LA BARRIERA TRA STATI UNITI E MESSICO, ALL’ORIGINE DI TUTTE LE TRINCEE ANTI-MIGRANTI
Il confine tra Stati Uniti e Messico si estende per oltre 3.000 km dalla costa del Pacifico al Golfo del Messico, passando per gli Stati di California, Arizona, New Mexico e Texas, in territorio statunitense e per quelli della Baja California Norte, Sonora, Chihuahua, Cohauila, Nuevo León e Tamaulipas sul lato messicano. La fascia confinaria attraversa territori di varia conformazione, aree urbane e deserti e si presenta desertica e inospitale ad ovest, segnata dal corso del fiume Rio Grande-Rio Bravo ad est. Da una parte e dall’altra del confine sono sorte città di frontiera da sempre legate da intensi rapporti economici, tanto da essere chiamate città gemelle: è il caso di San Diego e Tijuana, Calexico e Mexicali, El Paso e Ciudad Juarez, Laredo e Nuevo Laredo, Mc Allen e Reynosa, Brownsville e Matamoros.
Ma neppure natura e paura possono scoraggiare l’immigrazione clandestina, almeno fino a quando le differenze nelle condizioni di vita tra Messico e Stati Uniti saranno così accentuate
La frontiera tra Stati Uniti e Messico è pertanto divenuta un luogo-simbolo delle migrazioni moderne tra paesi poveri e paesi ricchi. La barriera che corre lungo quei mille chilometri separa due mondi, due diversi modelli di civilizzazione e di benessere socio-economico: da una parte il mondo della ricchezza, dall’altra quello della povertà; da una parte sta il mondo del sogno, dall’altra il mondo del bisogno.
Il muro è una barriera di cemento e tecnologia con due volti: vista da nord costituisce l’estremo sforzo di proteggere il sogno americano, vista da sud ne rappresenta la più radicale negazione. Per molti, il superamento del confine rappresenta la speranza di una rinascita. E per molti, effettivamente, costituisce l’inizio di una nuova vita. Ma per altri, quella speranza finisce per confondersi con l’illegalità e la marginalità sociale.
Nella sua ciclopica imponenza, la barriera non ha comunque impedito che i migranti cercassero altri itinerari, meno fortificati e sorvegliati, per passare la frontiera. El bordo non ha fermato più di tanto l’immigrazione, ma ha piuttosto delocalizzato i punti di transito verso zone meno sorvegliate, ma, di fatto, più pericolose. Queste persone, per sfuggire ai controlli, attraversano il deserto dell’Arizona, dove la temperatura può arrivare fino a cinquanta gradi e dove il superamento del fiume Rio Bravo-Rio Grande che marca il confine è reso molto ostico a causa delle fortissime correnti. Evitare la barriera significa rischiare disidratazione ed annegamento.
Ma neppure natura e paura possono scoraggiare l’immigrazione clandestina, almeno fino a quando le differenze nelle condizioni di vita tra Messico e Stati Uniti saranno così accentuate. Un messicano che si accinge ad immigrare negli Stati Uniti ha una prospettiva ben chiara davanti a sé: riuscire a guadagnare una decina di volte di più di quello che può guadagnare nel suo paese.
LAS VALLAS DI CEUTA E MELILLA
Il corrispondente europeo della cinta muraria che corre lungo il confine tra Stati Uniti e Messico è dato dai muri di Ceuta e Melilla, costruiti per ostacolare l’immigrazione illegale verso l’Unione Europea. Per la specifica posizione geografica ed il particolare contesto sociale ed umano in cui sono collocate, le due città spagnole in territorio marocchino godono di una significativa autonomia legislativa ed esecutiva. Tuttavia, il Marocco non ha mai rinunciato definitivamente alla sovranità sulle due città e nel 2002 ha chiesto all’Assemblea Generale della Nazioni Unite la restituzione dei due centri urbani.
