Un nuovo vicino alle porte? O il ritorno del passato sotto le spinte della globalizzazione? L’Austria non smette di offrire spunti di interesse per la nostra Regione e per Gorizia in particolare.
VIENNA VUOLE ANDARE A NORD MA DEVE GUARDARE A SUD
L’Austria del futuro assomiglia sempre più a quella dell’antico impero. Con la caduta delle frontiere sono nettamente aumentati gli abitanti nati da genitori stranieri: 1,8 su 8,7 milioni di abitanti, pari ad oltre il 20% della popolazione. Un dato inimmaginabile fino agli anni ‘90, quando gli allogeni non superavano il 3%. I principali gruppi etnici sono gli stessi che gravitavano su Vienna fino all’età asburgica, tedeschi, serbi, bosniacchi, rumeni, croati, ungheresi, polacchi, italiani, a cui si sommano circa 116.000 turchi, 36.000 siriani e 33.000 afgani. È bene tenere a mente queste cifre quando si parla di “emergenza migratoria” in Austria.
La percezione dell’“invasione” si è rafforzata, ed è stata abilmente cavalcata, con l’afflusso di profughi lungo la “rotta balcanica” nell’autunno-inverno 2015. Dagli accordi del 18 marzo 2016 tra UE e Turchia, i numeri si sono sensibilmente ridotti e pare che solo verso la fine dell’anno si raggiungerà la soglia dei 37.500 indicati dal ministro dell’Interno Sobotka quale limite all’accoglienza. In Austria il ministro degli Esteri si occupa anche di integrazione, mentre la gestione dei flussi sotto il profilo dell’ordine pubblico è gestita, come in Italia, dal Ministero dell’Interno. Il 2015 ha messo a prova le strutture dello Stato austriaco, chiamato a gestire l’arrivo di circa 214mila immigrati. Tra quelli in fuga da Paesi in guerra, centomila hanno subito lasciato il Paese diretti a nord, mentre gli altri sono rimasti, in maggioranza cittadini siriani (21.000), afgani (18.600) e irakeni (10.000). E gli altri nuovi arrivi? Sorprendentemente si è trattato di 17.500 cittadini romeni, 17.000 tedeschi, 14.400 ungheresi, tutti membri dell’Unione Europea.
L’annuncio di misure restrittive, l’ostentata costruzione di una barriera al Brennero e la stretta ai valichi (anche col Friuli) non avrebbero avuto alcun successo nel fermare i migranti senza l’accordo UE-Turchia, e in ogni caso dipendono dagli orientamenti assunti a Berlino. La questione è diventata fortemente politica ed ha preso una china pericolosa quando socialisti e popolari, storici alleati di governo e in continuo calo nei sondaggi, hanno cominciato ad inseguire sul loro terreno i populisti del Partito liberalnazionale (FPÖ). Il governo di Vienna ha così varato una legge per consentire alla polizia di frontiera di bloccare i profughi in arrivo, anche se richiedenti asilo, in violazione delle norme internazionali sui rifugiati che vietano il “refoulement”, ovvero il respingimento verso Paesi considerati pericolosi senza aver verificato i requisiti per l’accoglienza. Va comunque detto che, ad un anno dalla sua approvazione, questo “Notverordnung” (“provvedimento di emergenza”) non è stato ancora applicato.
SUI PROFUGHI UN GIOCO PERICOLOSO
La rassicurante immagine di “Paese alpino” costruita dalla Repubblica austriaca nel secondo dopoguerra (fatta di turismo invernale e film di Sissi) è andata in crisi con la fine della Guerra fredda, l’ingresso nell’Unione Europea (1995) e l’ascesa della destra populista. Dopo il 1945 si era trovato un equilibrio tra una “testa troppo grande” (la cosmopolita Vienna) e un “corpo troppo piccolo” (le altre regioni), dando sviluppo all’assetto federale sancito dalla Costituzione del 1955. In tal modo si è fondata anche la collaborazione tra i socialisti (SPÖ) egemoni nella capitale e i popolari (ÖVP) prevalenti nelle aree rurali e alpine. Dall’ascesa dei liberal-nazionali, che ostentano le proprie credenziali germaniche, si alimenta invece il conflitto che vorrebbe opporre una “nordica” Austria ai Paesi del sud, Italia e Balcani in primis, considerati “autostrade” per gli immigrati.
