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HOME > Articoli e notizie:Camminare insieme ma a nuove condizioni

Camminare insieme ma a nuove condizioni

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Le parole e, peggio ancora, gli slogan, si sprecano, anche perché si ripetono e non tutti riescono a dare un po’ di speranza in più. 

Con la soppressione dell’Amministrazione provinciale, Il “Goriziano”, come noi preferiamo chiamarlo, ha perso non semplicemente una struttura amministrativa oltre che una struttura di partecipazione democratica: ha perso anche un punto di riferimento storico, culturale e umano legato ad un preciso contesto. Soprattutto, si rischia di perdere un’occasione per segnare il passo e camminare in modo nuovo e diverso. Senza dire che, almeno al momento, restano da attribuire alcune importanti competenze a Regione e Comune (UTI) e, soprattutto, mancano garanzie per i servizi ad esse legate. I cittadini attendono. Il taglio operato, oltre che rischiare fenomeni certi di accentramento, poco è servito a stimolare una fondamentale risposta di partecipazione e di sussidiarietà, soprattutto a livello di miglioramento dei servizi sul territorio e di risposta alle domande dei cittadini e delle famiglie. Non è stato -almeno finora- un colpo di fucile per risvegliare interessi e prospettive. Anzi.
 
È fuori dai nostri interessi e dalla nostra visione la tesi che la chiusura degli uffici provinciali costituisca sempre e comunque una perdita; tantomeno si deve versare lacrime su altre cancellazioni e doppioni inutili: l’impianto istituzionale, liberato da ciò che è in più e consuma risorse, ha un suo ruolo e significato, che non può essere sostituito dalle Uti o da analoghe modeste iniziative. Proprio perché non abbiamo creduto mai che “piccolo è bello” né ad altre simili schematizzazioni che sembrano avere un unico effetto: quello di suddividere in sedicesimi il territorio regionale dando vita a mini-province che esaltano la primo-genitura dei Comuni più grandi e la loro irrilevanza e autoreferenza. Perché si deve riconoscere come altrettanto falso del “grande è bello!”
 
La prima tentazione, allora, è quella -a quanti hanno avuto queste belle pensate- di dire che quanto viene meno non sono i retaggi del passato, le glorie o una serie di sovrastrutture alle quali si può anche rinunciare; viene meno altro e di più importante.
 
I territori e le comunità, le persone hanno bisogno di riconoscersi in punti forti e in prospettive concrete di vita

I territori e le comunità, le persone hanno bisogno di riconoscersi in punti forti e in prospettive concrete di vita.
 
Pena l’anonimato e la caduta di quelle che sono le ragioni sostanziali dello stare insieme e del convivere. Una perdita che origina tentazioni terribili come la costruzione di nuovi muri. Espressione tipica di paure esistenziali e domanda inevasa che acuisce la crisi senza risposte.
 
La caduta di riferimenti -prima la diocesi, divisa e segnata da confini statuali- continua e continuerà: è toccata alla Provincia e adesso, insieme con le aree diverse, toccherà alle zone e ad altre diverse configurazioni, i mandamenti; la stessa ipotesi dell’accorpamento dei Comuni non ha trovato grandi applausi e consensi, data la loro irridente componente virtuale; la cancellazione di luoghi del cuore e di ambienti, è stata portata a termine grazie ad un processo di cementificazione senza limiti; la desertificazione delle periferie e del centro -a Trieste, Udine e Pordenone, come a Gorizia- non è solo un dato della demografia carente: in specifico è il risultato di un abbandono dei centri e della costruzione di zone industriali-artigianali e altro, prima e poi, di zone commerciali che hanno spopolato città e centri, dai più grandi ai più piccoli. I numeri che ci vengono da alcune zone del Friuli non sono altro che le conseguenze di una politica che ha puntato tutto sull’anonimato e sulla spersonalizzazione, sul mercato come unica regola di vita.
 
Per la terra del Goriziano, si tratta di mettersi in cammino su strade nuove, dove non conterà essere più grossi per attrarre gli altri e inglobarli; dove non ci sarà spazio per l’esercizio di grandezze; dove tutti siamo minoranze; dove i confini non divideranno ma saranno punti di unione

Quanto è avvenuto sotto in nostri occhi risulta ai più avvertiti un impoverimento; per altri è un adeguamento alle moderne esigenze del mercato; per altri ancora diventa un’ avvisaglia dei mutamenti in atto. E non tutto deve essere pensato al negativo.
 
La venuta meno del senso di casa comune e di “Heimat”, come sostengono i cittadini dell’Europa centrale, è reale; il nostro Paese è costruito su mille campanili e mille angoli e contro angoli.
 
I cittadini che vi abitano, nonostante tutto, sono sempre pronti a dividersi in guelfi e ghibellini, ma le ragioni di divisione e di contrapposizione sono infinite (dal calcio ai giochi olimpici, dai partiti e all’interno di essi, fino a tutto ciò che gioca a favore dell’autoreferenzialità in genere…) e, di conseguenza, da una parte occorre puntare sulla omogeneità o sulla massa che ha sostanza, dall’altra le singolarità sono diventate solo eccellenze ma per quelli che possono (spendere o comprare) sempre di più.
 
