La ricorrenza del primo centenario dall’inizio del primo conflitto mondiale può, per certi versi, quasi esigere la scelta di questo tema, pur nella consapevolezza di fronteggiare una sovraesposizione mediatica per almeno 4 anni ancora. D’altronde, un Istituto come gli Incontri Culturali Mitteleuropei, da quasi un cinquantennio impegnato a ricercare percorsi di cultura e di pace, non poteva rifiutare l’occasione presentata da questo anniversario per aprire un confronto serio, lontano da qualsivoglia strumentalizzazione retorica, nell’ambito della cultura umanistica propria di questa porzione di continente europeo, tanto segnata dagli eventi di cent’anni fa. Il 48. Convegno annuale ICM è stato dedicato al tema de La Grande Guerra e la crisi della civiltà mitteleuropea, affrontato però a prescindere dalla collaudata impostazione politica, militare e diplomatica, per privilegiare la storia culturale nell’accezione più ampia secondo le più aggiornate prospettive metodologiche e interdisciplinari. L’evento ha ottenuto prestigiosi patrocini, a cominciare dall’alto patronato del presidente della Repubblica italiana, della Provincia, delle ambasciate dei Paesi coinvolti, dai soggetti istituzionali finanziatori (Regione FVG, Fondazione Ca.Ri.Go., CCIAA di Gorizia APT Gorizia) e collaboratori (tra i quali ricordiamo l’associazione “Amici di Castelnuovo” di Sagrado e gli Artisti Associati di Gorizia).
Per tre giorni, dal 20 al 22 novembre 2014, una ventina di studiosi italiani e stranieri (provenienti da Austria, Romania, Slovenia, Ungheria) ha sviluppato un originale e approfondito percorso, articolato in cinque dense sessioni. La vastità del tema prescelto ha suggerito l’ampliamento del tradizionale impianto convegnistico, affiancando alla lettura delle relazioni due coinvolgenti spettacoli serali dove la musica e la rappresentazione drammatica hanno dato voce alle vittime della tragedia che Benedetto XV definì
“suicidio dell’Europa civile”: il primo, giovedì 20 novembre, nella cornice del palazzo Lantieri, a cura di
Quirino Principe che ha interpretato tre Melologhi, con l’accompagnamento di brani composto da F. Liszt, C. Debussy e F. Nietzsche, interpretati al pianoforte da una bravissima
Barbara Magnoni; il secondo, nella serata di venerdì 21, che ha comportato la trasferta dei convegnisti e di un nutrito pubblico alla villa Ungaretti di Castelnuovo (Sagrado), ospiti dell’Associazione Amici di Castelnuovo, con l’introduzione di Roberto Covaz e l’esecuzione della
piéce teatrale “Attimi lunghi come il sospiro”, a cura di
Walter Mramor e dei suoi Artisti Associati, su testi, tra gli altri, del poeta G. Ungaretti, che nel 1916 - come s’è già avuto modo di ricordare in un precedente intervento - proprio sul fronte carsico combatté e si cimentò nelle prime prove poetiche in quel drammatico frangente, sperimentando un’evoluzione artistica, etica ed umana, come
Maria Cristina Benussi ha rilevato nel proprio contributo scientifico.
La prolusione di
Quirino Principe ha quindi tracciato un affascinante
excursus sulla civiltà europea prima e dopo la tragica cesura del 1914-18, che ha accentuato i punti di continuità e quelli di non ritorno.
Tra i temi di fondo, un ruolo primario ha giocato la lotta per la preservazione della pace negli anni antecedenti il conflitto:
Anna Paola Laldi ha ricostruito l’appassionata battaglia antimilitarista condotta da pacifisti del calibro di Bertha von Suttner - tra i primi a denunciare la militarizzazione anche dell’aria con l’uso bellico della nascente aeronautica - e del suo amico Alfred H. Fried, lui pure Nobel per la Pace (1911), svelando, però, anche il fallimento del pacifismo della II Internazionale Socialista, scorrendo il suo diario di guerra analizzato da
Francesco Pistolato.
