logo desktop
logo mobile
logo desktop
logo mobile
HOME
CHI SIAMO
Storia, Finalità e Attività
Direttivo
Sostenitori
Trasparenza
ARCHIVIO PUBBLICAZIONI
ARTICOLI E DOCUMENTI
Articoli e notizie
Documenti, cataloghi, brochure
GALLERIE FOTOGRAFICHE
EVENTI
CONTATTI
Comunica con noi
Privacy policy
Cookie Policy
  • HOME
  • CHI SIAMO
    • Storia, Finalità e Attività
    • Direttivo
    • Sostenitori
    • Trasparenza
  • ARCHIVIO PUBBLICAZIONI
  • ARTICOLI E DOCUMENTI
    • Articoli e notizie
    • Documenti, cataloghi, brochure
  • GALLERIE FOTOGRAFICHE
  • EVENTI
  • CONTATTI
    • Comunica con noi
    • Privacy policy
    • Cookie Policy

LA RICERCA NON HA PRODOTTO RISULTATI
articoli documenti fotogallery video audio eventi archivio pubblicazioni
SELEZIONE CORRENTE
RICERCA CORRENTE:
HOME > Articoli e notizie:La Chiesa di Gorizia e la missione Cinquant'anni di storia

La Chiesa di Gorizia e la missione Cinquant'anni di storia

UNA STRADA CHE VIENE DA AQUILEIA - AQUILEIA E GORIZIA - COSCIENZA DI CATTOLICITÀ - IL CONCILIO VISSUTO - L’ARCIVESCOVO PIETRO - -MANIKRÒ, KOSSOU E MOROFÈ - TEMPI NUOVI E RISPOSTE RINNOVATE

indice stampa

(©Daniele Tibaldi)
(©Daniele Tibaldi)
L’intuizione profonda - che ha mosso una storia di sempre e in specifico degli ultimi cinquan­ta anni a Gorizia - è quella del Concilio ecumenico Vaticano II, solennizzata nella Costituzione sulla Chiesa, che proclama perentoriamente: «La chiesa è missionaria nella sua identità più profonda e costitutiva». Senza lo slancio missionario evangelico «Andate in tutto il mondo predicate la buona notizia di Dio che ha condiviso la sua vita con l’uomo; battezzate e vivete l’amore. Io sarò con voi fino alla fine dei secoli», la Chiesa si riduce ad essere un club, un’agenzia educativa o sociale. E nulla più.
 
La missionarietà – legata proprio alle parole di Cristo prima della conclusione della sua presenza sulla terra e nel momento del trapasso di compiti – è stata vissuta nel corso della storia secondo caratteristiche diverse e probabilmente imparagonabili fra di loro e con altre Chiese locali del mondo. Di conseguenza diventa stucchevole ogni confronto; occorre piuttosto cogliere, anche nelle diverse epoche, una fedeltà – questa sì – che è sempre la stessa ma vissuta in contesti sociali culturali e umani, anche ecclesiali, diversi. Meraviglia delle meraviglie, poi, la stessa ed unica vocazione alla missione altro non è se non la esplicitazione del mistero di Dio che, prendendo carne, ha consentito all’essere umano di poter incontrare il Padre, Dio di tutti, per realizzare il disegno di amore nel quale ogni creatura, oltre che gli umani maschi e femmine, potesse sperimentare l’incontro con l’Altissimo. Un incontro che indica un senso: cogliere, nel dispiegarsi del mistero di amore, il significato dell’essere e del vivere, creare, dare compimento.
 


UNA STRADA CHE VIENE DA AQUILEIA
La missione, poi, indica anche la strada sulla quale cogliere i tratti dell’identità di ogni singola Chiesa presieduta nella carità dall’apostolo e della sua unità nella comunione con Pietro e i suoi successori. Essendo la Chiesa, nella sua essenza fondamentale, “mistero” di comunione, è proprio questa dimensione che ne segna le caratteristiche e la natura; fissa la sua configurazione nella storia, variegata e segnata da elementi e dimensioni sempre uniche e unitarie. Chiesa, “sacramento” per la salvezza di tutti ed in vista del Regno.
 
