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HOME > Articoli e notizie:Profilo internazionale dell’esperienza goriziana

Profilo internazionale dell’esperienza goriziana

di Francesco Russo, senatore PD

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Ogni volta che mi avvicino alle figure che in qualche maniera hanno segnato i primi anni della vita politica e sociale del nostro territorio, della nostra Regione, le guardo con gli occhi di oggi, di un senatore che ha l’orgoglio di definirsi cattolico-democratico e che è cresciuto leggendo e abbeverandosi ad una mitologia di una generazione che ha davvero costruito su macerie non solo il benessere di questo territorio, ma un’idea avanzatissima di Europa.
 
Noi non dobbiamo aver timore a definire questo il più grande successo istituzionale mai realizzato a memoria d’uomo. Lo dico per Michele Martina, così come altri pari politici a cui ha guardato la mia esperienza di giovane impegnato nel mondo della cultura, del volontariato e poi della politica; penso a Corrado Belci, unito a Martina dalla condivisione delle prime esperienze politiche verso il superamento di quella esperienza terribile che è stato l’immediato secondo dopoguerra con le foibe e con l’esodo.
 
Esperienze umane e sociali che entrambi seppero in qualche maniera sublimare rispetto ad una dimensione di diffidenza e di chiusura, addirittura ribaltandola in una capacità persino inusitata per i tempi di apertura che andava ben oltre la sensibilità dei loro contemporanei.
 
Quella generazione, perfino difficile da raccontare ai giovani che oggi si avvicinano alla politica, ci consegna un profilo di idealità, di trasparenza, di generosità, incomprensibile nei tempi in cui viviamo e rispetto ai quali la politica ha purtroppo, nonostante l’impegno di tutti noi, una patina di poca credibilità.
 
Ricordo di Corrado Belci un volume in cui ripercorre le vicende dei popolari di De Gasperi a Trieste ed è incredibile ricordare come quelle persone passarono tutte per esperienze dolorosissime e difficilissime, in cui misero a repentaglio la propria vita: molti furono incarcerati, molti vissero il dramma della tortura e quello dell’esodo.
 
Era una generazione che era animata, anche nel proprio impegno pubblico, soltanto dal rispondere con un di più di generosità e un di più di sogno per un mondo diverso e più giusto.
 
Per i giovani a cui racconto queste esperienze è inimmaginabile che chi abbia pagato così duramente con la propria vita un impegno per la libertà, poi si metta in politica. Tornare a queste figure ci dice oggi ad esempio la necessità di recuperare quell’urgenza, quell’impegno generoso, rispetto ad un tempo di crisi, che oggi è molto diverso ovviamente dalla generazione che usciva dalla guerra, ma che grazie a quell’urgenza è stato in grado di sviluppare un salto di qualità.
 
E l’altro aspetto che è bello ricordare (ho una sincera invidia per le donne e gli uomini di quel tempo) è che sicuramente tra di loro litigavano, con scontri anche molto duri, in cui il tema ideologico scaldava il dibattito pubblico molto di più di quanto faccia oggi, però c’era reciproco rispetto soprattutto perché si condivideva un percorso che oltre ad essere politico era personale.
 
Questa generazione è segnata dall’Europa; in particolare l’essere democratico cristiano in quegli anni significava tenere marchiate sulla propria pelle gli ideali europei.
 
Da quando mi è capitato di occuparmi di politica e di Europa per le cose che anche come studioso ho provato ad approfondire, ho constatato che all’origine dell’esperienza europea ci sono tre uomini in particolare, Schuman, Adenauer e De Gasperi, che non erano soltanto uniti dalla comune militanza democratico-cristiana, ma anche da una straordinaria idea condivisa d’Europa, che è modernissima oggi.
 
Ancora oggi proviamo a fare delle cose che non riuscirono a loro, ad esempio la politica comune europea di difesa, che arrivò a pochissimo da una votazione di assemblea nazionale francese e che probabilmente avrebbe accelerato la storia dell’Europa in maniera incredibile, considerati i molti problemi che oggi viviamo ancora.
 
Quelle tre persone erano nate e cresciute al confine, erano tre politici formatisi nei loro convincimenti attraverso la fatica ma anche la positività di ragionare con il cervello diviso in due lobi capaci di dialogare, capaci a loro volta di far dialogare parti diverse. Quella è la caratterizzazione che accende in quei tre uomini un’urgenza rispetto a quell’idea di Europa dei popoli, capace di superare due tragedie immani che nascevano in questo continente ed erano state alimentate dalle divisioni di questo continente.
 
Credo che anche per Martina, come gli altri protagonisti che abbiamo ricordato, l’essere uomo di confine, vivere a cavallo di un confine che è rimasto per molti anni il problema della questione orientale, abbia costituito un fattore essenziale della sua esperienza politica oltre che umana e culturale.
 
