Il primo ricordo d’infanzia di mia nonna Lucia era l’immagine di una strada, del mare e di una chiesa. Il bagliore fotografico cristallizzato nella memoria, veniva raccontato varie volte dalla nonna nella sua vecchiaia, quando, visitandola, le chiedevo del suo passato. Nata a metà del 1911, i suoi primi ricordi si estendevano agli anni 1915/1916, al periodo della Grande guerra, che la sua famiglia visse da profughi. Non escludo che il ricordo non fosse nemmeno veramente suo, ma soltanto il ricordo di un’immagine tratta da una cartolina custodita a casa dopo il ritorno da Diano Marina nei pressi di Genova, dove visse l’esilio (1915-1919) con la mamma, le zie, le sorelle e i fratelli. Ancora prima dell’entrata in guerra dell’Italia, l’Austria-Ungheria richiamò suo padre al servizio militare e il suo villaggio natio ai piedi del Monte Nero (Krn), sprovvisto della difesa dell’esercito attaccato, è stato occupato dall’esercito italiano e la famiglia si vide costretta all’esilio. Il padre, militare dell’esercito austro-ungarico, e il resto della famiglia (esiliata in Italia) poterono riunirsi soltanto quattro anni dopo. Mia nonna potrebbe aver collegato l’immagine della cartolina con i racconti di sua madre o del fratello maggiore, trasmutandola nel suo primo ricordo. L’immagine, comunque, rimase tutto ciò che riusciva a richiamare della sua esperienza da profuga nell’Italia della Grande guerra. Raccontando le proprie esperienze dell’Italia, riportava soltanto ciò che sentì da sua madre a dalla sorella maggiore.
Durante il loro l’esilio in Italia, il villaggio natio ai piedi del Mrzli vrh e del Krn era utilizzato dall’esercito austro-ungarico per calibrare l’accuratezza delle granate lanciate e per lo sterminio dei soldati italiani mandati dai loro comandanti a morire sui dorsali. A seguito di due anni e mezzo di feroci attacchi, il villaggio e i suoi dintorni erano completamente distrutti. L’infanzia della generazione di mia nonna e delle persone nate negli anni venti del Novecento consisteva nell’esperienza di una vita passata in baracche nei primi anni del ritorno a casa, della ricostruzione delle case rase al suolo, della raccolta di reperti bellici a valle e in montagna e di una lotta quotidiana per la sopravvivenza. Il tutto ancora prima che Mussolini e le sue camicie nere decidessero di fare dell’Italia un paese fascista che cercava di rendere gli abitanti sloveni del Litorale dei cittadini italiani di lingua italiana. Ancora prima di tutto ciò che la comunità slovena del Litorale si trovò a vivere negli anni a seguire. La nonna mi raccontava:
Quando siamo ritornati a Selce, il villaggio era completamente distrutto... dappertutto sporgevano soltanto delle mura spoglie. Anche mio padre e mio fratello erano tornati. Erano irsuti, affamati ed emaciati e mi ricordo che la mamma mi disse: “Se l’avessi saputo che sarebbe stato così, non sarei tornata!” Durante la guerra mio padre lavorava da falegname a Klagenfurt. Dopo il ritorno costruì una baracca nella quale poi vivevamo. Mica ha portato dai monti un alberello di natale lasciato dai soldati. Mia sorella Malja è nata in quella baracca. C’era una grande povertà. Sotto il villaggio c’era un accampamento italiano: una tenda accanto all’altra. Noi, bambini, scendevamo con le gavette, e andavamo da un soldato all’altro a chiedere qualcosa da mangiare. Era cibo per noi, profughi.
Oltre ai problemi abitativi, i profughi e gli abitanti dell’Isontino, soffrivano anche la fame, perché i canali di approvvigionamento erano stati spezzati dalla guerra e v’erano mancanze di ogni sorta. I campi erano difficili di coltivare per via del materiale bellico residuo e per la mancanza di utensili. Le operazioni belliche nell’Isontino e sul Carso si sono svolte in modo ininterrotto per due anni e mezzo. Gli effetti sull’area si aggravavano in modo devastante di battaglia in battaglia. Le operazioni di guerra, come scrisse Tomaž Budkovič, lasciarono un pericolo latente e permanente: le granate dell’artiglieria erano fatte di metalli pesanti (rame, piombo, zinco e antimonio) e i detonatori contenevano fulminato di mercurio. Dopo anni di fuoco incrociato, la terra era piena di frammenti di granate, proiettili e cartucce. Nonostante gli abitanti avessero raccolto enormi quantità di materiale residuo, molti residui rimasero nel suolo. La solvibilità dei metalli pesanti dipende dalla costituzione chimica del suolo. I composti chimici disciolti nel suolo passano per le coltivazioni nella catena alimentare e anche questo divenne parte del lascito della Grande guerra alle nostre terre.
