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Estratto della Prolusione al 55° Incontro Culturale Mitteleuropeo
SINTESI del CONVEGNO ICM 2020 PARTE I
Buongiorno a tutti voi, cari amici, cari ospiti, cari partecipanti a questo importante convegno, che mi tocca da vicino, poiché, ogni volta in cui a Gorizia si riuniscono persone per discutere su idee centrali nella nostra vita, tutto questo mi ricorda che sono trascorsi molti anni, 54 anni da quando è nato l’Istituto per gli Incontri Culturali Mitteleuropei a Gorizia. Sono felice di questa distinzione immeritata: il fatto che sia concesso a me il compito di parlarvi, introducendo i vostri lavori, ma forse perché, dubito molto, io sia il più anziano fra tutti, e forse è proprio questo il vero motivo della distinzione, non mi faccio ulteriori idee, non certo per un sovrappiù di conoscenza di sapienza o di stabilità o di facondia, ecco. Sono felice di assumermi questo compito, poiché è un compito particolarmente grato. È grato questo compito e mi piace molto, poiché si parla di parole e di una parola in particolare.
Io sono convinto che prima esistono le parole e poi le cose, che siano le parole che generano le cose e i cosiddetti fatti, questi famosi fatti, che non appena sono fatti non ci sono più. Non so se abbiate mai pensato a questo paradosso: i fatti paiono cose perentorie, che segnano profondamente la storia nostra, individuale, quella della nostra specie, ma, in realtà, non appena un fatto si è compiuto non esiste più la possibilità di analizzarlo in quanto tale. Si possono analizzare soltanto le sue conseguenze, ma il fatto si consuma nel momento in cui è venuto. Un po' come quando si preme il pulsante di un interruttore: in quel momento ciò che l'interruttore era prima – cioè il buio o la luce – non c'è più perché cancella o la luce o il buio. Cioè, il gesto cancella la cosa che compie il gesto. È solo uno dei tanti paradossi dell’esistenza.
La parola è, come sapete, una parola latina; una parola proprio per questo molto importante e a me molto cara, poiché da una vita io combatto per la promozione della lingua latina, per l'uso della lingua latina, per la memoria di questa meravigliosa lingua, che è la lingua d'Europa: la vera lingua d'Europa, la lingua di quell’Europa che è stata, per volontà del destino, un’Europa ellenico-romana nelle sue vere radici, ed ellenico-romana-cristiana-germanico-slava e, quindi, profondamente mutata e articolata. Grazie a questa meravigliosa anche drammatica anche spesso tempestosa contingenza ha fatto sì che diverse lingue diverse nazionalità, diverse culture si sovrapponessero, si fondessero, si intrecciassero.
L'Europa è un insieme di nazioni delle quali non si può dire che una sia meno importante dell'altra. Possono esserci nazioni territorialmente ristrette, ma ci accorgiamo che la cultura di queste nazioni vale quanto la cultura di tutte le altre messe insieme. Pensiamo per esempio a nazioni più piccole di altre, come l'Ungheria, il Belgio, la Repubblica Ceca; quanta immensità di sapienza si nasconde nella tradizione di queste realtà. Come potremmo fare a meno, non dico soltanto di questa nazione, questo è evidente, ma anche di un solo frammento della loro cultura, della loro lingua.
L'Europa è soprattutto un patrimonio di realtà pronunciate in diverse lingue ed è stato, credo, un gravissimo errore da parte di molti, di molte forze, di molte realtà, di molti enti – e mi dispiace comprendere fra queste realtà anche la Chiesa Cattolica, che avrebbe avuto il diritto e il dovere di considerare come proprio patrimonio privilegiato la lingua latina – che a un certo punto si sia deciso di abolire la lingua latina dall'uso, sia pure alto, letterario, elitario, confinandola nel museo, come i geroglifici egizi. L'Europa ne è stata terribilmente impoverita, e forse cominciamo già ad accorgercene ora, e vorrei che non pagassimo un prezzo peggiore. C'è sempre tempo per rimediare agli errori.
Quindi c'è questa parola: la parola Humanitas, che è un'idea prima di essere una parola, ed è stata una cosa, una realtà, un sangue circolante, dopo essere stata una parola.
E mi scusino i latinisti eventualmente presenti: io pronuncio queste parole aspirando l’acca, se iniziale, poiché sono convinto per fondatissimi motivi che nel latino antico l'acca si aspirasse. Ma questo mi è stato spesso gettato in faccia da altri, ma io continuo a essere fedele alle mie profonde e fondate condizioni.
Allora, il mio compito deve affrontare questa parola, questo concetto, in qualche modo penetrarvi e analizzarlo. Ma poi c'è anche un'altra realtà che in qualche modo mi avvolge ed è molto confortante: la realtà di Gorizia, di questa città in cui sono nato, in cui alcuni dei presenti dei partecipanti, in particolare gli ospitanti, sono presenti al nostro convegno e ai nostri convegni del passato, della nostra tradizione. Ma senza un’esclusività, poiché nel momento in cui, da varie parti d'Europa, da vari punti cardinali, i delegati a parlare, a pensare, a riflettere affluiscono a Gorizia, sono tutti i goriziani. «Si licet parva componere magna» – chiedo scusa ma questo è latino –, «se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi», mi viene in mente, per esempio, il compianto presidente Kennedy, il quale a Berlino, al muro di Berlino, si disse «Ich bin ein Berliner» di fronte ad applausi scroscianti, noi potremmo dire che, nel tempo in cui dura un convegno tutti gli ospiti si sentano goriziani, e sono sicuro che si sentano amati dalla nostra città, da Gorizia, che è una città amabile e che merita di essere, a sua volta, amata.◼ Quirino Principe, Convegno ICM del 1994
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