I due sbarramenti, consistono in una doppia rete metallica, in alcuni punti munita di filo spinato. Inizialmente alte tre metri, le barriere sono state successivamente portate a sei dopo la ristrutturazione del 2005 che ha fatto seguito ad eventi particolarmente gravi occorsi in quell’anno. La trincea europea in Africa è stata progettata e costruita dalla Spagna negli anni Novanta e le sua ristrutturazione è costata circa 30 milioni di euro, pagati anche grazie ai contributi dell’Unione Europea. I contributi europei a suo tempo vennero giustificati proprio a causa della eccezionalità geografica: le due città mediterranee, spagnole dal XV secolo, costituiscono infatti la sola frontiera su terra ferma che divide Europa ed Africa.
Come nel caso della cinta nordamericana e della barriera che divide la linea di confine tra la Corea del Sud e la Corea del Nord, i due reticolati paralleli che proteggono le enclaves spagnole costituiscono strutture imponenti e la loro vista esercita sull’osservatore, specie in notturna, un indubbio impatto emotivo.
Oggi tra i paesi europei la Spagna è uno di quelli che ha adottato una delle linee più dure nel contrasto dell’immigrazione irregolare
Oggi tra i paesi europei la Spagna è uno di quelli che ha adottato una delle linee più dure nel contrasto dell’immigrazione irregolare. Per raggiungere i propri obiettivi supporta economicamente il Marocco per godere di una proficua collaborazione nello sforzo di contenere il flusso costante di migranti. E non è un caso se è proprio a Melilla, che l’artista italiano Blu ha tratto ispirazione per dipingere una gigantesca bandiera europea col filo spinato al posto delle dodici stelle.
I MURI STORICI DEL NOVECENTO EUROPEO
IL MURO DI BERLINO
Tra quelli internazionalmente noti, il Berliner Mauer, tra Germania Est e Germania Ovest è il muro che più di ogni altro è diventato il simbolo più famoso sia della divisione tra universi socio-politici incompatibili che quello del possibile superamento di ogni divisione. Edificato nell’estate del 1961 è stato attivo fino al 9 novembre 1989, data in cui il governo della Repubblica Democratica Tedesca, filosovietica, decretò l’apertura delle frontiere con la controparte occidentale. Per la propaganda di regime della Germania Est, la ragione che aveva generato la sua costruzione era quella di voler creare una Barriera di protezione antifascista nei confronti del mondo capitalista occidentale. In breve tempo il Muro di Berlino divenne il simbolo della cortina di ferro, la linea di confine europea tra la zona d’influenza statunitense e quella sovietica durante la guerra fredda.
IL DOPPIO MURO DI CIPRO
Edificato nel 1964, il muro di Cipro è più noto come Linea verde. Si presenta come una barriera di 180 chilometri che taglia l’isola in due zone di influenza: un nordest turco ed un sudovest greco. Quando nel 1960 Cipro ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna fu firmata una costituzione che sanciva l’istituzione di un regime presidenziale. Il testo prevedeva un presidente greco affiancato da un vice turco, mentre i membri del parlamento erano ripartiti tra le due comunità nella quota di 70 e 30. Tuttavia quella soluzione istituzionale non trovò mai applicazione pratica. Anzi, intorno alla metà degli anni Sessanta la situazione degenerò ed a Nicosia vi furono violenti scontri tra le comunità Turco cipriota e Greco cipriota. La Gran Bretagna, la potenza coloniale che per ottanta anni aveva governato l’isola, ebbe il compito di separare i contendenti e di portare alla pacificazione l’isola, monitorandone il cessate il fuoco. Ed il generale Young, in un incontro tra le parti, tracciò con un pastello verde, sulla carta della città, una linea per stabilire un confine provvisorio tra le parti in conflitto. Il 4 marzo 1964 una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tracciò la linea di demarcazione che ancora oggi divide l’isola e viene denominata Linea verde. Nel 1967 il colpo di Stato militare in Grecia, che instaurò il regime dei colonnelli, favorì anche a Cipro una soluzione analoga con l’obiettivo della riunificazione con la Grecia, in palese contrasto con la risoluzione delle Nazioni Unite. In risposta la Turchia decise un intervento militare e si impadronì di un territorio assai più ampio di quello riservato dai trattati alla comunità turco-cipriota. Si arrivò così a una situazione di stallo tra le due comunità, in cui la Repubblica di Cipro a guida greca comprendeva circa il 60% della superficie dell’isola, e la Repubblica Turca di Cipro del Nord - riconosciuta solo dalla Turchia – ne comprendeva il restante 40%.