Una visione apocalittica del ritorno alla città di Plezzo (Bovec) mi è stata fornita da Darinka Kravanja (1910-2014), indubbiamente uno degli ultimi testimoni dell’esperienza dei profughi della Prima guerra mondiale, parlando di suo padre e di suo fratello:
Costruivano quella baracca, affamati a tal punto che quasi potevamo vedere dentro i loro stomaci. Da qualche parte nei campi trovarono una capra morta, sulla quale si era accumulata dell’acqua che si misero a bere. I prigionieri russi rosicchiavano dell’aglio selvatico trovato nei prati.
Parlando con mia nonna, quando ero ancora studente, mi sembrava incredibile con quanta indifferenza parlasse dei fratelli minori e della zia che morirono di malattie varie durante l’esilio: Spesso non riusciva a ricordarsi dell’età che avevano, quando sono morti, e tanto meno dei loro nomi. Sapeva soltanto che si trattava “della spagnola” e che “sono stati in tanti a morirne”. La guerra e il periodo dopo la guerra lasciavano poco spazio per il lutto, bisognava cercare di sopravvivere. In un’atmosfera permeata di morte e dell’esperienza della morte, ignorarli era uno dei modi per affrontarla e dimenticarla - si trattava di una strategia di sopravvivenza. Un atteggiamento simile nei confronti della morte è stato descritto anche dalla giornalista e corrispondente di guerra austriaca Alice Schalek, una delle poche donne a vivere in prima persona l’angoscia dei campi di battaglia. Visitando i villaggi nei pressi di Tolmino scrisse: “Gli operai stanno tranquilli in mezzo ai morti. Un morto non inquieta più nessuno. Sembra che io sia l’unica a essere talmente colpita dalla scena da non poter tenere ferma la macchina fotografica.”
Il progetto espositivo del Goriški muzej
Profughi al Castello di Kromberk racconta per mezzo di immagini, oggetti, suoni e parole il vissuto amaro dei profughi sloveni del Fronte Isontino durante la Prima guerra mondiale (1915-1918), i quali si trovarono costretti ad abbandonare le loro case nei giorni e nei mesi a seguito della dichiarazione di guerra dell’Italia all’Impero austro-ungarico il 23 maggio 1915. Ponendo un accento sui profughi sloveni del Fronte dell’Isonzo vorremmo presentare ai visitatori della mostra l’esperienza dei profughi sloveni di cent’anni fa per offrire un accesso unico al vissuto e all’universo emotivo dei profughi. L’aggettivo “sloveni” potrebbe essere sostituito con qualsiasi altra designazione: profughi italiani, friulani, belgi o russi. O, al giorno d’oggi, siriani.
L’obiettivo del progetto espositivo è quello di elicitare una migliore comprensione dell’esperienza universale dell’esilio, offrendo ai visitatori lo spazio museale come luogo di ritiro e perfezionamento dello sguardo: uno spazio di riflessione sulle nostre attività (e i nostri comportamenti) qui e adesso, nell’Europa a cavallo fra il 2016 e il 2017. La mostra e le relative pubblicazioni riportano le immagini e danno la parola alle vittime più deboli di ogni guerra: i bambini, le donne e gli anziani. Conoscere le armi e i generali non ci offre che una conoscenza parziale delle guerre.
La parola “memoria” — facile surrogato di qualcosa di indeterminato e presumibilmente prezioso (quasi ogni giorno del calendario è ormai una giornata di memoria di qualcosa)—serve a poco, se l’inflazione della memoria nella società odierna non ci smuove e non ci sprona ad agire, ovvero, per utilizzare le parole di Hannah Arendt, “Il sapere (e il commemorare) non servono a niente, se non portano alla comprensione.” Ed è proprio questa la nostra intenzione: Comprendere l’esperienza dei profughi. Se riuscissimo a rivivere il vissuto emotivo dei “nostri” profughi della prima guerra mondiale, forse saremmo capaci di sforzarci a comprendere il contesto di provenienza dei profughi di oggi... per aiutare e, possibilmente, alleviare.