La Chiesa che vive a Gorizia non può che riconoscersi nella matrice che ha in Aquileia il monumento ma anche l’icona inconfondibile: una storia unica e unitaria, con contributi diversificati, come possono lasciare intendere tanti non univoci segni della basilica e dei suoi monumenti più antichi. Una storia di popolo che è missionaria, proprio perché originata e portata dalla qualità della testimonianza martiriale e dentro un contesto che aveva i connotati di diverse religiosità e religioni, quella ebraica insieme ad altre. Una storia che è di testimonianza perché composta da martiri che hanno dato la vita per la fede e, insieme, da una miriade di credenti che, lungo i secoli, hanno lasciato opere e testimonianze che vanno considerate proprio come una incarnazione vivente della missione. Presenza di santi e di storie che hanno dato vita concreta all’annuncio della buona novella di Cristo, fonte di gioia e testimonianza di amore per l’umanità e la creazione tutta.
 
Aquileia – luogo storico e teologico che ancora conserva lati non completamente espressi e “misteriosità” che occorre continuare a leggere ed interpretare, senza paura – significa dunque missione. Perché è una storia di popolo, il popolo santo di Dio che da quasi duemila anni vive la fede e la testimonia. Questa dimensione concreta e storica – fatta di uomini e di donne, di giovani, piccoli e anziani, di vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, teologi e cristiani - soprattutto, del popolo di Dio non può essere considerata una appendice: è la missione vissuta, il mistero svelato e manifestato. In attesa della manifestazione finale, dice già oggi cosa è la fede: una umanità che vive la vita nuova e, nella testimonianza donata e nel servizio, incarna la iniziativa di Dio tra gli uomini. La missione è questa. Certamente con la ricchezza di tutto quello che fa grande Aquileia: un patrimonio inestimabile, una matrice che – anche nelle pieghe della storia burrascosa – non ha mai smesso di generare figli e figlie e, quindi, di manifestare secolo dopo secolo il suo volto di missione. L’arte che la caratterizza e la rende unica, tutto questo esprime.
 
Quasi due millenni di storia stanno davanti a noi ed illuminano questa vocazione. E così sarà per il futuro. I dati concreti e meravigliosi di questa opera – pur con gli alti e bassi della storia – trovano passaggi e punti di svolta sempre nuovi, come la fine del Patriarcato e la costituzione delle Chiese di Udine e di Gorizia. I libri di storia lo sottolineano ampiamente per indicare soprattutto che nella identità missionaria della Chiesa di Gorizia si inseriscono altre componenti – non certo assenti in precedenza - ma che compongono e ne delineano la sua identità e missione. L’identità aquileiese si completa con l’incontro con la gorizianità, intendendo con questo l’incrociarsi di dimensioni che rendono ancora più esplicita la cattolicità e l’apertura nella diversità di lingue e storie, caratterizzandola con uno spirito di comunione e di fraternità.
 
Dimensioni caratterizzanti, che sono state al centro della storia di questi quasi trecento anni e che hanno trovato nel corso dei secoli una vera e propria celebrazione della missione della chiesa nel Goriziano, al di là di confini ridotti e della dimensione reale della diocesi: apertura all’unità nella diversità, fedeltà alla tradizione caratterizzata da storie missionarie e di un forte legame con la vita del popolo, sequela fedele al vangelo della misericordia.
 