Analogo atteggiamento assunsero i cattolici, i quali, a parte pochissimi casi isolati, si schierarono compatti a favore delle rispettive cause nazionali, per dimostrare, dopo le lacerazioni e i contrasti ottocenteschi con i governi liberali e democratici (Italia e Francia in particolare), d’essere buoni cittadini quanto, se non più, degli altri. Non ebbe seguito immediato l’esortazione di Benedetto XV dell’agosto del 1917 a por fine all’“inutile strage”, vero e proprio suicidio dell’Europa, un’espressione, quest’ultima, poi ripresa e resa celebre da Stefan Zweig, un altro dei grandi pacifisti a ragione menzionati nel corso del convegno.
Per quanto riguarda l’atteggiamento della Santa Sede durante il conflitto,
Gianpaolo Romanato ne ha efficacemente illustrato l’indefessa opera a favore della pace, osteggiata dai vari governi, che non l’ostacolarono soltanto laddove s’era occupata di assistere le popolazioni civili ed i prigionieri di guerra, ignorandola, tuttavia, sul versante diplomatico. I parlamentari austro-italiani a Vienna, negli anni di inazione dell’assiste parlamentare asburgica, svolsero un impegno analogo dedicato al soccorso delle decine di migliaia di profughi trentini e giuliani deportati nelle regioni interne della monarchia per essere sottratti alla furia delle operazioni militari dai vari fronti (comunicazione di
Maddalena Guiotto).
Un altro argomento ampiamente discusso è stato lo snodo rappresentato dalla crisi e dalla successiva scomparsa dei secolari stati multinazionali (Austria-Ungheria, Russia, impero ottomano) dinanzi all’affermarsi del principio nazionale, affermatosi nell’Ottocento e giunto a maturazione proprio con la Grande Guerra, che tanti disastri avrebbe provocato con l’indiscriminata applicazione di tale modello politico.
A peggiorare ulteriormente tale quadro, con la crisi del 1914-18 tramontò definitivamente il concetto secolare del “concerto delle potenze”, compartecipi d’un medesimo sistema diplomatico, che potevano scontrarsi, vincere o perdere, però restando sempre all’interno di esso. Fondato su un sostanziale equilibrio internazionale, garantito dalla presenza d’uno stato
Balancer o equilibratore, (intervento di
Alberto Gasparini), quale per secoli era stata l’Inghilterra, tale concetto venne meno per dar luogo ad uno scontro percepito in termini di crociata del Bene contro il Male, della civiltà contro la barbarie, risoluta a umiliare una volta per tutte l’antagonista per eccellenza, la Germania. Alla conferenza della pace di Versailles, nonostante le promesse dei famosi 14 punti di Wilson, il Reich tedesco si vide imporre un insensato
diktat, che poneva le premesse per una guerra di rivincita, come l’oculata relazione di
Georg Meyr ha opportunamente rilevato. Anche
William Klinger, tragicamente scomparso poco più di un mese dopo, ha esposto gli esiti della sua recente ricerca sul ruolo segreto e palese giocato dalla diplomazia britannica e russa all’interno dello scacchiere diplomatico e politico prebellico dei Balcani, polveriera d’Europa. La visuale strategica e le sue applicazioni tattiche da parte dell’apparato diplomatico italiano hanno guidato la riflessione di
Ferdinando Sanfelice di Monteforte, che ha reso materiale utile al confronto con quanto precedentemente esposto da
Rudolf Dinu nel merito dell’oscillante condotta della Romania tra vecchi e nuovi alleati, tra la lealtà verso agli imperi centrali e la lusinga di ampliare i propri confini per realizzare l’unità nazionale promessa dall’Intesa.
In questa tragica vicenda una parte notevole fu interpretata dagli intellettuali e dagli artisti, impegnati, nella maggior parte dei casi, a favore della guerra, letta come momento evolutivo e purificatorio del genere umano (il contributo di
Fulvio Senardi, dedicato ai giuliani irredentisti legati alla
Voce di Firenze), non senza azzardare un atteggiamento “tracotante”, atavico rimando alla greca hybris, così come ha acutamente puntualizzato
Marco Maria Tosolini.