La rimemorazione, secondo il mio parere personale, ha poco a che vedere con la commemorazione che è un atto pubblico. Si tratta, piuttosto, di un legame intimo fra l’individuo e gli universi che egli riesce a scorgere e far propri. Il progetto espositivo “Profughi” racconta dunque le storie dei profughi sloveni del Fronte dell’Isonzo durante la Prima guerra mondiale, ricollegandosi necessariamente alla storia universale dei profughi di ogni luogo e ogni tempo.■
Misliti in razumeti begunsko izkušnjo
Goriški Muzej (Museo del Goriziano), grad Kromberk, junij 2016 – december 2017
Prvi otroški spomin moje none Lucije je bila podoba ceste, morja in cerkve. V spominu kristaliziran fotografski utrinek, ki mi ga je na stara leta večkrat omenila, ko sem jo med obiski pri njej spraševal o njeni ni preteklosti. Rojena je bila na polovici leta 1911 in njen prvi spomin je segal v leto 1915/1916, v čas begunstva njene družine med prvo svetovno vojno v Italiji. Mogoče to niti ni bil njen spomin in je podobo ceste, cerkve in morja videla na razglednici, ki so jo (s)hranili doma, po povratku iz Diano Marine pri Genovi, kjer je skupaj z mamo, tetami, sestrami in brati preživljala čas begunstva (1915–1919). Še pred napadom Italije je Avstro-Ogrska leta 1915 vpoklicala njenega očeta v vojsko, njeno vasico pod Krnom pa je maja 1915 brez obrambe napadene armade zasedla italijanska vojska in družina je morala v begunstvo. Oče (vojak v avstroo-grski armadi) in preostala družina (begunci v Italiji) so se tako znova srečali šele štiri leta kasneje. Mogoče je nona takrat fotografijo na razglednici povezala s pripovedjo svoje mame ali starejšega brata in to podobo privzela za svoj prvi spomin. Vsekakor je ta podoba bila vse, kar je ostalo od njene begunske izkušnje v Italiji med prvo svetovno vojno. Ostalo, kar je povedala o njihovem bivanju v Italiji, je slišala od svoje mame in starejše sestre.
Medtem ko so bili v begunstvu v Italiji, je avstro-ogrska vojska njihovo vasico pod vznožjem Mrzlega vrha in Krna uporabljala za umerjanje natančnosti granatnih izstrelkov in ubijanje italijanskih vojakov, ki so jih poveljniki pošiljali po grebenih v smrt. Posledica tega izživljanja je bila po dveh letih in pol popolnoma uničena vas in njena okolica. Otroška izkušnja generacije moje none in tiste, rojene v dvajsetih letih 20. stol., je izkušnja življenja v barakah v prvih letih po vrnitvi domov, obnove porušenih domov, pobiranja vojnega materiala po dolini in gorah, borbe za preživetje. In to, še preden je Mussolini s silo svojih črnosrajčnikov odločil, da bo Italija fašistična država, ki bo slovenske prebivalce Primorske želela narediti italijansko govoreče državljane Italije. In pred vsem, kar je za slovensko skupnost na Primorskem sledilo v naslednjih letih. Nona je pripovedovala:
Ko smo se vrnili na Selce, je bila vsa vas porušena, ven so štrleli samo zidovi. Tam sta bila tudi oče in brat. Bila sta kosmata, lačna in suha in spomnim se, da je mama rekla: “Če bi vedela, da je tako, bi že ne prišla nazaj!” Oče je bil med vojno v Celovcu, kjer je mizaril v vojski. Ko je prišel domov, je najprej naredil barako, kjer smo potem stanovali. Mica je iz hribov prinesla celo božično drevesce, ki je ostalo od vojske. Sestra Malja se je rodila v tej baraki. Bila je revščina. Pod vasjo so imeli Italijani svoje šotore, šotor pri šotoru. Mi otroci smo hodili k njim z gavetami, od vojaka do vojaka, da so nam dali kaj za jesti. So rekli fasounga, za nas begunce.
Po vrnitvi na porušene domove so imeli begunci in ostali prebivalci ob Soči poleg nastanitvenih problemov tudi probleme s prehrano, saj je bila preskrba ob koncu vojne otežena in se je čutilo pomanjkanje vseh vrst. Obdelovanje polj je bilo oteženo zaradi ostankov vojnega materiala, manjkalo je orodja. Vojne operacije so ob Soči in na Krasu potekale dve leti in pol na istem prostoru. To pomeni, da je bil njihov vpliv na okolje od bitke do bitke bolj uničujoč. Kot je pisal Tomaž Budkovič, so vojne operacije za seboj pustile skrito in trajno nevarnost: granate za topovsko strelivo so namreč iz težkih kovin (bakra, svinca, cinka, antimona), vžigalniki so vsebovali živosrebrov fulminat. Po dolgotrajnem obstreljevanju se je v zemlji nabralo ogromno granatnih drobcev, krogel in tulcev. Ljudje so po vojni veliko tega materiala pobrali, vendar ga je še vedno dosti ostalo v zemlji. Od kemične sestave tal je odvisno, kako hitro se delci težkih kovin raztapljajo. Take raztopine lahko potem prehajajo prek rastlin v prehranjevalno verigo. Tudi to je dediščina, ki nam jo je zapustila prva vojna na našem teritoriju.