AQUILEIA E GORIZIA
Questa lunga premessa è utile per cogliere – soprattutto nei mo­menti di cambiamento – la linea di continuità di missione e di aderen­za al vangelo ed all’uomo, alla storia senza confini. Gorizia e Aquileia hanno saputo costruire attorno a sé cenacoli diversi, ospi­tare ordini religiosi e congregazioni, curare i malati e servire i poveri, costruire scuole e istituzione per la educazione dei figli e delle figlie del popolo… e, allo stesso tempo, inviare nel mondo missionari e missionarie provenienti dal clero, dagli ordini religiosi, dal popolo di Dio.
 
Una lunga fila di missionari e missionarie hanno lasciato questa terra e si sono recati in tutte le terre, le più lontane e difficili per annunciare con la loro vita e testimonianza la gioia del vangelo

Una storia rinnovata – sempre antica e sempre nuova – di missione e, tutto questo, nonostante due terribili guerre del Nove­cento, caratterizzate da distruzioni, violenze e vendette: una lunga fila di missionari e missionarie hanno lasciato questa terra e si sono recati in tutte le terre, le più lontane e difficili, per annunciare con la loro vita e testimonianza la gioia del vange­lo. Hanno creato cultura e storia in Africa e in Asia, in Oceania, nelle Americhe e in Europa, nei Paesi baltici e nordici, le Indie ed il Giappone.
 
Uno stuolo di “missionari” che hanno portato l’identità aquileiese e goriziana nel mondo: le loro esistenze, tutte nel segno dell’umiltà dei testimoni e con la energia degli annuncia­tori, hanno risposto alla vocazione batte­simale ed espresso la chiamata missionaria della Chiesa, della Chiesa che vive a Gorizia. A loro erano legate le comunità parrocchiali o religiose di provenienza che hanno soste­nuto e supportato con l’invio dei mezzi della carità e offrendo ad essi le opportunità più singolari.
 
 

COSCIENZA DI CATTOLICITÀ
In questa scia – grazie al rilancio della missionarietà delle Chiese del Terzo mondo e ai movimenti missionari-giovanili, legati alle associazioni chiali ed alle varie famiglie religiose, sostenuti dalla organizzazione del Vaticano attraverso la Sacra congregazione De propaganda fide - negli anni sessanta si facevano strada nuove domande e motivi di rinnovamento e di formazione: la richiesta esigente di liberazione dei popoli, l’impegno di mettere fine al colonialismo, favorendo invece il protagonismo delle nuove Chiese locali del Terzo mondo. L’anno liturgico e le iniziative correlate, animavano la pastorale diocesana che a sua volta promuoveva occasioni di informazione di incontro, celebrazione di preghiere, occasioni di raccolta; i gruppi che – molti in continuità lungo l’anno - mantenevano un rapporto vivo con le varie postazioni missionarie nel terzo mondo. Corrispondenza di immagini e di lettere, visite del missionari alle famiglie e alle parrocchie, occasioni di feste e di ricorrenze, si ripetevano come confermano le cronache del tempo.
 
In quel crogiolo di novità e di attese era presente il tentativo di vivere pienamente la dimensione universale della fede (ma non come apologetica o proselitismo) e, allo stesso tempo, la riscoperta della responsabilità di tutti (delle singole persone e delle chiese) riguardo anche ai gravissimi problemi della fame e della salute, della cultura e dello sviluppo, per la promozione dei diritti umani e primo fra tutti, quello di vivere la fede nella libertà. Il Concilio aveva messo in luce i volti nuovi delle missioni: sacerdoti e missionari in visita alle parrocchie, portavano con sé vescovi e missionari autoctoni. Gorizia – al tempo del Concilio - poteva incontrare il futuro cardinale Thiandoum (Dakar), ospite dell’arcivescovo Pangrazio e suo vicino di banco al Concilio, il quale celebrava con noi e faceva conoscere attraverso il suo volto l’universalità della Chiesa e le nuove esigenze della missione.

