La storia, quella con la “s” maiuscola, è spesso beffarda. Nei suoi intrecci si incontrano luoghi e persone a distanza di anni, stravolti dall’inevitabile scorrere delle lancette del mondo.
Guardandoil piazzale della Casa rossa di Gorizia, non si può che pensare a questo, ritornando con la memoria ai quei drammatici giorni del 1991: i colpi di mitragliatrice che scandiscono l’inizio della guerra civile jugoslava, talmente violenti e inaspettati da squarciare la Cortina di ferro che divideva l’Occidente dal mondo comunista. Mentre in Slovenia si combatteva, a pochi metri il terrore della violenza tornava ad essere vivo, dopo decenni di pace.
Mentre in Slovenia si combatteva, a pochi metri il terrore della violenza tornava ad essere vivo, dopo decenni di pace
L’eco di quei boati riecheggiò anche oltre le finestre del limitrofo ex Seminario maggiore, già all’epoca sede del neonato corso in Scienze internazionali e diplomatiche (Sid) dell’Università di Trieste. Una sorta di “battesimo del fuoco” per quei ragazzi che sognavano di intraprendere il percorso diplomatico, cresciuti in un’Italia mai come allora protagonista nel processo di coesione europea e che, proprio per affrontare le nuove sfide in ambito internazionale, aveva dato vita a quel nuovo ciclo di studi. In un lampo, però, quegli studenti piombarono in un buco nero della storia.
Dall’altra parte del confine,
proprio laddove prese fuoco un carrarmato dell’esercito federale, adesso c’è l’ateneo di Nova Gorica. Un mondo accademico nato agli inizi del nuovo secolo, ad appena pochi passi di distanza dall’altra università sopracitata.
Eppure sembra che le due sedi siano lontane chilometri tra loro, vittime di un abisso confinario perennemente presente, anche laddove sembrava essersi riassorbito. L’effetto più evidente è
la totale estraneità del Consorzio per lo sviluppo del polo universitario di Gorizia (Consuni-Go) dalle vicende slovene. E molto bisognerebbe dire anche su quelle nostrane, con una scarsa interazione tra le succursali di Udine e Trieste presenti nel capoluogo isontino.
Gli ultimi sviluppi riguardo a questo ente sono un campanello importante per la politica locale, la quale è sempre più chiamata a prendere atto della
necessità di mettere l’università tra i punti principali dell’agenda. Senza arrivare ai proclami per un “ateneo europeo” nei locali dell’ex ospedale di via Vittorio Veneto, sogno trasformato poi in un carcere. Nella visione futura cittadina, intesa non solo con il centro goriziano, ma anche con le realtà di Nova Gorica e Šempeter-Vrtojba,
è invece essenziale credere nei poli già esistenti, mettendoli in relazione non solo tra loro ma con l’intero tessuto locale. Un buon esempio è quello del
corso di Architettura, con numerosi studi fatti sulla città.
Nel corso delle celebrazioni per i trent'anni del Sid, svoltesi a Trieste a metà ottobre, il rappresentante degli studenti Dario Germani ha auspicato “un
Double Degree con l’Accademia Diplomatica di Vienna e una ristrutturazione degli ultimi due piani del complesso di via d’Alviano per ospitare la Casa dello studente, oltre che la realizzazione e la partenza della mensa”.
Tre punti certamente importanti per il rilancio della realtà accademica goriziana, che soprattutto per quanto riguarda il corso per aspiranti diplomatici sta vivendo un
periodo di crisi, come testimonia il
costante calo di iscrizioni all’esame di ingresso.
Accentrare tutto sull’ex Seminario, però, dovrebbe essere la questione principale nel dibattito, poiché non è possibile progettare alcunché senza poter garantire i servizi di base agli studenti. In questo contesto, va inserita l’
annosa problematica della mensa. Progettata e realizzata al piano terra del polo triestino, ora si punta a una struttura nuova ed esterna a esso. Come fare però per garantirne l’accesso anche agli immatricolati dell’Università di Udine, i cui corsi sono sparsi tra Palazzo del cinema, Santa Chiara e l’ex liceo "Paolino d’Aquileia"? In un’ottica transfrontaliera, inoltre, sarebbe auspicabile unire le forze anche con quell’ateneo sloveno distante appena pochi metri geograficamente ma, nei fatti, lontano anni luce.
La città che ospiterà nel 2025 la Capitale europea della cultura non può assolutamente prescindere dal ruolo dell’istruzione, tantomeno quella universitaria, e non esiste coesione territoriale se laddove si forma la classe dirigente di domani continua a essere considerata un’isola.
◼