Nel 2004 la Repubblica di Cipro - Cipro Sud è entrata nell’Unione Europea, mantenendo in una sorta di limbo la zona settentrionale dell’isola. Qualche tempo dopo, nell’aprile del 2008 ciprioti di nazionalità greca e turca hanno abbattuto il simbolo di divisione, riaprendo un passaggio pedonale nel centro di Nicosia lasciando il resto del muro ancora in piedi.
LE PEACE LINES NELL’IRLANDA DEL NORD
Le Peace Lines sono una serie di muri di separazione situati principalmente nella città di Belfast e di Londonderry. I muri hanno una lunghezza variabile possono arrivare anche a 5 km - e sono stati eretti a partire dal 1969 in seguito allo scoppio dei cosiddetti Troubles, la fase più recente del conflitto nordirlandese. Le Peace lines che dagli anni Settanta separano le zone in cui risiedono i cattolici da quelle in cui risiedono i protestanti costituiscono una sorta di eredità simbolica del trattato anglo-irlandese con il quale Londra concesse l’indipendenza all’Irlanda nel 1922. Il fronte nazionalista voleva un parlamento irlandese che governasse l’isola, gli Unionisti volevano che l’autorità rimanesse in capo alla corona britannica: la soluzione adottata dal governo britannico di fatto portò alla divisione dell’Irlanda in due zone di influenza, ciascuna con il suo governo: la Gran Bretagna si tenne le cinque contee dell’Ulster (Irlanda del Nord), e la restante porzione dell’isola divenne l’attuale Repubblica d’Irlanda (Eire).
Come spesso accade in questi casi i muri di separazione oltre ad essere simbolo e memoria di passato di lacerazione umana e storica sono divenuti nel tempo anche una attrazione turistica. Il tratto più celebre è quello che divide Shankill Road (protestante) da Falls Road (cattolica). Sulla barriera irlandese fioriscono infatti i murales, vera e propria narrazione artistica della vicenda umana e politica di quella porzione d’Irlanda. Come spesso avviene in questi casi, se a tutt’oggi le Peace lines sono una realtà, dal 2012 esistono finanziamenti e progetti finalizzati ad abbatterle, almeno in alcuni tratti.
ALLA PERIFERIA DELLA FORTEZZA EUROPA: LE TRINCEE BALCANICHE
IL MURO TRA GRECIA E TURCHIA
Il confine tra Grecia e Turchia a tutt’oggi è considerato un luogo strategico nello sforzo di arrestare lo straordinario flusso di migranti proveniente dal Medio Oriente che, come è noto, è soprattutto costituito da siriani ed iracheni in fuga dalla guerra
Il muro tra Grecia e Turchia è stato uno dei primi ad essere edificato per difendere le frontiere esterne dell’Unione Europea. La sua costruzione, iniziata già nel 2012, attualmente si snoda per una decina di chilometri nella fascia confinaria compresa tra la città greca di Nea Vyssa e quella turca di Edirne. Costituita da barriere di metallo e filo spinato la barriera si ispira al modello di Ceuta e Melilla. Il confine tra Grecia e Turchia a tutt’oggi è considerato un luogo strategico nello sforzo di arrestare lo straordinario flusso di migranti proveniente dal Medio Oriente che, come è noto, è soprattutto costituito da siriani ed iracheni in fuga dalla guerra. Il muro al confine turco è costruito su un piccolo tratto di frontiera. Si tratta di appena 12 chilometri e mezzo, in cui il fiume Evros, naturale porta d’accesso all’Unione Europea, non riesce a creare una barriera naturale ai migranti. Ebbene, per il suo muro la Grecia ha speso 3 milioni di euro ed ha fatto ciò senza nessun tipo di finanziamento dell’Unione Europeo, avvalendosi tuttavia dell’appoggio di Francia e Germania che di Atene hanno condiviso la strategia difensiva.