 

IL CONCILIO VISSUTO
Una scoperta molteplice che finiva per motivare e animare la pastorale e la formazione giovanile e studentesca, incentrata sulla scoperta dei diritti delle persone e dei popoli (fede, cultura, sviluppo economico e autonomia) e della carità: a chi, se non ai giovani, poteva essere riproposta questa centralità di vocazione che in qualche modo completava e arricchiva i movimenti giovanili presenti e operanti nella seconda metà degli anni sessanta? Dalla contestazione – scriveva il settimanale diocesano – veniva una coscienza di partecipazione in prima persona ai problemi delle persone e al futuro del mondo, giocato non solo sulla proclamazione dei diritti individuali, ma sull'educazione alla pace, alla promozione del Terzo mondo e allo sviluppo della vocazione missionaria, secondo nuove sensibilità e potenzialità.
 
A chi, se non ai giovani, poteva essere riproposta questa centralità  di vocazione?

Esemplari i campiscuola a Taglio Corelli (Ravenna), occasione di un contatto con una realtà storica di scristianizzazione e di bisognosa di una nuova missione; altre comunità si impegnarono su altri fronti e con il medesimo spirito. Altri, negli stessi anni, si sono interrogati sulla presenza nella scuola, sulla risposta da dare a problemi che già si manifestavano (droga, accoglienza, ecc.).
 
Tale spinta trova la sua origine e stimolo dalla campagna quaresimale delle chiese del Triveneto, sul tema “Un pane per amore di Dio” e, in diocesi a Gorizia, prima dalla “Operazione sette colli” (Padre Montanari di Villesse in India), senza dimenticare il mitico padre di Campolongo, e, poi, dalla spinta del settore giovanile di Aci diocesana e da diversi movimenti giovanili (come “Operazione uomini come noi”che ancora presente e operante). Era un modo nuovo e vissuto di vivere il Concilio.
 
La consacrazione si ebbe con la chiamata alla responsabilità pastorale della guida della della diocesi di un sacerdote diocesano, monsignor Pietro Cocolin (1920-1982), originario di Saciletto di Ruda cooperatore a Cormons, parroco a Terzo, ad Aquileia e a Monfalcone.
 


L’ARCIVESCOVO PIETRO
In occasione della liturgia di insediamento – concelebrata dal clero diocesano nella chiesa cattedrale domenica 27 settembre 1967- l’arcivescovo novello prende le mosse del suo programma pastorale sottolineando, appunto, la dimensione missionaria della Chiesa e la chiamata di ogni vescovo – facendo parte del collegio apostolico – ad essere e vivere, prima di tutto, la vocazione missionaria, cioè l’annuncio del vangelo della gioia e della vita a tutti e a tutto il mondo. Una vocazione che, in prima persona, ogni battezzato è invitato riscoprire nel cuore e nella quotidianità della vita, mettendo la propria esistenza a servizio degli ultimi, dei poveri fino ai confini della Terra.
 
Una vocazione che ogni battezzato è invitato riscoprire nel cuore e nella quotidianità della vita, mettendo la propria esistenza a servizio degli ultimi, dei poveri fino ai confini della Terra

Era una precisa intuizione in linea con le esigenze del Concilio, posta a fondamento di un servizio; è diventato un dato programmatico con il quale chiamare tutta la Chiesa del Goriziano, nelle sue diversità, a essere protagonista con il vescovo di un progetto di evangelizzazione e di servizio e donazione verso i poveri e gli ultimi, considerando fra questi anche coloro che non avevano mai avuto la possibilità di ascoltare l’annuncio evangelico di liberazione e di pace.
 
Il dispiegarsi di tale vocazione – comprendente dimensioni all’interno e all’esterno della comunità ecclesiale - non è stato una passeggiata. Essere Chiesa conciliare, consapevole della propria vocazione, disposta a proporre nuovi progetti e sensibilità abbandonando posizioni di potere o comode situazioni, non è semplice. I contrasti non sono mancati, anche perché in spirito conciliare e sinodale, l’arcivescovo volle che le scelte fossero discusse e condivise. Fino all’estremo di trattenere non solo il proprio orientamento e perfino la sua comunicazione… L’ambito è presto detto: ascoltare e discutere le critiche giuste e le lamentele; battersi contro il tentativo sempre uguale, “prima i nostri”, “abbiamo tanti problemi”, “siamo noi terra di evangelizzazione”, “dove trovare i mezzi” e con quali persone; superare paure e dilazioni.
 
