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HOME > Articoli e notizie:Quale Europa può rinascere dalle radici mitteleuropee?

Quale Europa può rinascere dalle radici mitteleuropee?

Sulle sponde dell’Aussa, inaugurato il monumento (dello scultore Franco Sclauzero, a cura di un comitato) ai soldati austriaci dimenticati; quelli delle nostre terre. Presenti il Sindaco Savino, il Cons reg. Cargnelutti e altre autorità; intervento di Giorgio Milocco sui soldati della Bassa; presenza della madrina dott.ssa Margherita Cassis Faraone e degli Amici della Croce Nera Austriaca con il comm. Franco Stacul.

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Confini: integrazione, scontro, arricchimento e violenza. Qui, da sempre sul confine, il termine “tedesco”, “slavo”, poteva essere letto in modi opposti: secoli fa, designava provenienza, origine; più in qua, a volte, ha inteso il diverso, il nemico; l’inferiore.
 
Reduci, e non, furono trattati da estranei, ma si mantennero fedeli al nuovo Stato, pur vedendo il nazionalismo tracimare nel fascismo, che educava all’odio razzista fin dalla più tenera età

All’ennesimo grido “mai più la guerra!”, dopo il II conflitto mondiale, voci profetiche riuscirono ad abbracciare popoli, già fieri avversari, riconsegnandoci un’ Europa di pace.
 
Con Aquileia, romana e cosmopolita, si erano percepiti respiro di Mediterraneo; profumo d’ Oriente dilatato verso l’ignoto; magia d’ambra che parlava del Nord.
 
Più tardi, si avvertì lo spirito di San Paolino nell’Europa carolingia, e su su fin quando, al tramonto del Medioevo, si entrava in uno Stato crogiolo di popoli.
 
Queste terre portavano eredità, immateriali o dormienti, pronte a riaffiorare col loro spirito vivificante. Il popolo strappava vita ai giorni, quasi indifeso, finché nuove idee spalmarono diritti anche per chi non ne aveva.
 
Lo Stato degli Asburgo, col suo ventaglio di stirpi e religioni, fu esempio di coesistenza, non priva di asprezze e difficoltà.
 
Quasi 30 anni fa, a Gorizia, un notevole studioso viennese di origine boema, Walter Zettl (Vienna 1919 - Vienna 2014), in una relazione che si attaglia perfettamente a questa occasione - “L’armata imperialregia, scuola delle nazionalità” - citando un poeta austriaco - la definì vera e propria “patria al di sopra dei popoli”: raccoglieva “sotto le sue bandiere giovani di sette nazioni e di alcuni altri gruppi etnici minori”.
 
Rispettate le nazionalità, in questa macchina di identità mitteleuropea; rispettate le religioni.
 
Zettl constatava che “solo con la liberazione dalla cosiddetta ‘prigione dei popoli’, nel 1918” avrebbe avuto inizio “la lotta di tutti contro tutti e l’oppressione delle minoranze”.
 
Negli stati nazionali, che stavano virando incontro al nazionalismo, come ebbe a scrivere il Goriziano Vittorio Peri, “La storia antica, la linguistica e la stessa toponimia furono le discipline più strumentalizzate in volgarizzamenti spesso cervellotici ed arbitrari…”, ed ecco, da noi, esplodere il mito di un’Aquileia domatrice di popoli; la colata di nazionalismo; il tentativo di assimilazione delle minoranze, negando lingue e tradizioni.
 
I nostri soldati, ritornati dopo la guerra, provocata dall’imperialismo Austro-ungarico nei Balcani, e abbracciata dal nazionalismo italico, pronubo il vociante, pernicioso - ma efficace - dannunzianesimo, si trovarono in un altro mondo. Avevano sperimentato l’efficacia di un sistema scolastico (illuminante esempio nella Cervignano dell’800 per la scuola: riunione fondativa 3 dicembre 1843, inizio lezioni primi di gennaio 1844), sistema scolastico, che aprì gli occhi alla nostra gente, spingendola a lottare per uscire dalla miseria e dalla emigrazione.
 
Avevano sperimentato l’esistenza di uno Stato efficiente e, anche col servizio militare, rafforzato lo spirito di fedeltà che datava da secoli, ammirato nelle relazioni di stupefatti provveditori veneti.
 
Reduci, e non, furono trattati da estranei, ma si mantennero fedeli al nuovo Stato, pur vedendo il nazionalismo tracimare nel fascismo, che educava all’odio razzista fin dalla più tenera età.
 
Videro l’epilogo di un periodo incredibile con la fuga dell’italico re imperatore e del Governo e la consegna delle nostre terre al Terzo Reich.
 
I più fortunati (la vita media era ancora bassa), però, ebbero la soddisfazione di trovare uno dei loro, un trentino senza nostalgie, retto e severo, a raddrizzare le sorti dell’Italia massacrata dalla guerra fascista, ridarle dignità, e guardare avanti all’unità d’Europa. Alcide De Gasperi, capo del Governo allora amatissimo da una parte; ora è rispettato e apprezzato dai più.
 
Questo soldato, dello scultore Franco Sclauzero, è un omaggio ai suoi pari di ogni angolo dell’Impero, a quelli che ritornarono, e a quelli che morirono in Galizia; da prigionieri all’Asinara, o in Serbia (ma pure ai loro cari e amici; agli orfani e alle vedove, ai nipoti che ricordano).
 
Fecero con dignità e onore il loro dovere anche se non volevano morire, come indicano alcuni irridenti versi di una canzone che cantavano negli interminabili trasferimenti.
 
All’ennesimo grido “mai più la guerra!”, dopo il II conflitto mondiale, voci profetiche riuscirono ad abbracciare popoli, già fieri avversari, riconsegnandoci un’ Europa di pace

Più Italiani degli Italiani (“Fratelli siam popolo di stirpe friulana - poi mutato in stirpe latina” - cantava l’inno della Federazione cattolica, scritto da Leopoldo Cassis Faraone e musicato da Cesare Augusto Seghizzi) tanti soldati delle nostre terre, quasi sempre dimenticati da chi avrebbe il dovere del ricordo; dormono il sonno eterno in numerosi cimiteri della Galizia, spesso in cima alle colline, metafora di un elevarsi dalle miserie di questo mondo.
 
Senza nostalgie, a conclusione, si possono citare passi di una conversazione di Biagio Marin al I degli Incontri Culturali Mitteleuropei di Gorizia (1966), dal tema “La poesia oggi”.
 
Quando, nel 1914, ascoltò, all’Università di Vienna, dal grande pedagogista svizzero Friedrich Vilhelm Förster, “un apologetico discorso di quella che era stata la missione civilizzatrice dell’Austria verso l’oriente, ma anche verso tutti i popoli che componevano l’impero”, scrisse “io andai da lui a protestare contro la sua apologia. Io ero irredentista italiano e non potevo ammettere che si facesse l’elogio dell’azione storica degli Asburgo”. Ebbe questa risposta: “Caro giovane amico, le auguro dal profondo che non debba venire il giorno in cui lei dovrà con rimpianto ricordare quel grande bene che l’Austria le ha offerto, rendendole possibile la facile comunicazione con popoli di lingua, di mentalità, di cultura diverse…Se l’Austria dovrà perire per l’insipienza e immaturità politica delle nazioni che la compongono, l’Europa soltanto potrà sostituirla, ma la strada a quell’Europa sarà molto lunga e implicherà molti dolori”.■
data di pubblicazione: 30-11-2016
autore: Ferruccio Tassin | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.71 | tema: CENTENARIO DELLA GRANDE GUERRA
tag redazionali
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