L’illusione si sarebbe presto scontrata con la brutalità del reale: vi sarebbe stato, peraltro, chi già durante il conflitto avrebbe avuto il coraggio di denunciarne la follia e l’orrore. Ecco l’autore sloveno Preæihov Voranc, che in
Doberdò - oggetto d’una puntuale e lucida analisi di
Vesna Cunja - raccontò la propria esperienza sul fronte carsico, dove maturò e si rafforzò il suo pacifismo e antimilitarismo socialista, mentre la relazione di
Szabò Gyo˝ zo˝ ha presentato
Il romanzo del secolo venturo, dello scrittore magiaro Jòkai Mòr, vera e propria opera di fantapolitica, uscita nel 1874, in cui si descriveva con notevole preveggenza una guerra che sarebbe scoppiata nel 1950, con l’uso dei più sofisticati armamenti moderni, inclusi aerei elettrici.
Una lungimiranza riscontrabile - seppure in altri termini - nell’opera dell’ebreo triestino Angelo Vivante, autore di uno studio pionieristico sul dirompente effetto dell’irredentismo adriatico, al di là di ogni discorso retorico e slegato dalla realtà socio-economica, da un punto di vista retrospettivo di scottante trasparenza, tratteggiato da
David Macculi. Gli ideali introdussero lacerazioni ma non sempre giunsero a frantumare le identità plurali fondate sulla fede dei padri, come
Mauro Tabor ha rilevato nel ripercorrere le vicende dei combattenti ebrei triestini sui vari fronti della monarchia. Non sono mancati neppure contributi al pari di quello portato da
Ivano Cavallini, che, prendendo in esame le raccolte di canti di trincea di Cesare Caravaglios, ha svolto interessanti considerazioni sul folklore popolare italiano e sui correlati studi tra Otto e Novecento.
Lo sforzo complessivo dei partecipanti al convegno ha declinato da diversi punti di vista - incluso quello del cinema, dall’innegabile potenza evocativa -, “il dolore della guerra”, come s’è espresso Ermanno Olmi in un’intervista a proposito del suo bellissimo
Torneranno i prati, appena uscito nelle sale italiane, che è una magistrale rappresentazione della sofferenza dei soldati in uno sperduto avamposto alpino, emblematica di quella dei tanti milioni di giovani, i cui anni, parafrasando il titolo d’un noto film di Peter Weir del 1981, furono inutilmente spezzati nelle trincee d’Europa.
Fulvio Salimbeni ha lanciato l’idea di chiamare a raccolta gli storici dell’ultima generazione per affrontare assieme la redazione di un manuale di storia della grande guerra a più mani, evitando la logica delle contrapposizioni nazionalistiche. Quale superamento dei contrasti che hanno determinato tante tragedie nel secolo appena trascorso è davvero oggi possibile? Per dare una risposta a questa domanda tutt’altro che scontata,
Andrej Capuder ha tratto da quella summa di conoscenza che è la Commedia dantesca il richiamo all’universalismo che sa comporre le differenze senza sopraffarne alcuna, superando così la necessità dei muri dentro e fuori ciascuno di noi.
Per la prima volta nella storia dei convegni ICM si è voluto concludere con un segno di attenzione diretta a chi sarà protagonista del futuro: l’ultima sessione, dedicata al Confronto tra generazioni, è stata caratterizzata dalla partecipazione di scolaresche delle scuole secondarie superiori (polo liceale ISIS “Alighieri” di Gorizia) e dei responsabili dell’Associazione 47/04, del Blog “Viaggio al Fronte” del Corriere della Sera e di “Most - East Journal”, rivista on-line, che hanno dato vita a un ampio e stimolante dibattito, durante il quale sono stati presentati progetti internazionali di ricerca su come il ricordo della guerra è vissuto oggi da italiani e sloveni, magiari e romeni, scelti come casi campione di un’indagine sul sempre delicato problema delle diverse memorie a confronto tra popoli finitimi, allora trovatisi su fronti opposti.
Considerato il successo di pubblico e le esortazioni, giunte da più parti, a perseverare - con modalità rinnovate - nell’impegno dell’alta divulgazione a servizio della cultura mitteleuropea, ICM si appresta a celebrare i suoi “primi” cinquant’anni. Gli ambiziosi traguardi che l’attività sociale si pone per il 2015 (
in primis l’imminente avventura degli Incontri Musicali Mitteleuropei nell’ambito dell’Esposizione Universale di Milano) indicano che l’aspettativa è alta. Il comune auspicio è quello di vincere una sfida iniziata nel 1966 e non ancora conclusasi.
Pubblico e partecipanti al Convegno presso l’azienda agricola Castelvecchio di Sagrado
