cittadini a uccidere e farsi uccidere, venne dato ampio spazio all’ideologia del nemico assoluto, alla solidarietà virile, al mito del combattente.” (vedi “I dannati dell’Asinara” di Luca GORGOLINI)
Gli organi d’informazione dell’epoca prevedevano la fine del conflitto per il Natale 1914.
Le truppe in partenza per la “bella guerra” venivano festeggiate in pompa magna, non restava altro che attendere alcuni mesi e ognuno di questi soldati sarebbe ritornato alla propria famiglia con tante cose epiche da raccontare.
L’evolversi degli eventi bellici cancellò subito l’illusione il veder ritornare a casa per Natale il proprio valoroso soldato, iniziò l’attesa di notizie dal fronte con la speranza di vederlo ritornare vivo un giorno, attesa che diventerà lunga e interminabile. La guerra mondiale come tutte le guerre è stata uno “tzunami” che ha fatto tabula rasa di tante vite distruggendo decimando sterminando tutto quello che toccava o sfiorava.
Soldati degli opposti fronti che partivano erano costretti a sacrifici inenarrabili; morti, feriti, prigionieri, dopo le battaglie diventavano statistica per gli alti comandi, mentre per le famiglie di questi soldati la statistica militare era tragedia.
La gioia di madri, padri, fratelli, mogli e figli che vedevano tornare vivo dopo anni il proprio caro, finita la guerra, metteva in secondo piano i sacrifici patiti per cinque anni (quattro per l’Italia) in contrapposizione alla disperazione delle famiglie i cui cari non sono più tornati o che sono tornati mutilati nel corpo e/o nello spirito.
La stampa dava comunicazioni dove gli eufemismi si sprecavano: “i feriti si lamentavano non per le ferite riportate ma perché non potevano più combattere”; "caduto per la Patria"; "ha offerto il proprio petto al piombo nemico"; "Patria, disse esalando l’ultimo respiro", ecc. ecc.
La stampa definisce la Guerra come la: “bella guerra”.
Una retorica spregevole nelle comunicazioni copre una realtà terribile fatta da una parte di patti segreti e “interessi particulari” politici e militari, e, dall’altra, di corpi maciullati, arti strappati, giustizia sommaria, decimazioni, stragi di civili, donne impiccate, bambini trucidati, villaggi bruciati, sangue, dolore, fame, tanta fame per tutti anche per chi era rimasto a casa. A prescindere dalla bandiera, ovunque andassero le truppe lasciavano una scia di sangue e disperazione inimmaginabile. Con le prime ostilità subito inizia l’eliminazione fisica di donne e bambini ordinata da chi comanda (vedi. “Come gli Austro-Ungheresi hanno fatto la guerra in Serbia” di R.A. Reiss ed.1915)
La vita di questi soldati è stata demolita, resa disperata da logiche ciniche e aberranti di chi comandava e aveva in disprezzo la vita degli altri; il nazionalismo esasperato serviva a coprire l’interesse di chi comandava, e se la fine di questi soldati è la morte, la loro sepoltura sarà qualche fosso sconosciuto.
Per l’Italia vincitrice, i soldati di lingua italiana, friulana, bisiaca, slovena, tedesca che vestivano la divisa austro-ungarica delle zone di Trieste e Gorizia diventate italiane, non sono mai esistiti.
Non solo i soldati autoctoni A-U morti non esistevano ma soprattutto i vivi. Una pratica della nuova amministrazione statale è stata l’epurazione culturale nei confronti della lingua tedesca e slovena. Politici, religiosi e insegnanti di lingua, cultura, tradizioni tedesche o slovene vennero allontanati dalle loro terre (vedi mons. Luigi Faidutti).
L’amministrazione italiana osteggiando la pubblicazione di giornali in lingua tedesca o slovena, bruciando gli edifici deputati alla cultura slovena, non assumendo nella pubblica amministrazione, e, non dando spazio a situazioni di sviluppo economico per queste etnie, obbligava sloveni e tedeschi autoctoni ad andarsene in Austria o in Jugoslavia. Molti che abitano in queste zone hanno avuto il nonno e/o il bisnonno nell’Esercito Austro-Ungarico, alcuni avevano una parte di parenti inquadrati nell’Esercito Italiano e una parte in quello Austro-Ungarico.
