Se ci sono dei luoghi in Europa dove l’impatto del processo d’integrazione è stato maggiore, questi sono sicuramente i territori di confine.
Mentre ricordiamo il centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, faremo bene a non dimenticare i passi avanti compiuti, ma anche rivolgere il nostro sguardo alle sfide presenti.
Indubbiamente il tema delle migrazioni è oggi quello di maggiore impatto, sia per il nostro Paese, che per l’Ue nel suo complesso. Gorizia ha vissuto tali vicende in prima persona, ritrovandosi ancora una volta “al centro della storia”. Data la delicatezza dell’argomento, che investe direttamente la dimensione della sovranità degli Stati membri, la gestione dei flussi migratori ha rivelato non solo le attitudini dei, Governi fortemente condizionati dalle loro opinioni pubbliche, ma anche la loro capacità di investire sulla crescita dell’Europa, l’unica dimensione in grado di offrire mezzi e risposte adeguate alla sfida. La Commissione Europea è al lavoro per coinvolgere gli Stati, riuniti nel Consiglio, in un sostanziale “salto di qualità”. Per questo lo scorso 13 maggio il Presidente Juncker ha presentato l’Agenda europea sulla Migrazione, con lo scopo di bilanciare solidarietà e responsabilità, mettendo così in pratica, per la prima volta, il principio di solidarietà tra i Paesi UE sancito dall’art. 80 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).
Il piano della Commissione risponde alla precisa istanza, sostenuta con determinazione dal Governo italiano, di non lasciare soli i Paesi mediterranei più direttamente investiti dalla crisi migratoria. Una crisi che ha radici profonde e che avrà effetti permanenti su tutta la regione: la prospettiva necessaria è quindi quella di lungo periodo, che coniughi il contrasto alla traffico di esseri umani con un’efficace gestione delle frontiere dell’Unione e una rinnovata politica dell’asilo e migrazione legale. Molte di queste misure esistevano già, ma in maniera non del tutto organica, a causa delle spinte e delle controspinte di Stati membri con interessi di fondo e approcci divergenti. Non a caso, si tratta ora di coordinare le diverse politiche in vigore e consolidare in un’ottica unica la dimensione interna, finora privilegiata, e la dimensione esterna delle azioni europee in materia.
In questo senso, Bruxelles sta puntando su una serie di misure, alcune immediate, altre di più ampia portata. In primo luogo, sono state triplicate le risorse destinate all’operazione “Triton”, gestita dall’Agenzia Frontex, con l’obiettivo dichiarato di salvaguardare quante più vite in mare, sulla falsariga di “Mare nostrum”. In secondo luogo, l’Unione vuole colpire più duramente le reti criminali impegnate nel traffico dei migranti, spesso imbarcati a forza su mezzi inadatti a sfidare il mare. Ma è sull’imposizione di quote di migranti da redistribuire tra gli Stati membri che si è concentrata l’attenzione delle cancellerie e dei mezzi di informazione. La Commissione, correttamente, interpreta l’emergenza di persone già presenti sul territorio dell’Unione e riconosciute come bisognose di protezione internazionale alla luce dell’art. 78.3 del TFUE, che prevede proprio l’ipotesi che uno Stato membro affronti “una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di Paesi terzi”.
La soluzione individuata è quella di una riallocazione obbligatoria degli oneri di accoglienza, anticipata da un progetto pilota di quote già fissate, sulla base di un equo meccanismo di ripartizione fondato su parametri oggettivi quali popolazione, reddito, tasso di occupazione, risorse già impegnate. In tal modo è possibile rispondere anche alla necessità di offrire un trattamento consono alle persone suscettibili di protezione internazionale, tutelandone i diritti riconosciuti dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e dalle altre norme del diritto internazionale. Entro il 2015, nelle intenzioni della Commissione, la logica dell’emergenza andrà superata con un regolamento volto a rendere stabile il sistema di redistribuzione in caso di bisogno. Non va dimenticato che, solo l’anno scorso, il nostro Paese ha registrato un afflusso di oltre 170.000 migranti irregolari, dei quali circa 64.000 hanno presentato richiesta di asilo, con un incremento del 277% rispetto al 2013. Visto da un’ottica più ampia, anche i numeri dell’“emergenza goriziana” trovano collocazione.