La fede non può essere esportazione di stili e modalità europee

Nella discussione a volte feroce non mancavano protagonismi e riferimenti ad esigenze doverose: la fede non può essere esportazione di stili e modalità europee; l’ascolto e rispetto delle esigenze delle comunità locali sono sacrosante e vanno tenute conto; e così, la libertà da ogni vincolo ideologico, il legame tra promozione umana e scelta ecclesiale, l’impegno per la pace e i diritti delle persone. Una sfida che ha trovato adesione piena, ma non plebiscitaria, a dimostrazione della capacità di obbedienza in piedi, ma anche della singolarità della proposta.
 
Poi vennero i viaggi dell’arcivescovo in Costa d’Avorio, la celebrazione della giornata mondiale della lebbra a Manikrò (1970), nome di un villaggio diventato un nome di casa per tutti; fino al progressivo coinvolgimento in operazioni diverse: costruzione delle case per i lebbrosi e le loro famiglie; fino all’avvio di un progetto di collaborazione comprendente personale (diocesano e religioso, laici sacerdoti e suore) e mezzi, per sovvenzionare i quali non mancarono fantasia, né dedizione. La grande “festa nella festa” dell’Epifania del 1973 culminò con la partenza della prima équipe dall’aeroporto di Ronchi.
 
Ricordiamo i tre gruppi: nel 1973 partirono P. Gennaro Cardarelli, don Luciano Voidoz, don Gioacchino Raugna, suor Dores Villotti, suor Fidenzia Martini, suor Flavia Stragliotto, Giuseppe Burgnich, Gianna Pradel e Luciano Comuzzo. Nel 1975 a Nimbò operarono Padre Giovanni De Franceschi, don Flaviano Scarpin, Fabio Mussi del Pime, suor Natalia Napolamo, suor Armida Zulianello, suor Alessandra Bellotto. Nel 1993 e successivamente operano in Africa don Piepaolo Soranzo, don Paolo Zuttion, don Franco Dario e don Flavio Zanetti fra Bouake e Morofè.
 
Progetti e iniziative a tamburo battente in quegli anni: formazione a Parigi, coinvolgimento con l’ordine religioso del Pime (presente dal 1964 a Cervignano con un seminario e poi presente a Gorizia con alcune significative figure significative di sacerdoti, padre Badiali, P. Sergianni, padre Bortolotto, P. Adelio Lambertoni); collaborazione con la congregazione delle suore della carità di S. Luigi Scrosoppi (una cinquantina le religiose impegnate, non solo in Africa); costituzione del Centro missionario e, poi, del Consiglio diocesano con il coinvolgimento di laici e sacerdoti; un grande progetto culturale e catechistico dentro e con la scuola, grazie all’Associazione dei maestri cattolici; la promozione di un tempo specifico, chiamato poi la “quaresima missionaria”a seguito delle altre iniziative che prevedevano informazione, formazione teologica e spirituale soprattutto là dove, cadute le associazioni, le occasioni di catechesi per adulti e giovani si assottigliavano. Un bilancio imponente, anche se non sempre si è precisato e condiviso un progetto dove non ci fosse spazio per il proselitismo e per le devozioni, ma per l’animazione di uno spirito missionario in coerenza con il vangelo e con l’uomo del tempo. Una proposta complessa in un tempo di vuoto ( e che, poi, sarà definito “un tempo di fine cristianità”): troppo poco si è saputo e potuto innovare coraggiosamente nei contenuti e nei metodi, nella prassi teologica e pastorale.
 