Dal 1918-20 e poi successivamente con il “ventennio” ma anche dopo, chi comandava ha cercato sempre di estirpare la cultura tedesca e slovena dal “goriziano”. Questa politica demenziale che ha causato solo odio e lutti è stata rotta intelligentemente e coraggiosamente nel 1965 dal progetto di iniziative storiche e culturali comune agli Stati dell’ex Austria-Ungheria che ha come antesignano il gruppo di persone vicine intellettualmente a Michele Martina, comprendendo che la pace tra i popoli si raggiunge solo riconoscendo le diversità come ricchezza, Martina fonda l’I.C.M. (Incontri Culturali Mitteleuropei), per divulgare studio e cultura indispensabili alla pace, trovando risposta in Slovenia, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia da uomini altrettanto coraggiosi, inizia in questo modo un percorso assieme agli altri fatto di comprensione e onesta intellettuale che ha per scopo la pace. Si tratta di un percorso tutto in salita anche perché la guerra è scoppiata da un pezzo come dice il Papa Francesco: - «sono convinto che noi stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzi, a capitoli, dappertutto. Dietro questo ci sono inimicizie, problemi politici, problemi economici».
“Anche una croce si è negata a chi ha perduto.” scriveva Celso Macor nel 1994. Mia nonna Vittoria (Viktorija) figlia del Landwehr Viktor BIZIN, ha conservato come reliquie una cartolina postale scritta da Ronchi (divenuta poi dei Legionari), una da Gorizia due giorni prima della partenza per il fronte serbo, prima di essere fatto prigioniero, partecipò alle battaglie della Drina e della Kolubara, le cartoline postali dalla prigionia di Niø (9 cartoline) e dall’Asinara (2 sue + 2 delle figlie), due foto di suo padre in divisa austro-ungarica, una foto della moglie Marija SEDMAK, un taccuino. Viktorija ha lasciato queste documentazioni a sua figlia, mia mamma, Renata Cirese-De Vittor. Quando la mamma parlava di suo nonno che non aveva mai conosciuto, traspariva tangibile il profondo affetto che nutriva nei confronti di quest’uomo; ne parlava accarezzando questo pacchetto di lettere e foto, lo struggimento era tale da riempirle di lacrime gli occhi. Questo pacchetto, dopo la dipartita di mia mamma, diventato anche per me una reliquia, che ho controllato carta per carta.
Le informazioni famigliari relative a Viktor, sono tramandate dalla figlia Viktorija che subito dopo la morte di sua mamma Marija Sedmak avvenuta il 04/04/1916 a S. Croce, venne messa nel collegio delle suore di Lubiana assieme alla sua sorellina Nada, di 8 anni (non conosco le cause della morte della mia bisnonna Marija Sedmak, ma non è escluso che dipendano indirettamente dalla guerra). Viktorija ricevette comunicazione della morte del padre in collegio, quando aveva 14 anni.
In famiglia è sempre stato tramandato che Viktor era del 97° Landwehr dopo un mese di battaglie venne fatto prigioniero dai serbi; consegnato agli italiani, il 21 dicembre del 1916 muore di tifo petecchiale nel campo di concentramento dell’Asinara. Nella ricerca iniziata alcuni mesi fa ho trovato il nome di Viktor Bizin a pag. 7 della Verlustliste (lista delle perdite) n° 504 del 19/12/1916 dal quale risulta che era inquadrato nel 5° Landwehr e risulta prigioniero all’Asinara. La Verlustliste n° 504 è l’unico documento ufficiale di Viktor. Non avendo trovato altri documenti ufficiali che attestino prigionia e morte di Viktor, penso che Viktorija, ricevette a voce la comunicazione della morte del padre assieme al pacchetto di lettere arrivate in qualche modo dall’Asinara; questa ipotesi è avvalorata dal fatto che nel corso di tanti anni mia nonna ha cercato queste informazioni scrivendo varie volte alle autorità chiedendo il certificato di morte e dove fosse la sepoltura di suo padre il Landwehr Viktor BIZIN, per portare un fiore e per dire una preghiera. Altrettanto fecero mia mamma Renata Cirese-De Vittor, e sua sorella, mia zia Nada Cirese-Del Sal. Risposte concrete dalle autorità non ci sono mai state. Sembrerebbe che il Landwehr Viktor BIZIN sia sparito nel nulla, inghiottito all’Asinara.