Come dimostra il profilo più basso adottato da Vienna negli ultimi mesi, la partita sui profughi si è giocata però più sul piano interno che internazionale. I rifugiati sono diventati terreno di scontro tra le principali forze che si contendono la guida del governo. Popolari e socialisti governano insieme quasi ininterrottamente dal dopoguerra, con l’eccezione del governo “nero-blu” di Wolfgang Schüssel (2000-2006). La mancanza di ricambio e la lottizzazione sistematica di tutti posti pubblici, nelle banche e nelle imprese a partecipazione statale e locale, ha generato un clima di stanchezza. L’attuale cancelliere, il socialista Kern, è stato amministratore delegato delle Ferrovie (ÖB) fino alla sua chiamata alla Ballhausplatz, sede del governo austriaco.
Da cinque anni l’Austria risente di una prolungata stagnazione che ha portato ad una diminuzione, lenta ma costante, dell’occupazione: nel 2015 il PIL è cresciuto dello 0,9%, mentre dovrebbe salire del 1,6% sia nel 2016 che nel 2017. Quanto alla mancanza d’impiego, dal 2011 è passata dal primo posto (4,6%) al quinto (5,7%) tra i Paesi UE con meno disoccupati, preceduta da Germania, Repubblica Ceca, Gran Bretagna e Malta.
Col “provvedimento di emergenza” sui rifugiati, i partiti di governo hanno introdotto restrittive sul mercato del lavoro, che secondo gli euroscettici già risente dell’accesso dei cittadini dei “nuovi” Paesi UE, con l’obiettivo di escludere i profughi in particolare dagli impieghi a bassa qualifica professionale maggiormente colpiti dalla crisi. Sono proprio questi lavoratori a non trovare lavoro e ad ingrossare le fila della contestazione antipolitica.
I rifugiati sono diventati terreno di scontro tra le principali forze che si contendono la guida del governo
Il campanello d’allarme per i due partiti maggiori è suonato al primo turno delle presidenziali il 24 aprile, quando i candidati popolare e socialista sono stati esclusi dal ballottaggio a favore del liberalnazionale Norbert Hofer e dell’(ex) verde Alexander Van der Bellen. Il sorprendente successo di questi due candidati e il deludente risultato dei portacolori governativi (fermi entrambi all’11%) hanno messo in risalto la distanza tra l’elettorato e la dirigenza del centrosinistra. Irregolarità nel voto hanno indotto la Corte costituzionale ad annullare il ballottaggio, vinto col 50,3% da Van der Bellen. Ma è l’altra metà di voti ottenuta da Hofer a segnalare un pericoloso travaso di voti dai vecchi elettorati socialista e popolare preannunciato da diverse elezioni locali del 2015: con la notevole eccezione della Carinzia (ancora segnata dallo scandalo HypoBank che ha travolto il FPÖ e che ha portato il Land alle soglie della bancarotta), i socialisti hanno perso a favore dei liberalnazionali soprattutto nelle città industriali a forte presenza di immigrati, nonché in Stiria, antico feudo del SPÖ.
CAMBI DI LEADERSHIP
Il ballottaggio delle presidenziali è stato un terremoto per i fragili assetti dei partiti. I socialisti hanno optato per il rapido avvicendamento del cancelliere Faymann, mentre nel Partito popolare il vicecancelliere e presidente del partito Reinhold Mitterlehner ha cercato un’intesa col nuovo capo del governo Kern per lanciare una stagione di riforme e resistere agli attacchi degli oppositori interni all’ÖVP. I riflettori sono accesi sul giovane e brillante ministro degli Esteri Sebastian Kurz, che non fa mistero delle sue ambizioni distinguendosi anche per alcune posizioni non propriamente “ortodosse”, come quando ha proposto di concentrare i profughi in qualche isola del Mediterraneo per verificarne l’idoneità all’asilo.
Kurz, classe 1986, dopo aver assunto la guida dei giovani del Partito popolare nel 2009, è stato il parlamentare col maggior numero di preferenze personali eletto nel 2013 e, a soli 27 anni, è diventato il più giovane ministro degli Esteri del mondo e il più giovane membro di governo nella storia della Repubblica austriaca. Nel 2014-2015 ha ottenuto la prima occasione di visibilità internazionale, ospitando a Vienna i negoziati sul nucleare iraniano, poi conclusisi con l’accordo del 14 luglio 2015. Forte dell’inclusione delle competenze sull’Integrazione sociale (di cui era stato sottosegretario nel 2011-13), Kurz ha ottenuto l’approvazione di una nuova legge sull’Islam, che sostituisce la precedente norma asburgica del 1916 e che innova profondamente i rapporti tra lo Stato austriaco e la religione musulmana: sono stati proibiti i finanziamenti esteri a moschee e centri culturali islamici (principale mezzo di influenza di Paesi come Turchia, Qatar e Arabia Saudita), introdotti i salari statali per gli iman (come per i sacerdoti e pastori cristiani), regolata la versione del testo sacro utilizzabile in Austria e garantita la cura pastorale e la distribuzione di alimenti halal nell’esercito.