Questo è un lascito che sicuramente appartiene alle pagine più nobili di quella che poi è stata la costruzione europea e ha dato delle intuizioni straordinarie, sulle quali ancora noi oggi vivacchiamo, non essendo capaci di vivere con la stessa intensità, lo stesso coraggio: ci siamo accoccolati sull’Europa così come l’hanno costruita questi grandi nostri padri. Però questo è il lascito ed è straordinariamente attuale.
 
Ci chiediamo oggi assieme cosa Gorizia possa essere nella prospettiva dell’Europa, partendo proprio dal fatto che Gorizia è stata segnata nella sua identità con un punto di non ritorno; un’eredità straordinaria, che appartiene a poche generazioni politiche.
 
Michele Martina e i suoi contemporanei hanno radicato la cultura di Gorizia dentro questa dinamica, mettendone in rilievo il ruolo di crocevia, di ponte di dialogo tra popoli, culture e religioni. È chiaro che Gorizia, come tante altre realtà, come forse la nostra regione, vive un momento di difficoltà, in cui non è così scontato, non è così positivo, non è così consequenziale riaffermare questa identità e questa cultura dandole la prospettiva di un rinnovato sviluppo.
 
Se facciamo una riflessione seria su quali siano le potenzialità di Trieste, di Gorizia, del Friuli Venezia Giulia dentro la dimensione europea, significa farsi una domanda chiara su ciò che è Europa davvero oggi, che non è quella di Schuman, Adenauer e De Gasperi, ma che da 40 anni da quelle intuizioni ha raggiunto alla fine del secolo scorso livelli straordinari di sviluppo.
 
Noi troppo raramente abbiamo l’orgoglio di rivendicare il fatto che l’Europa è la più straordinaria intuizione istituzionale mai saputa disegnare a livello mondiale. Quei politici straordinari hanno inventato una modalità ancora unica; questo continente è stato il luogo in cui abbiamo generato due guerre mondiali, ma da quando quei primi sei paesi hanno deciso di stringere un patto tra di loro, mai una pallottola è volata tra due paesi che appartenessero all’Unione Europea.
 
L’Europa è stato il più grande esperimento di pace e di pacificazione al mondo, è stata il luogo in cui i pilastri sono lo sviluppo economico insieme con la coesione sociale, insieme con il fare in modo che il divario tra i ricchi e i poveri non si allargasse troppo, come invece avviene in altre società, quella americana per esempio. Questa straordinaria esperienza oggi è messa in discussione, forse persino noi alimentiamo una discussione dannosa se abbiamo bisogno di Europa, se ci piace questa Europa. Lo dico con molta franchezza, non mi piace questa Europa così com’è, la vorrei migliore, ma so che è la cosa migliore che ci è stata consegnata nella storia degli ultimi 60 anni.
 
L’Europa oggi ha un problema di identità, perché siamo un continente anziano molto ricco, rispetto al quale chi ci circonda molte volte esprime molta più capacità di guardare lontano, più energia, più voglia di scommettere sul futuro. Credo che noi rispetto al resto del mondo abbiamo ancora la responsabilità di raccontare di più e meglio il modello sociale che abbiamo ereditato.
La qualità della vita europea non è soltanto il modo in cui ci vestiamo, mangiamo, ci divertiamo, ma è quella di lottare per tenere coese le nostre comunità, per far sì che ciascuno, come dice la costituzione italiana, secondo i propri meriti, abbia la possibilità di essere accompagnato ad esprimere fino in fondo i propri talenti a favore della comunità. L’altro dato che sta emergendo e che ci trova disorientati è quello del dialogo, della collaborazione e cooperazione tra popoli di lingua e cultura diverse. Tutti noi abbiamo visto ripetersi nelle ultime settimane, negli ultimi mesi, con l’esperienza di Parigi di Charlie Hebdo come la più evidente nella drammaticità un dato che sta aiutando forse l’Europa a prendere consapevolezza che molte delle cose che davamo per scontante non lo sono affatto: non siamo immuni da quella violenza che l’intuizione dei nostri grandi padri aveva combattuto e (pensavamo) eliminato.
 
Noi abbiamo disimparato a capirci meglio, a capire la diversità dell’altro, sapendo che solo dalla conoscenza dell’altro può nascere la comprensione.
 
Vi invito ad andare a leggere il dibattito che nell’immediato secondo dopoguerra c’era tra francesi e tedeschi, quanto i principali polemisti dei quotidiani francesi e tedeschi, scrivevano dei rispettivi popoli, delle rispettive società, cose che farebbero impallidire ciò che oggi si scrive e si dice su Israele e Palestina. E questo ci dice quale è stata il percorso che il Consiglio d’Europa seppe fare con gli investimenti in cultura, in dialogo, in luoghi di confronto, nella riscrittura dei libri di testo.
 
Se ci interroghiamo su quale possa essere anche il nostro ruolo in un territorio come il FVG e in una città speciale come Gorizia, credo che dobbiamo partire da qui, dalla fatica del fatto che si debbano ricostruire percorsi di dialogo, di conoscenza, con tutte le difficoltà che questo comporta, anche con il mettersi in mezzo qualche volta con i gomiti alti tra chi oggi si sta sparando.
 