IL MURO TRA BULGARIA E TURCHIA
Sempre nell’area balcanica, nel 2014 è iniziata la costruzione di una recinzione di reti metalliche e filo spinato al confine tra la Bulgaria e la Turchia, per impedire ai migranti di superarlo ed entrare irregolarmente in Bulgaria dal Medio oriente. Secondo fonti governative, la barriera odierna che divide Bulgaria e Turchia dovrebbe essere completata entro l’estate del 2017 ed alla fine il suo costo dovrebbe aggirarsi sui 20 milioni di euro. Ma il condizionale in questi casi è d’obbligo, soprattutto considerando che i tempi dell’operazione, una volta raggiunte le zone più impervie del paese, potrebbero allungarsi ben oltre il previsto.
Il progetto è del 2013 e alla sua ultimazione il muro misurerà ben 160 chilometri e sarà secondo solo a quella tra Ungheria e Serbia.
Quando si fanno considerazioni sulla politica dei muri, soprattutto con riferimento a paesi come la Bulgaria e la Grecia, che sono anche tra i più poveri d’Europa, si deve sempre considerare che quando un paese decide di investire in risorse finanziarie nel contenimento dei flussi migratori attraverso l’edificazione di muri lo fa anche perché i costi di gestione dei centri d’accoglienza e dei campi per i rifugiati incidono pesantemente sui bilanci statali.
Il muro tra Turchia e Siria. Se Grecia e Bulgaria alzano i muri nei confronti della Turchia, quest’ultima li solleva nei confronti della Siria, la terra da cui parte il grosso dei flussi di profughi e migranti. Lungo il confine tra la Turchia e la Siria vi sono ben 300 chilometri di barriera. Si tratta di una cinta muraria in cemento, la cui costruzione è giunta solo ad un terzo del progetto iniziale che in totale prevede addirittura 900 chilometri. Secondo il ministero dell’Interno turco la spesa prevista dovrebbe aggirarsi attorno agli 80 milioni di euro.
IL MURO TRA MACEDONIA E GRECIA
La barriera che protegge il confine tra Macedonia e Grecia, eretta per controllare i flussi di migranti provenienti da Siria, Iraq, Afghanistan, è sorta poco a ridosso del piccolo villaggio greco di Idomeni, che non conta neppure 200 abitanti. Eppure oggi Idomeni è forse la città greca più famosa al mondo dopo Atene proprio per essere divenuta il crocevia fondamentale della rotta balcanica.
A Idomeni migliaia di migranti e rifugiati hanno trovato sbarrata la porta per entrare in Europa
A Idomeni migliaia di migranti e rifugiati hanno trovato sbarrata la porta per entrare in Europa. Una moltitudine di persone tra cui molte donne e bambini sono in attesa che si risolva una situazione che si avvia a divenire insostenibile sotto il profilo umano oltre che politico.
Contenere i flussi è un’operazione complessa sia per le continue pressioni in uscita - violenze e guerre - sia per ragioni geografiche: la natura della regione non aiuta certo a frenare la fuga dei migranti dalla Turchia verso le isole greche. Nell’area centinaia di isole fronteggiano le coste turche. Di fatto ciò rende praticamente impossibile fermare il flusso di rifugiati dalla Turchia alla Grecia, almeno senza una piena collaborazione del governo turco.