Apokaliptično vizijo vrnitve v porušen Bovec mi je pripovedovala Darinka Kravanja (1910–2014), verjetno ena zadnjih pričevalk izkušnje begunstva iz prve svetovne vojne, ko je govorila o svojem očetu in bratu:
Lačna, da se je videlo noter v želodec, sta zidala tisto barako. Nekje na polju nezainte-resiranostjo je pripovedovala o svojih mlajših bratih in teti, ki so med vojno v begunstvu in po vojni umrli zaradi bolezni: v pogovorih se velikokrat ni mogla spomniti ne starosti, pri kateri so umrli, niti njihovih imen. Znala je povedati, da je bila »tista španska« in da jih je »veliko umrlo tisti čas«. Med vojno in po vojni veliko časa za žalovanje ni bilo, treba je bilo preživeti. V okolju, nasičenem s smrtjo in izkušnjo smrti, je bila tudi ignoranca smrti in pozaba način soočanja z njo – strategija preživetja. Podoben odnos do smrti je zaznala tudi avstrijska novinarka in vojna dopisnica Alice Schalek, ena redkih žensk, ki je izkusila tesnobo bojišča. Ob obisku tolminskega mostišča je zapisala: »Delavci mirno stojijo okoli mrtvih. Zaradi enega mrtveca se nihče več ne razburja. Le mene prizor tako prizadene, da se mi trese kamera.«
Razstavni projekt goriškega muzeja
Begunci na Gradu Kromberk prek podob, predmetov, zvoka in besede pripoveduje trpko zgodbo slovenskih beguncev s soške fronte v prvi svetovni vojni (1915–1918), ki so bili prisiljeni zapustiti svoje domove v dnevih in mesecih po napovedi vojne Italije Avstro-ogrski monarhiji, 23. maja 1915. S poudarkom na slovenskih beguncih s soške fronte želimo slovenskim obiskovalkam in obiskovalcem posredovati (slovensko) begunsko izkušnjo izpred sto let, in tako vstopiti v univerzalni doživljajski in čustveni svet begunke in begunca. V tem pogledu bi lahko pridevnik slovenski nadomestil katerikoli drugi pridevnik: italijanski, furlanski, belgijski, ruski begunci. Ali danes sirski.
Cilj razstavnega projekta je razumevanje begunske izkušnje, ki je univerzalna, obiskovalki in obiskovalcu pa želimo ponuditi muzejski prostor kot prostor odmika in izostritve pogleda: za razmislek o našem delovanju (in obnašanju) tukaj in zdaj, v Evropi leta 2016/2017. Na razstavi in spremljajočih publikacijah pa kažemo podobe in dajemo besedo tistim, ki so največje žrtve vojne: otrokom, ženskam, starejšim. O vojni nas védenje o orožju in generalih ne more naučiti vsega.
Nič ne pomaga beseda spomin, ki je v tekoči moderni postal instant nadomestek za izgubo nečesa nedoločljivo pristnega (pravzaprav je skoraj vsak dan na koledarju dan spomina na nekaj), če nas ta inflacija spomina v sodobnih družbah ne premakne in spodbudi k drugačnemu delovanju, oziroma, če se izrazim s pomočjo Hannah Arendt: védenje (in kome-moriranje) nam ne pomaga, če to ne vodi k razumevanju. In prav to je naš namen: razumevanje begunske izkušnje. Če smo sposobni se vživeti v čustvovanje »naše« begunke in »našega« begunca v prvi svetovni vojni, potem se bomo mogoče tudi potrudili razumeti kontekste, iz katerih izhajajo današnje begunke in begunci. In pomagali, olajšali, če zmoremo.
Spominjanje, kot ga razumem sam, nima toliko povezave s komemoracijo, javnim. Je tiha, intimna vez med posameznikom in svetovi, ki jih je posameznik sposoben videti in prepoznati kot svoje. Razstavni projekt Begunci torej pripoveduje zgodbo slovenskih beguncev s soške fronte v prvi svetovni vojni, ki pa je po svojem bistvu univerzalna begunska zgodba.
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