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HOME > Articoli e notizie:“Ospedali della Grande guerra tra Isontino e Bassa Friulana”

“Ospedali della Grande guerra tra Isontino e Bassa Friulana”

“Ospedali della Grande guerra tra Isontino e Bassa Friulana”. La mostra fotografica di Daniel Zorzin del Circolo fotografico “Il Torrione”, in esposizione già a Padova e, in settembre di quest’anno, a Palmanova, presso il Museo storico Militare.

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La Grande guerra, il nostro l’altro ieri; la II guerra mondiale, il nostro ieri (e pensare che, in Europa, quasi a tutti, è andata peggio!).
 
Ci risiamo: le carte geografiche sono piene di fuochi! Abbiamo sentito risuonare – invano – dopo la I e la II guerra mondiale, un grido di speranza e di ipocrisia: “Mai più la guerra!”. La storia non ci insegna ad essere né ottimisti né pessimisti: se la conosciamo appena, ci accorgiamo che l’uomo ripete gli stessi errori, come dice il poeta, è sempre quello, “della pietra e della clava...” (“Uomo del mio tempo” di Salvatore Quasimodo). La storia non ci fa ricadere neanche nel pessimismo: mostra la capacità dell’uomo di risalire dagli abissi.
 
L’argomento – “Ospedali” – è nato da un ragionamento fra Daniel Zorzin e me. Venne a trovarmi, dato che avevo scritto sul diario del nonno Achille (stragi italiche in Abissinia nella II guerra), curato da Edo Calligaris, così, ragionammo sul da farsi.
 
Una mostra fotografica a tema, e su una tragedia, come questa, la Prima guerra mondiale, è un ginepraio. Si optò per “Ospedali”, non “GLI ospedali”, a sfrondare la parte trattata, dal tutto, che avrebbe richiesto anni di lavoro e ben altri mezzi. Poi Daniel è partito in varie direzioni e ha trovato sempre porte aperte. Abbiamo discusso a lungo del tessuto connettivo, che avrebbe dovuto legare un certo numero di realtà fisiche – luoghi – mediante l’umanità, che non è riempimento, è il tutto. Sono emersi esempi su cui ha lavorato molto bene, facendo sintesi, e quel tanto di analisi che è sufficiente. Il visitatore vedrà. Vedrà questi luoghi, che sono contraddizione in termini.
 
Ospedali di guerra; luoghi dell’assurdo: l’uomo manda a morire suoi simili, eppure, se essi sono feriti, impiega mezzi, ingegno, assistenza, amore per salvarli. C’era anche l’aspetto freddamente cinico: rimettere in piedi dei combattenti, per poi rimandarli ad ammazzare o farsi ammazzare.
 
Vedrà la catena di montaggio della morte: inizia con gli ospedali; prosegue coi funerali (sempre più velocemente informali) e finisce nella miriade di cimiteri: da quello monumentale, ai più, fatti di mucchi di croci prefabbricate (se pensiamo alla croce, è un sacrilegio!), da spartire fra bare che arrivavano in serie per fosse prescavate!
 
Possiamo suggerire che la mostra di Daniel Zorzin manifesti due volti: quello palpitante di cronaca, rappresentato dalle foto di allora, e quello, apparentemente asettico, di storia, come ci appaiono – oggi – edifici e luoghi. C’è un messaggio cui possiamo attingere; non moralistico, morale: è che impariamo a leggere i luoghi, per amarli, valorizzarli e, se abbiamo un filo di coscienza, pensare alla guerra, unicamente per esecrarla, mai, celebrarla.
 
Alla mia generazione l’avevano raccontata libri ancora fascisti, intrisi di nazionalismo, a base di slogan, di eroi, di parole d’ordine (salvo le correzioni mediate da insegnanti come si deve). Con questa mens sono andato, fanciullo, la prima volta, in gita scolastica, con il mio maestro Gino Colussi, su di un carro gommato; sedili balle di paglia, traino due cavalloni abituati alla fatica. Scesi a Medea, sul colle, centro di osservazione per lo scannatoio del fronte; mi si drizzarono i capelli: la terra era rossa!
 
Proprio come aveva raccontato il maestro: il Carso, dalla terra rossa di sangue... Ci spiegò, poi, il fenomeno della ferrettizzazione; a me rimase lo stesso l’impressione di aver ricevuto una badilata sul cuore, i cui esiti rimangono ancora. Il secondo di questi colpi mi è arrivato da un ospedale di guerra, questa volta “nostro”, austriaco, quando mi sono interessato di quel miracolo di San Luigi Scrosoppi, che erano – e sono – le Suore della Provvidenza (hanno la casa generalizia qui a Cormons).
 
Servivano negli ospedali italiani e a Vienna in uno austriaco, con la stessa dedizione; e morivano come le mosche! Bene, nel diario di una di esse (raccolto da Camillo Medeot, che ha scoperchiato la nostra storia sepolta), sul Reserveospital (prima aveva la sede nel seminario grande, poi in quello piccolo a Gorizia), ho trovato questo passo, che mi ha impressionato. È il diario di Suor Aloisia Hutter; siamo entro la III battaglia dell’Isonzo: “Il lavoro è massacrante, ma lo facciamo di gran cuore, perché in ciascuno di quegli infelici noi vediamo le membra piagate di nostro Signore. La sala operatoria sembra un macello. Tutto sanguina. In un cantone c’è un mucchio di gambe e di braccia amputate...”. Ma, per ora, basta sulla guerra!
 
Dobbiamo stare ancora attenti a un aspetto. Perfino la fotografia, che potrebbe sembrare il massimo della obiettività, può presentare delle insidie, mostrare il lato “buono”.
 
A intenderci meglio, capire che cosa c’era dietro, uno squarcio, una memoria, delle tante. È un brano del diario di Gastone Bossi, soldato di una compagnia di automobilisti;
29 luglio 1915: “Sono partito all’alba per eseguire il trasporto di feriti da Sagrado ad ospedali più arretrati... sapemmo che i malati erano colerosi, raccolti nella Filanda di Fogliano. Entrammo nel vasto fabbricato. Un fetore impressionante ammorbava l’aria.
 
Gli sciagurati colpiti giacevano in una specie di cantina…nauseabonda. Pochi erano vestiti, alcuni coperti dalla sola camicia, altri completamente nudi. Sommavano a qualche centinaio... Gl’infelici erano scheletrici, gialli, dalle enormi occhiaie cave e livide e gli occhi quasi velati; molti erano morti, altri moribondi. Furono caricati sulle macchine come stracci pestilenti... Dovemmo andare da ospedale ad ospedale, dalle 9 della mattina alle 2 del pomeriggio per trovare chi raccogliesse i poveri resti umani che portavamo! Finalmente potemmo lasciarli all’ospedale d’isolamento presso Visco [l’ospedale attendato più grande d’Italia, n.d. A.]. Ma uno di essi era morto nel viaggio. Con l’ufficiale medico…cercammo di identificarlo. Nelle tasche un borsellino con pochi soldi, un portafoglio lacero con dentro qualche immagine sacra e un pezzetto di carta… con scritto pressoché illeggibile, poche parole a matita: “prego per voi dall’altro mondo”... Povero ragazzo! Poveri vent’anni!” (guerra).■
data di pubblicazione: 30-11-2016
autore: Ferruccio Tassin | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.71 | tema: RECENSIONI
tag redazionali
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