Però c’è una nuova urgenza, la stessa che mosse Martina e gli altri a creare un’Europa dove non si ripetessero i fatti tragici che l’Europa stessa aveva vissuto. Noi fortunatamente non abbiamo vissuto quelle realtà in quella maniera e con quell’estensione, però non possiamo dimenticare che la guerra oggi circonda l’Europa, dopo la tragica esperienza dei Balcani di vent’anni fa.
 
Io ho cominciato a fare politica quando nella mia città le campagne elettorali si facevano in nome o contro il bilinguismo, che voleva dire in nome o contro l’odio tra italiani e sloveni; fortunatamente negli ultimi 20 anni questo è venuto meno, perché è nata l’Europa. Credo che tutti noi siamo chiamati in Parlamento, nelle istituzioni europee, in quelle regionali e locali a tenere viva questa fiamma, ad alimentarla, perché negli ultimi anni l’abbiamo data per scontata; la cultura europea ha tutte le risorse per riscoprire questa sua natura e credo il mondo batterà così forte alle nostre porte che dovremmo accorgercene.
 
Da questo punto di vista credo che Gorizia, sia ancora oggi e debba essere in futuro la città del dialogo. Noi siamo il luogo magico, o terribile, dell’incontro tra culture diversissime, germanica, slava, latina; le grandi religioni monoteiste si sono incontrate e scontrate qui. C’è un incontro di lingue, di culture, i nostri nonni hanno pagato come nessuno ha pagato forse in Europa, però questa è la ricchezza che ci viene finalmente consegnata purificata dalla storia.
 
Siamo il luogo in cui l’Europa può meglio rispecchiarsi perché è un Europa di minoranze. Questo si declina in modo straordinario anche dal punto di vista turistico perché venire qui significa incontrare in pochissimi chilometri chiese diversissime, esperienze linguistiche diverse, esperienze gastronomiche diverse, ma significa anche fare un tuffo in ciò che l’ Europa ha espresso di meglio di sé.
 
Gorizia deve provare a ritornare la città del dialogo anche in maniera fisica e dovrebbe essere il luogo in cui si viene a dialogare tra popoli e abbiamo dimostrato che si può fare. La Transalpina è il luogo dove l’allora presidente Prodi ha dichiarato che era finito il più grande muro che aveva diviso il ‘900.
 
Venire a Gorizia per dei grandi incontri multiculturali di pace, bisogna farlo.
 
Manca un po’ di marketing territoriale, ma dobbiamo farlo.
 
Lasciatemi chiudere con un dato di attualità: oggi sui giornali sono un po’ criticato perché ho avviato un’iniziativa parlamentare chiedendo che alla Regione speciale FVG venga data la competenza anche sul porto di Trieste, in modo da completare quella sulle infrastrutture. Sono stato un po’ criticato, ma la critica che più mi ha fatto male è venuta da alcuni esponenti goriziani. Mi è stato detto che ho sbagliato perché alla fine questo è un modo per spartire la Regione tra Trieste e Udine.
 
In questo ho letto un limite, che non è solo goriziano, un diktat della difesa delle piccole patrie che non ha nessun senso in una regione con così pochi abitanti e che è molto dannoso per Gorizia. Se volessimo immaginare di spartirci in futuro le spoglie di una regione che era molto ricca un tempo tra le piccole parti, chi ha più da perderci è Gorizia, che è la più debole.
 
Dentro questo scenario grande, sta quello di una regione che ha bisogno di essere unita, per giocarsi questo ruolo di cerniera che è nostro. Dobbiamo essere un territorio capace di riconoscere le nostre diversità, di sorridere sulle nostre storie.
 
Chiedo a Gorizia di essere il motore di una rinnovata unità regionale in questa nuova realtà europea ancora da consolidare, per superare l’idea del piccolo anatroccolo nero. Chiamate voi qui uomini della cultura, dell’economia, della politica a ridefinire una carta di Gorizia che racconti questo FVG dentro una dinamica veramente internazionale che faccia da ponte tra il Paese e il resto d’Europa dell’Area danubiano-balcanica.
 
Questa sarà una straordinaria scommessa per Gorizia e sarà una carta in più per i nostri territori, per la nostra regione; saremo un pezzettino di una storia grande, che ancora una volta scopriamo essere fatta dalla sommatoria di tante piccole scommesse vinte, di piccole ma pur sempre grandi storie personali come quella di Michele Martina.
 
data di pubblicazione: 30-04-2015
autore: Francesco Russo | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.67 | tema: SPECIALE: MICHELE MARTINA
tag redazionali
Alcide De Gasperi cattolicesimo democratico Consiglio d’Europa Corrado Belci costruzione europea dialogo tra popoli esodo giuliano-dalmata Europa foibe Francesco Russo Friuli Venezia Giulia Gorizia identità europea Konrad Adenauer Michele Martina minoranze linguistiche porto di Trieste Robert Schuman Romano Prodi Transalpina
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