MANIKRÒ, KOSSOU E MOROFÈ
Manifestazioni, mostre, campeggi e – grazie alla fantasia entusiasticamente missionaria di don Giuseppe Baldas e dei suoi collaboratori - un'azione di promozione prima e di sostegno pastorale poi ai gruppi missionari parrocchiali che garantivano una presenza, garanzie per la raccolta di offerte che negli anni raggiungevano tutti i missionari diocesani nel mondo, ma dovevano assicurare vitalità e opere alla missione diocesana in Costa d’Avorio.
 
Nata dai colloqui con monsignor Andre Duirat e con il suo successore, prete ivoriano, e primo vescovo nel 1974, mons. Vitale Komenan Yao, la missione diocesana in Costa d’Avorio (gennaio 1973) si insediò a Kossou, presso la grande diga costruita dalla milanese Impregilo e inaugurata dall’arcivescovo Cocolin con i rappresentanti del ministero italiano dell’Economia. Poi, nella periferia di Bouaké, altre realizzazioni: la costruzione della scuola tecnica e delle opere per la promozione della donna, la realizzazione di un'azienda agricola e tanto altro che non è facile da sintetizzare. Il coinvolgimento del personale e la garanzia delle suore e del Pime, hanno man mano trovato risposta, prima fuori diocesi e poi in diocesi, con decine e decine di giovani, di uomini e donne (centoventi); fino alla costituzione di gruppi di lavoro per quanti, rinunciando alle ferie, hanno dedicato quindici giorni o tre settimane a costruire in Costa d’Avorio case, luoghi di incontri e servizi vari. Le missioni in Costa d’Avorio sono state considerate “parrocchie diocesane”.
 
Puntualmente, più di una volta all’anno, veniva allestito un container da inviare via nave in Costa d’Avorio

Puntualmente, più di una volta all’anno, veniva allestito un container da inviare via nave in Costa d’Avorio; dentro stava di tutto: biciclette, macchine da cucire, attrezzi, mobili, vestiti, medicine, altre strutture… negli anni '90 arrivò anche una pala meccanica. Insomma, tutto quello che poteva servire ed essere utile per la promozione della fede e la promozione umana.
 
Il bilancio, fra la scuola tecnica e altre strutture, consentì anche la realizzazione di chiese e cappelle, di altre costruzioni per i servizi, oltre che delle case degli ex lebbrosi.
 


SOLIDARIETÀ CONCRETE
La missione e il sostegno alle diverse opere caritative e promozionali hanno trovato consenso e partecipazione: fra i tanti esempi, da ricordare la solidarietà delle gente del lavoro che, alcuni anni dopo che la Chiesa diocesana aveva messo a disposizione una somma di denaro per venire incontro alle necessità delle famiglie a seguito di una grave crisi del comparto industriale a Monfalcone, effettuò una raccolta per collaborare con le opere di carità per il Terzo mondo e in Costa d’Avorio. Di Manikrò e dei lebbrosi, dell’azione di annuncio e di sostegno materiale e morale si parlava nelle fabbriche e nelle scuole e non solo in parrocchia.
 
Di Manikrò e dei lebbrosi, dell’azione di annuncio e di sostegno materiale e morale si parlava nelle fabbriche e nelle scuole e non solo in parrocchia

Tutto questo impegno non ha significato un ritirarsi della diocesi in uno spazio ristretto: la comunità diocesana ha alimentato in questi anni tutti i missionari, di origine nostrana, presenti nei cinque continenti. Un’opera altrettanto preziosa e magniloquente. Ci restano le lettere – le famose lettere dei missionari - vero monumento di chi le ha scritte e di chi le ha raccolte: meglio di tutto esse ci ragguagliano sulla dimensione di fede che è la missione quando diventa vita e vita donata.
 