Un anno fa circa incuriosito dal titolo acquistai il libro “I dannati dell’Asinara” di Luca Gorgolini, L’autore fa pienamente luce sulla storia dei prigionieri austroungarici in mano serba, passati poi agli italiani e concentrati all’Asinara. Citando le fonti delle informazioni, il libro rimanda alla lettura di altri testi, (mi riferisco alla “RELAZIONE DEL CAMPO DI PRIGIONIERI COLEROSI ALL’ISOLA DELL’ASINARA NEL 1915-16” del comandante del Presidio generale Giuseppe Carmine Ferrari e a “Come gli Austro-Ungheresi hanno fatto la guerra in Serbia. Osservazione di un neutrale” 1915 dello svizzero Rudolph Archibald Reiss). Dopo la lettura de “I dannati dell’Asinara”, il taccuino e le lettere scritte da Niø e dall’Asinra hanno un altro valore. Il sistema di censura militare fa capire perché le cartoline postali sono scritte in modo banale, cioè per farle arrivare a destinazione, pena i righi di china o la distruzione della lettera. Tutto questo in un contesto dove era difficile trovare penna e calamaio, inoltre scrivendo che sta bene non mette in stato d’agitazione la sua famiglia, anche il taccuino era sottoposto a controllo (vedi sequestro dei taccuini pag. 464-465 nella “RELAZIONE ...” del Ferrari) visto che è stato scritto in modo quasi asettico.
La serie di date e nomi di luoghi riportati nel taccuino di Viktor, trovano corrispondenza ne “I dannati dell’Asinara”. Il quadro che ne risulta è spaventoso, le dimensioni di fame, sofferenza, cattiveria, cinismo e morte sono apocalittiche.
Sposato con due figlie piccole, la stessa chiamata alle armi è stato un dramma: partito da Gorizia raggiunge le zone di combattimento ad Han-Pijesak si troverà sempre a passare da una situazione tremenda ad un’altra: villaggi bruciati, combattimenti, riposi nella neve, prigionia a Nis, fame, “marcia della morte” dove moriranno 16.000 prigionieri, colera, trasporto all’Asinara con la nave “Re Vittorio” moriranno 566 durante la tratta Valona-Asinara, le dieci navi utilizzate per il trasporto ebbero 2000 morti. Viktor è malato viene ricoverato all’addiaccio sotto una tenda; in alcune settimane all’Asinara muoiono altri 4000 prigionieri. Guarisce, si riammala e viene operato (si può intuire in che modo), supera anche questa prova. Nella prigionia ha notizia della morte della moglie Marija, non sa nulla delle figlie Viktorija (12) e Nada (7 anni), nonostante venga chiamato per andare in Francia, non viene fatto partire. Per due anni supera situazioni spaventose. Di tragedia in tragedia, alla fine non c’è la fa più. Debilitato nel fisico e nello spirito muore all’Asinara.
Viktor sulla terra è stato condannato all’inferno da attori dilettanti con la brama del potere assoluto, privi del rispetto della vita (degli altri). Per sapere cosa vogliono queste multinazionali dell’epoca, basta leggere i trattati che stipulano tra loro basati tutti sulla spartizione delle ricchezze del mondo aggredendo e schiavizzando i popoli più deboli. Per raggiungere le loro ambizioni non hanno nessuna remora a causare un disastro planetario. Il copione verrà ripresentato venti anni dopo, comparse diventate primi attori, interpreteranno i falsi profeti riproponendo fame, dolore, odio, distruzione e morte, ma questa volta gli effetti speciali saranno ancora più terribili.
I resti di Viktor probabilmente sono stati gettati nell’ossario del campo di concentramento all’Asinara.
Cartolina postale del 4 settembre 1914: K.K.G.S. - Grenzschutz Komp 2/7 Ronchi. - Viktor Bizin è al centro con il fucile in spalla
Traduzione del retro della cartolina: Ricordo del periodo di mobilitazione, anno 1914, Vi manda Vostro Papà Viktor