Solamente a gennaio 2016 erano quasi 70.000 le persone entrate in Europa attraverso la Grecia. Una cifra consistente se si pensa che in tutto il 2015 erano state 800.000. Inoltre, si deve ricordare che la Grecia ha circa dieci milioni di abitanti – sei volte meno dell’Italia - ed una situazione economica decisamente precaria.
Stando così le cose, la Turchia è un attore chiave nella gestione dei flussi e dell’emergenza profughi ad Idomeni. Ankara conosce bene la sua forza e non sembra pertanto improbabile che, nelle trattative con l’Unione Europea, possa ancora cercare di ridefinire i propri impegni per la gestione dei flussi migratori. Realisticamente l’interesse nazionale della Turchia in questo complesso sistema di riallocazioni a cascata non può non essere preso in adeguata considerazione. A ciò si aggiunga che la Turchia ospita già oltre 2 milioni di rifugiati siriani. In questo senso - a parere di chi scrive - non è neppure tanto difficile ipotizzare che l’accordo tra Ankara e Bruxelles raggiunto sui tre miliardi di euro a favore della Turchia per la cogestione dei flussi possa anche essere ritoccato al rialzo.
Si dice costantemente che la soluzione della questione migranti debba essere cercata in Europa. Sarebbe forse meglio dire che l’Europa dei 28 senza il mondo che la circonda può fare ben poco
Si dice costantemente che la soluzione della questione migranti debba essere cercata in Europa. Sarebbe forse meglio dire che l’Europa dei 28 senza il mondo che la circonda può fare ben poco. Pare un’ovvietà ma le negoziazioni, per quanto siano spesso tra un soggetto politicamente più forte ed uno più debole – se si vuole portare a casa un risultato – vanno sempre e comunque fatte in due. Le imposizioni ed i diktat servono a poco. Il fatto che la Turchia cerchi di ottimizzare a suo vantaggio la situazione contingente, chiedendo un prezzo maggiore per i suoi servizi, non deve scandalizzare nessuno; è un fatto abbastanza naturale.
Tuttavia, la posta in gioco potrebbe non essere solo economica. Se i tre miliardi potrebbero non bastare e l’Unione potrebbe essere chiamata a versare altro denaro nelle casse di Ankara, da parte sua Ankara potrebbe risollevare la questione di Cipro, una delle eterne questioni irrisolte nel cuore del Mediterraneo.
Come logica conseguenza dello stallo delle diplomazie, la Macedonia ha iniziato a costruire una seconda barriera difensiva a 5 metri dal reticolato di filo spinato già eretto sul finire dell’autunno 2015. La barriera sostanzialmente raddoppia la precedente che si snoda per 30 chilometri lungo il confine con la Grecia. In assenza di soluzioni l’obiettivo primario per la Macedonia è impedire che il flusso di migranti varchi i suoi confini. Del resto, se un accordo sul piano politico non si trova tra i Ventotto che hanno scelto di aderire al medesimo assetto istituzionale ed economico, non si può certo rimproverare alla Macedonia di tutelare il proprio interesse nazionale.
LE TRINCEE NEL CUORE NELL’UNIONE EUROPEA
IL MURO TRA AUSTRIA E ITALIA
Assieme a quello di Calais, il valico al confine italo-austriaco del Brennero è l’unico altro muro fisico all’interno dell’Unione Europea. All’interno dello spazio di Schengen vi sono anche barriere fisiche oltre che virtuali. Come molti altri paesi europei, anche l’Austria ha alzato i suoi muri antimigranti, e lo ha fatto ai confini con l’Italia e la Slovenia. Nella primavera del 2016 al Brennero l’Austria ha iniziato a costruire una barriera per limitare l’accesso di eventuali migranti provenienti dall’Italia. Inizialmente, si tratterà di una struttura lunga quasi 250 metri che andrà ad impattare sia sull’autostrada, che sulla strada statale. Nella prospettiva di Vienna non si tratterebbe tanto di una barriera antimigranti ma di una modalità operativa per meglio realizzare il management di confine. Sostanzialmente i provvedimenti presi da Vienna non prevedono strutture in muratura o reticolati di filo spinato, ma andrebbero solamente a facilitare flussi e controlli nei confronti di chi vuole entrare in Europa.