Un monumento per sacerdoti, religiosi e religiose e per laici cristiani: ricordiamo in specifico Giovanna Rizzardo, esponente dell’Aci diocesana in Brasile e la professoressa Ivana Cossar di Aquileia, che sono le antesignane di un gruppo che continua il suo servizio ancora oggi a svolgere come quaranta anni fa.
 
L’opera missionaria di fraternità e collaborazione tra Gorizia e le chiese della Costa d’Avorio ha trovato il sostegno impegnato e solerte degli arcivescovi Antonio Vitale Bommarco (1982-1999), Dino De Antoni (2000-2013) e Carlo Redaelli, e della diocesi nelle sue espressioni e nel suo sostegno a livello informativo e organizzativo, pastorale. Non sono mancati coloro che hanno remato contro e hanno fatto fatica a cogliere il senso della sua singolarità.
 
Essere credenti non basta, occorre essere credibili e creduti per quello che si dice e si vive

Più complesse, invece, le operazioni di ritorno o di andata della coscientizzazione missionaria (linguaggio e contenuti): quanto persone e comunità hanno donato, certamente, è tornato sotto forma di bene e di bene per tutti. Di più: rappresenta il patrimonio della Chiesa di Gorizia per affrontare i nuovi compiti di evangelizzazione, in presenza di una scristianizzazione pesante e di un contesto nel quale la fede non si è volatizzata, ma chiede anche di essere capace di rendere conto delle ragioni della speranza; essere credenti non basta, occorre essere credibili e creduti per quello che si dice e si vive. Un passaggio formidabile e esigente per un progetto missionario che si rinnova continuamente.
 


TEMPI NUOVI E RISPOSTE RINNOVATE
Cinquant’anni sono passati. Motivi seri di crisi non sono mancati. La crisi è sempre luogo di rinascita. Le Chiese della Costa d’Avorio si sono rese più autonome. Qualche opera (eccesso di calcoli e sproporzione di mezzi) non ha trovato realizzazione e resta là come una immagine di incompiutezza. La diocesi in questi ultimi dieci anni ha lasciato non solo in Costa d’Avorio, un patrimonio di presenza, di servizio e di opere, di carità soprattutto: una vera grazia, una provvidenza. Spetta ora a chi ha ricevuto e ricevuto molto, essere pianta che si rinnova e risponde alle nuove domande della missione. In Africa e Burkina o in qualsiasi altro lembo di terra.
 
La Chiesa goriziana ha il dovere di interrogarsi sul futuro

La Chiesa che è a Gorizia – non solo l’istituzione, ma il popolo di Dio nella sua dimensione reale – ha il dovere di interrogarsi sul futuro, dopo la dismissione di tale impegnativa condivisione con le diocesi di Bouake e Yamossoukrò, individuando altre forme coinvolgenti di collaborazione insieme ad altri (le diocesi del triveneto, come già avviene) per dare continuità ad una storia missionaria così ricca e appassionante.
 
In tempo di cambiamenti epocali, da una parte, è indispensabile rianimare e sostenere la coscienza di essere non solo sulla stessa barca ma di avere un unico destino: quello di condivisione e di collaborazione attraverso scambi veri di persone e di esperienze con le chiese locali del mondo. I primi passi in atto di questo cammino meritano di essere accolti e fatti propri da tutti proprio con il tanto predicato metodo della sinergia e della sinodalità, del confronto e della verifica.
 
La storia e l’esperienza, dall’altra, sono lì a dimostrare che, proseguire e dare vita a questo impulso profondo con rinnovate energie, è vitale per tutti. Sul piano dell'evangelizzazione – meglio di quanto è stato fatto finora – si impone l’esigenza di ricercare e di promuovere iniziative di riannuncio e di rieducazione della fede. Alcuni filoni si sono dimostrati superati e infruttuosi, in ogni situazione. La potatura offrirà innesti vitali per rispondere all'irrinunciabile vocazione missionaria.
 