Non più enfasi sull’immigrazione, quindi, ma sulla crescita, sembra essere la ricetta per riportare il sereno anche in vista delle prossime elezioni politiche del 2018
Il nuovo cancelliere Kern si è presentato in parlamento con un “piano per l’Austria 2025” che punta sull’innovazione, l’attrazione degli investimenti esteri e le sinergie tra pubblico e privato come richiesto dai popolari. Kern ha poi esposto il suo “manifesto” in un intervento sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 12 settembre 2016. Facendo appello alla necessità di un cambio di marcia in Europa, alla riscoperta degli ideali dei fondatori, ha riconosciuto l’urgenza di un “progetto di speranza” che trovi legittimazione nei cittadini europei.
Secondo Kern, due sono le forze in competizione per il controllo del continente, europeisti e populisti: questi non possono essere combattuti solo con i “riti stanchi” dei Consigli Europei (nati negli anni ‘70 dalla reazione francese alla crescita della Commissione Europea), con l’eccesso di regolamenti di Bruxelles, o con processi decisionali poco trasparenti. Per il cancelliere austriaco la causa fondamentale della disaffezione è la mancanza di fiducia: vent’anni fa la maggioranza degli europei collegava l’Unione alla promessa di un futuro in cui tutti sarebbero stati meglio. Oggi ci si confronta con anni di stagnazione, mancanza di investimenti e disoccupazione giovanile soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale, coltivando sfiducia e frustrazione. Nell’analisi di Kern, se non si cambierà rotta, tornando ad associare il nome di Europa a benessere ed opportunità, l’Unione diventerà sempre più piccola e irrilevante per le persone.
Non più enfasi sull’immigrazione, quindi, ma sulla crescita, sembra essere la ricetta per riportare il sereno anche in vista delle prossime elezioni politiche del 2018. L’ambizione di Vienna è il rilancio degli investimenti, trasporti, infrastrutture, reti energetiche e digitali, nella speranza che il miglioramento della situazione economica favorisca maggiore comprensione e accoglienza verso i rifugiati, i cui flussi dureranno ancora anni. L’atteggiamento negativo dell’Ungheria e degli altri Paesi dell’est ha colpito la residua credibilità delle istituzioni europee. La chiusura dei confini dello spazio balcanico, oltre ad essere un rimedio illusorio e conflittuale, colpisce proprio quelle popolazioni che – dopo la caduta degli Asburgo – hanno vissuto per decenni il giogo totalitario.
«Se su una questione di importanza europea possiamo solo offrire risposte nazionali, i cittadini si chiedono a ragione perché la promessa di garantire la sicurezza, che sta a fondamento della comunità, non venga rispettata dall’UE», ha affermato il cancelliere. Davamo per scontata la ricostruzione dello spazio centro-europeo, a cui guardare anche per lo sviluppo del Nordest italiano, ma oggi occorre lavorare per difenderla dalla minaccia populista che strumentalizza i profughi. La soluzione non può che essere l’impegno di tutti gli Stati membri UE per la vigilanza delle frontiere esterne, un comune sistema di asilo, un’equa ripartizione dei carichi e il finanziamento di progetti di sviluppo in Africa. Questa l’analisi del cancelliere che riecheggia, significativamente, le proposte che l’Italia ha presentato da tempo a Bruxelles.