Tuttavia, essendo il valico del Brennero una delle più trafficate vie di trasporto in Europa questo, da parte italiana si avanzano preoccupazioni circa il possibile impatto socio-economico che potrebbe derivare da una eventuale chiusura del passo. Secondo la Cgia di Mestre l’ipotetica chiusura della frontiera potrebbe causare un costo dai 5 ai 10 miliardi. Secondo l’istituto di ricerca veneto ogni ora di lavoro costerebbe mediamente 60 euro, e con un ritardo di sole due ore gli aumenti stimati sarebbero del 10%, con riflessi di medio e lungo periodo, ovviamente, su costi e prezzi dei prodotti, in altre parole sul consumatore finale. Il Brennero è strategico per l’interesse nazionale. È un dato di fatto. Rallentamenti estenuanti avrebbero riflessi forse anche superiori a quelli previsti da economisti e statistici. Il sistema produttivo italiano si alimenta delle esportazioni. Il 40% di tutto l’import-export italiano deve oltrepassare le Alpi e di necessità transita proprio per il Brennero o Tarvisio.
IL MURO TRA AUSTRIA E SLOVENIA
Al confine tra Austria e Slovenia, al valico di Spielfeld, la situazione è diametralmente opposta. Qui esiste una vera e propria recinzione metallica, lunga quasi quattro chilometri, progettata per incanalare i profughi verso spazi attrezzati ed evitare sconfinamenti abusivi e costata di circa dieci milioni di euro. Tuttavia, l’attesa e tanto temuta ondata di profughi provenienti dalla rotta balcanica non c’è stata. Il governo austriaco ha approntato strutture idonee a consentire lo svolgimento delle operazioni di accoglimento, controllo e registrazione dei migranti.
IL MURO TRA SLOVENIA E CROAZIA
Nel tardo autunno del 2015 l’esercito sloveno ha cominciato a disporre un reticolato di filo spinato di 140 chilometri per proteggere alcuni tratti del confine con la Croazia per controllare l’afflusso di migranti. Il governo sloveno non parla di muri ma usa l’espressione alternativa di ‘ostacoli tecnici’. Questi dovrebbero aiutare a meglio gestire i flussi di migranti, indirizzandoli solo su determinati punti di transito oltre il confine. La funzione della barriera sarebbe quindi quella di incanalare i migranti evitando che questi passino il confine in zone boschive o più impervie, dove non sarebbe più possibile controllarne l’afflusso. I muri tecnici, in questa prospettiva, si presenterebbero dunque più come vettori di flusso che non come barriere di opposizione. Tuttavia, essendo stata presa la decisione di erigere barriere sul confine croato proprio sulle basi della previsione di una possibile ondata di 20-30 mila migranti, vuoi la natura fisica della barriera - un reticolato di filo spinato – vuoi la contingenza temporale – il messaggio veicolato dal muro costituisce l’equivalente linguistico di un “Alt, di qui non si passa”.
I MURI DELL’UNGHERIA
Il muro di Asotthalom è una barriera di filo spinato alta quattro metri che si snoda lungo i 175 chilometri della frontiera fra Ungheria e Serbia al costo di quasi cento milioni di euro. Almeno originariamente, era stato costruito per arginare l’arrivo via Serbia di migliaia di kosovari in cerca di un lavoro nel nord Europa ed è divenuto solo successivamente una barriera per i profughi siriani, curdi ed afghani in fuga dalle violenze e dalle guerre.