Cercare nuove strade dell’annuncio e della fede testimoniata, rinnovare l’impegno pastorale è compito di tutti, soprattutto delle giovani generazioni. Catechesi e cultura devono tornare in primo piano, anche nella dimensione dell’apertura ad altre fedi e culture, perché sono il centro della stessa teologia pastorale. Chi ha fatto esperienza in Africa, poi, dopo un tempo di ripensamento, è chiamato ad offrire impensati stimoli all’annuncio ed alla fede, anche alla prassi.
 
Un tempo è compiuto. Si apre una fase nuova per rispondere al bisogno irrefrenabile della missionarietà. La Chiesa, che è mistero di amore, misericordia e comunione, nella fede speranza e carità, fonda la potenza per riaprire il cuore e la volontà. Tutto ciò che ha investito l’umanità in questo inizio dell’anno nuovo potrebbe essere non una catarsi, ma un “disvelamento” salutare e una sapienziale energia del futuro.◼
 
data di pubblicazione: 31-12-2020
autore: Renzo Boscarol | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.83/84 | tema: TERRITORIO
tag redazionali
Adelio Lambertoni Africa Alessandra Bellotto Andre Duirat Antonio Vitale Bommarco Aquileia Armida Zulianello Badiali Bortolotto carità Carlo Redaelli cattolicità Chiesa Concilio Vaticano II Costa d’Avorio Dino De Antoni diocesi Dores Villotti evangelizzazione Fabio Mussi Fidenzia Martini Flaviano Scarpin Flavia Stragliotto Flavio Zanetti formazione pastorale Franco Dario Gennaro Cardarelli Gianna Pradel Gioacchino Raugna Giovanna Rizzardo Giovanni De Franceschi Giuseppe Baldas Giuseppe Burgnich Gorizia Ivana Cossar Luciano Comuzzo Luciano Voidoz Luigi Scrosoppi missionari missione Natalia Napolamo Pangrazio Paolo Zuttion Piepaolo Soranzo Pietro Pietro Cocolin Renzo Boscarol Sergianni sinodalità Terzo mondo Thiandoum Vitale Komenan Yao
ARTICOLI RECENTI

Ungaretti e la risemantizzazione del territorio dopo la Prima Guerra Mondiale, una serata a Redipuglia

“Intervista a Sergio”, il 18 giugno a Gorizia la proiezione dell’ultima intervista al professor Tavano

Lunedì 15 giugno il terzo e ultimo appuntamento degli “Storytelling d’autore”

Venerdì 12 giugno il secondo appuntamento degli “Storytelling d’autore”

“Storytelling d’autore”, le varie forme del racconto da Ungaretti ai giorni nostri


cookie_statistiche_val:::
ShinyStat_flag::: 0

► HOME
CHI SIAMO
► Storia, Finalità e Attività
► Direttivo
► Sostenitori
► Trasparenza
► ARCHIVIO PUBBLICAZIONI
ARTICOLI E DOCUMENTI
► Articoli e notizie
► Documenti, cataloghi, brochure
► GALLERIE FOTOGRAFICHE
► EVENTI
CONTATTI
► Comunica con noi
► Privacy policy
► Cookie Policy
SEGUICI SU

Nuova Iniziativa Isontina
Via Seminario n.7 - 34170 GORIZIA
00450070313
info@nuovainiziativaisontina.it

Leggi la nostra Privacy Policy e la nostra Cookie Policy

Preferenze sui cookie

Questo sito utilizza strumenti tecnici necessari. Solo con il tuo consenso può attivare i seguenti servizi esterni facoltativi: Google Maps, Facebook. Se chiudi con la × o scegli “Rifiuta tutti”, continuerai senza questi servizi.

Puoi modificare o revocare la scelta dalla Cookie Policy.

Servizi tecnici necessari: sempre attivi per il funzionamento del sito.