LE PROSSIME SCELTE DI VIENNA (E LE NOSTRE)
Funzionerà la strategia di Kern? L’ascesa dell' "altra Austria", quella nazionalista e germanista, sembrerebbe inarrestabile. Da oltre un anno i sondaggi assegnano un ruolo-chiave agli eredi di Haider, dati a un terzo dei voti, ben sopra socialisti e popolari che insieme non supererebbero il 45%. Con questi numeri la Grosse Koalition riceverebbe un colpo fatale, aprendo la corsa di entrambi i partiti ad assicurarsi la collaborazione dei liberal-nazionali. Non solo i popolari, ma anche settori della “destra” socialista da tempo non escludono un’intesa con l’estrema destra, con cui il SPÖ condivide il governo della regione Burgenland. Un ritorno al governo del FPÖ, però, avverrebbe a condizioni radicalmente diverse rispetto a dieci anni fa. Non più come “stampella” del centrodestra, ma rivendicando la cancelleria, forte di numeri inoppugnabili. Meno probabile sembra la collaborazione dei verdi o dei liberali (“Neos”), euroconvinti ma fin qui critici col Governo rossonero.
La spinta a cercare di restare nelle stanze del potere potrebbe essere irresistibile se prevarrà nei partiti tradizionali la spinta a difendere le proprie clientele rispetto alla coerenza di una linea politica. Eppure proprio questa è la ragione del declino e del distacco da fette consistenti dell’opinione pubblica, ulteriormente sconcertata dal clamoroso rinvio del secondo ballottaggio presidenziale a causa dello “scandalo della colla”, il difetto di fabbricazione delle buste per il voto per corrispondenza che ha imposto di rinviare la chiamata alle urne al 4 dicembre.
Dato che la Costituzione austriaca prevede un ruolo poco più che cerimoniale per il presidente federale, il voto ha assunto un significato altamente simbolico ma non è decisivo per le sorti del governo. A maggior ragione dopo che Hofer, nel tentativo di acchiappare voti al centro, ha ostentato una moderazione di linguaggio e propositi, arrivando a rinnegare il proposito di influenzare dalla Hofburg le scelte del governo in carica. Parte di questa strategia “rassicurante” è stata anche l’intervista alla televisione di Stato ÖRF del leader del partito liberal-nazionale, Heinz-Christian Strache, che per la prima volta ha assicurato che il suo partito non intende promuovere una “Öxit”, ovvero un referendum per l’uscita dell’Austria dall’Unione Europea. Strache ha anche smentito l’etichetta antieuropea del suo partito, auspicando non una rottura ma una riforma dell’Unione, e ha appoggiato l’abbattimento della casa natale di Hitler a Braunau, una decisione dal forte contenuto simbolico voluta dal governo.
L’avvicinamento dell’estrema destra ai settori in prima linea sull’immigrazione si traduce anche nell’apprezzamento di Hofer per alcuni ministri, come i popolari Kurz e Sobotka e il socialista Doskozil (alla Difesa), ammiccando ancora una volta all’elettorato più insofferente rispetto all’immigrazione. Si tratta di una tendenza di lungo periodo che difficilmente potrà arrestarsi senza un successo evidente della strategia del governo in campo economico e sociale. In questo scenario la Chiesa austriaca, per voce del Cardinale di Vienna Schönborn, non smette di invitare i cattolici al discernimento e a resistere ai richiami populistici.
Il ritorno dell’Austria a quel ruolo di cerniera dello spazio mitteleuropeo che ha svolto efficacemente per secoli sarebbe di beneficio per tutta la regione
La polarizzazione degli austriaci, così evidente negli ultimi anni, condizionerà sempre più le scelte di Vienna finché non troverà un nuovo punto di equilibrio, che dovrà necessariamente includere quell’ampia fetta di popolazione che ha fatto del nostro vicino la sua nuova casa. Il ritorno dell’Austria a quel ruolo di cerniera dello spazio mitteleuropeo che ha svolto efficacemente per secoli non potrebbe che essere di beneficio per tutta la regione, a partire dall’integrazione degli spazi economici, culturali e sociali. Il Friuli Venezia Giulia, e Gorizia in particolare, devono sviluppare con più determinazione e costanza i rapporti oltre confine, senza fermarsi alle accuse di un “dumping” fiscale peraltro in declino per le manovre fiscali approvate a Vienna nel 2015 e 2016.
Le spinte della globalizzazione dei due decenni scorsi hanno posto le basi per un’Austria più multietnica e multiculturale, come lo era stato il vecchio Impero asburgico fino alla Prima guerra mondiale. Decenni di chiusura delle frontiere e contrapposizioni ideologiche avevano ridotto il Paese alla sua componente germanica, ma l’Austria del futuro sembra più simile a quella che hanno conosciuto i nostri antenati della Principesca Contea. Sta anche a noi, dal nostro territorio di confine, farci portatori a tutti i livelli di istanze di apertura e integrazione coerenti con la nostra storia e i nostri interessi.■