Il muro ungherese ai confini della Serbia è oggi il più lungo d’Europa e ci riporta ai tempi in cui vi fu la sua separazione dall’Austria. Allora una recinzione di 240 chilometri segnava il confine austro-ungherese, recinzione che venne rimossa nel silenzio dell’opinione pubblica mondiale nel maggio del 1989, prima addirittura della caduta del Muro di Berlino.
Ad ogni modo dopo il muro con la Serbia, l’Ungheria ne ha edificato anche uno con la Croazia ed ipotizzato addirittura la costruzione di altre due fortificazioni ai confini con la Romania. La barriera di filo spinato al confine con la Croazia è lunga poco più di quaranta chilometri e si è conclusa alla fine dell’estate del 2015. Si snoda lungo quel tratto di confine ungherese-croato non segnato dal fiume Drava, di per sé naturale limite fisico per i migranti, essendo un corso d’acqua difficilmente valicabile.
IL MURO DI CALAIS
Questi atti, al di là dell’efficacia e dell’impatto socio-economico e politico ad essi associato, esprimono un medesimo timore: che migranti e profughi, nel tentativo di raggiungere la Germania, passando attraverso i propri territori, finiscano per restare intrappolati entro i propri confini, riproducendo ciò che è accaduto a Calais, nel nord della Francia dove è sorto spontaneamente il campo profughi che ha indignato il mondo: «The jungle». E proprio per impedire il passaggio dei migranti verso la Gran Bretagna attraverso la cittadina francese, quest’ultima ha concluso un accordo con la Francia finanziando con 15 milioni di euro una barriera antiimmigranti di circa tre chilometri, al fine di rendere il porto di Calais sempre meno accessibile ai migranti somali, sudanesi ed eritrei che cercano di raggiungere via mare il Regno Unito. A gennaio 2016 un gruppo di 500 migranti ha assaltato il battello «Spirit of Britain». Anche la Gran Bretagna che, comunque non fa parte di Schengen, ha ritenuto utile adottare la strategia difensiva del muro per arginare i flussi migratori in arrivo dal resto dell’Unione. Del resto in Francia Les républicains – cioè il partito conservatore francese di Nicolas Sarkozy – hanno chiesto di reintrodurre controlli frontalieri provvisori al confine con l’Italia, ma il governo non ha ancora adottato misure di questo genere. Corsi e ricorsi storici dal momento che a Ventimiglia nel recente passato la frontiera è già stata più volte bloccata a causa dei migranti, soprattutto eritrei e sudanesi, che volevano passare il confine per raggiungere, attraverso la Francia, il nord Europa.
Una riflessione sui muri d’Europa impone di rispondere ad alcune domande quasi ingenue nella loro immediatezza. Quante sono e quanto sono costate complessivamente le “trincee” che dividono l’Europa? E, soprattutto, servono?
I MURI IN EUROPA: ATTUALI E FUTURI
È certamente vero che l’accoglienza ha costi elevati, ma è anche vero che generalmente in questi paesi sono attivi importanti movimenti anti-immigrazione e che questi in alcuni casi godono anche di una significativa rappresentanza nei vari parlamenti nazionali. Alle questioni sollevate da questi gruppi xenofobi e nazionalisti i governi devono dare una risposta se vogliono continuare a governare.
Alle questioni sollevate da questi gruppi xenofobi e nazionalisti i governi devono dare una risposta se vogliono continuare a governare
I flussi non si riducono perché vengono eretti sempre nuovi muri, ma cambiano solo rotta. Se poi si pensa che alle problematiche di spesa pubblica si associano anche quelle collegate al revival delle destre nazionaliste e xenofobe e quelle collegate alla sicurezza – i muri vengono presentati anche come il tentativo di offrire una risposta alla preoccupazione che tra i rifugiati possano mescolarsi estremisti islamici – allora si comprende chiaramente quanto sia importante e strategico per l’Europa non solo affrontare la questione velocemente ma soprattutto rispondere in modo unitario. Da come si affronterà la questione forse dipenderà la credibilità stessa dell’Europa in quanto soggetto politico unitario.■