A dire il vero sono venuti meno motivi e ragioni (dell’essere e dello stare insieme, dell’appartenenza) che non hanno trovato ideali credibili: a partire dal senso di umanità che ci fa tutti parte del mondo, dal senso del condividere la stessa madre terra; sentirsi popoli del mondo e di conseguenza cittadini del mondo o dell’Europa, senza ristrettezze mentali; vivere la mondialità non come una terzietà (il terzo mondo) ma come il mondo unico a cui apparteniamo; e così dicasi per la statualità, dove essere di Gorizia o di Monfalcone non significa una divisione ma una condivisione; di più, dove lo Stato significa un impegno reciproco e la cittadinanza non una carta burocratica. La stessa Chiesa - dentro a coraggiosi esperimenti di adegua-mento e di ristrutturazione- ha bisogno di esprimersi non in termini dottrinali ma in un rigurgito di umanità, di vicinanza e di servizio che prima di tutto è quello della credibilità e della franchezza. Parlare chiaro per non tradire la propria missione.
 
Ecco, allora, che incomincia a delinearsi un panorama di legami e di credenze che non hanno scudi o stemmi nobiliari sulla testa e a capo; prende corpo una vera cittadinanza del mondo e un vero e proprio rapporto che costruisce pazientemente idealità e legami impegnativi. Accanto a questi punti, occorre certamente ricostruire un tessuto economico e industriale, artigianale e culturale. Un posto potrà essere occupato anche dalla dimensione religiosa -che è centrale nella tradizione delle nostre città e dei nostri paesi, con il tempio al centro di ogni comunità anche della più lontana e dispersa che, forse proprio per questo, si è costruita una chiesa grande ed impegnativa- quando avrà abbandonato il criterio della territorialità e quello della appartenenza, per assumere invece quello di una presenza tra presenze sul territorio, aperta alle esigenze dell’ecumenismo e capaci di incontrare tutti nella loro diversità.
 
Non si tratta di “fare sistema”, anche perché quello che si ritiene sistema (a Gorizia o Monfalcone) appare semplicemente uno stare insieme obbligato, per interesse e tornaconto o per fare in modo che i dirimpettai schiattino dalla rabbia. Di più, queste frasi fatte, esprimono ampiamente una cultura che, purtroppo, è originata dall’assistenzialismo (non del 1948, ma del terzo millennio) e alimentato dalla distribuzione di posti e di contributi, senza una visone ampia ed unitaria in prospettiva sovranazionale, regionale e localistica.
 
Ancora, vien da chiedersi quanto potranno resistere da sole iniziative che potrebbero avere anche contenuti culturali (Gusti di frontiera, Pordenone legge, Friuli Doc e tutte le loro diverse imitazioni che hanno perduto progressivamente spessore per diventare eventi, verso i quali contano solo in titoloni, non certo la sostanza) che, invece, trascurano e deprezzano, alla ricerca di consenso e di titoloni sui giornali.
 
Abbiamo capito: per la terra del Goriziano, si tratta di mettersi in cammino su strade nuove, dove non conterà assolutamente essere più grossi per attrarre gli altri e inglobarli; dove non ci sarà spazio per l’esercizio di grandezze che non hanno rapporto con la realtà dove tutti siamo minoranze; dove i confini non divideranno ma saranno punti di unione; dove Gorizia e Nova Gorica, vivono le molteplici appartenenze, ma cogliendosi portatrici di unità e di collaborazione; dove Monfalcone non è alla ricerca della centralità raggiunta abbattendo Gorizia, la mitica che non si sarebbe accorta che il tempo passa per tutti; dove le singole comunità non sono vive perché riportano qualche supermercato al centro, ma si ricostruiscono come parti di un tutto e nelle quali al centro non sta il dio-denaro o mercato, ma altri valori pesanti (in una parola, il senso pieno di umanità) che solo la bellezza potrà far cogliere ed insieme agli altri ad un numero sempre maggiore di persone e comunità.
 
Il nostro Paese è costruito su mille campanili e mille angoli e contro angoli

In altre parole, non sarà un consorzio in più o in meno a segnare in passo in avanti. Ma tutto -anche un unico presidente per i porti del FVG o una unica unità sanitaria- dovrà esprimere valori per i quali merita vivere e lavorare. Senza mendicare aiuti alla Regione o pretendere privilegi. Commentando gli ultimi avvenimenti nel mondo, Papa Francesco non ha voluto rispondere a chi gli chiedeva di schierarsi, ma ha affermato che non può non segnalare una mancanza di “cultura politica”. Non si può non consentire: è venuto il tempo di fare anche qualcosa.■
data di pubblicazione: 30-11-2016
autore: Renzo Boscarol | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.71 | tema: EDITORIALE
tag redazionali
cittadinanza comunità locale confine cultura politica identità territoriale Papa Francesco partecipazione democratica provincia regione Friuli Venezia Giulia Renzo Boscarol riforma istituzionale servizi pubblici spopolamento sussidiarietà territorio urbanistica UTI
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