Lo sforzo richiesto alle istituzioni ed associazioni locali, cui in generale ha corrisposto una lodevole risposta, è stato significativo, ma certo non più rilevante di quello sollecitato altrove. La questione, che trascende il livello amministrativo locale, è quella di elaborare una risposta realmente organica e innovativa che realizzi un’effettiva solidarietà tra gli Stati membri nella gestione dei fenomeni migratori. Fenomeni che, ormai è chiaro, presentano un carattere decisamente strutturale.
Non è infatti possibile pensare di cancellare i flussi migratori dall’Africa all’Europa: tendenze demografiche, divario economico e miglioramenti nelle comunicazioni indicano in maniera univoca cosa ci aspetta nei prossimi decenni. La sfida è quindi regolarizzare e governare quanto più possibile il fenomeno, senza ascoltare i latori di facili soluzioni. Le condizioni che spingono migliaia di persone alla fuga non sono però immutabili: molti Paesi dell’Asia orientale e dell’Africa subsahariana dimostrano che è possibile uscire dalla “trappola della povertà”, diventando essi stessi polo di attrazione e sviluppo: ad esempio, Indonesia, Vietnam, Angola, Ghana, Mozambico solo per citarne alcuni.
Le ondate di profughi dall’Albania che vent’anni fa si riversavano dal Canale d’Otranto sono oggi scomparse. Sono la stabilità politica e lo sviluppo economico e sociale le vere chiavi per andare a fondo del problema, come dimostra il confine, blindato, tra Stati Uniti e Messico: oggi i saldi migratori tra i due Paesi sono pari a zero, con uguale numero di persone che passano da una parte all’altra, proprio grazie all’impetuosa crescita economica del Messico.
L’Europa non si limita tuttavia alle misure protettive, ma si è impegnata a fondo a dar vita ad un’azione coercitiva contro gli “scafisti”, attraverso una missione navale nel Mediterraneo nel quadro della Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) con sede a Roma e guidata da un ammiraglio italiano.
La missione, articolata in più fasi, mira ad maggiore coordinamento delle attività dei servizi di intelligence per la raccolta di informazioni e la sorveglianza delle acque internazionali. In una seconda fase sono previste ispezioni, dirottamenti e sequestri dei battelli ritenuti sospetti, condotte da navi e aerei militari forniti dagli Stati membri dell’Unione Europea. Un ulteriore stadio comprenderà la distruzione dei barconi. Sono proprio queste due ultime fasi ad essere le più critiche, in quanto solo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite può rendere legittimo dal punto di vista internazionale un intervento nelle acque costiere libiche, dal momento che non è pensabile chiedere l’assenso ad uno dei due governi in lotta insediati nel Paese.
Di fronte ad un tale scenario, Gorizia e la sua provincia potranno essere all’altezza se, con la propria secolare esperienza di terra di confine, sapranno essere protagoniste e non “vittime” di questo grande dibattito. Infatti, le tragedie al largo di Lampedusa, con la presa di coscienza e i negoziati che ne sono seguiti, stanno avendo un influsso considerevole per passare dall’“Europa degli egoismi” ad un’Unione all’altezza del tempo presente. La ristrettezza di vedute non deve soffocare un grande progetto: occorre alimentare con progetti concreti il risveglio della coscienza europea. In fondo, il contributo richiesto ai Paesi non in prima linea sul fronte migrazione è quasi simbolico (24.000 persone da riallocare in due anni, come richiesto dalla Commissione, significa circa il 10% dei soli arrivi in Italia in un anno). Ma è proprio il principio, duro a passare, e per questo altamente rilevante, che conta. Non c’è Europa senza superare la logica dei confini e degli interessi nazionali. Gli stessi interessi che Gorizia ha sperimentato nel corso di un secolo tutt’altro che “breve”.
Bivacco in periferia