Il 9 dicembre del 1988
Michele Martina, (primo) presidente del
Consorzio per lo sviluppo universitario di Gorizia, sottoscrisse assieme al legale rappresentante dell'Università di Trieste l'atto notarile con il quale veniva avviata la presenza dell'Università a Gorizia. Presenza che conteneva l’istituzione, da parte dell’Università di Trieste, del
corso di laurea in Scienze internazionali e diplomatiche (Sid) e della Scuola diretta a fini speciali nell’Amministrazione e controllo contabile.
Mentre la seconda era di notevole importanza in materia economico-finanziaria, collegata agli scambi internazionali che costituiscono, non da adesso, un settore altamente rilevante per la Regione Friuli Venezia Giulia e il territorio confinario, il primo risultava assolutamente strategico nel complesso delle relazioni connesse con la caduta del Muro di Berlino e con l’avviamento del processo di unificazione europea. Corrispondeva, inoltre, a una peculiare
vocazione storica del Goriziano, nel quale si sono distinte e affermate per secoli intere generazioni e grandi famiglie nobiliari, con ruoli di grande prestigio nella diplomazia e nelle relazioni internazionale, in particolare al tempo dell’Impero asburgico.
Questo corso di laurea rappresentava anche l’espressione – elevata a rango di specialità universitaria – del patrimonio costruito da generazioni di persone e comunità che nel territorio del Goriziano avevano convissuto parlando quattro lingue, ospitando popoli e genti di tutta l’Europa, contaminandosi e contaminando l’asse tra Mitteleuropa e Mediterraneo avviato fin dalla fondazione di Aquileia.
Tale atto era dunque lo sbocco – sognato per decenni e atteso da qualche anno – della
legge 26/1986 sulle aree di confine, fortemente voluta fin dai primi anni ‘80 dal sistema politico e istituzionale locale, su iniziativa del sindaco di Gorizia
Antonio Scarano. Un sistema che si fondava sulla “spina dorsale” della Democrazia cristiana, pur prossima alla sua scomparsa; alla guida – con fidati alleati del centro-sinistra – il comune capoluogo, la sua provincia, lo stesso Friuli Venezia Giulia, con un forte aggancio e quindi con il sostegno del governo nazionale.
Era il tempo in cui si facevano sentire
- con presagi chiari, anche se poco manifesti – l’insofferenza dell’area monfalconese rispetto all’egemonia culturale e politica di Gorizia. La strisciante – ma sempre presente
- rivalità competitiva tra Trieste e il Friuli stava dissolvendo il ruolo strategico dell’Isontino, soprattutto come fattore unificante nella dimensione dell’integrazione europea, che si poteva già intuire dalla progressiva disgregazione del blocco comunista dell’Europa centro-orientale.
In quei primi anni ‘80 si era resa evidente la crisi del sistema industriale locale, della stessa esperienza della Zona franca, della rendita di posizione geopolitica derivata dalla massiccia presenza diretta o indiretta dello stato, nelle sue diverse espressioni, realtà istituzionali e sostegni economici.
Ci si doveva preparare a una nuova fase: un “ritorno al futuro”.
Gorizia, assieme all’Isontino – del quale è “capitale” storica e culturale –, doveva trovare per tutto il territorio una soluzione alla prevedibile apertura del confine e, infine, al passaggio libero delle persone e delle merci, non misurabile nelle dimensioni e caratteristiche.
Emersero quindi
due diverse linee culturali e quindi politiche. Secondo la prima si sarebbe dovuto riaffermare il ruolo di Gorizia quale baluardo di identità italiana per aprirsi, senza paura ma con una condivisione di obiettivi, al confronto con la “gemella” Nova Gorica, forti entrambe del riconoscimento e sostegno dei rispettivi stati nazionali, trascinando la provincia e coinvolgendo la regione nella medesima prospettiva di un nuovo assetto europeo. Mentre per la seconda si sarebbe potuto affrontare con coraggio la strada già percorsa della
centralità del Goriziano storico – seb bene attraversato dal confine di Stato – verso un rinnovato ruolo strategico, nella totale ristrutturazione dei rapporti e delle relazioni in Europa. La scelta di questo approccio culturale avrebbe consentito di tornare allo
storico verbale delle due giunte di Nova Gorica e Gorizia del 17 novembre del 1965, che metteva “nero su bianco” il passaggio dagli accordi tra i due comuni sulla riunificazione della “città comune”: un’innovazione che solo da pochi anni ha avuto sbocco concreto nel Gect (Gruppo europeo di cooperazione territoriale).
Purtroppo, non si ha avuto questo coraggio, preparando le istituzioni locali, regione compresa e governo nazionale consenziente, a un’assunzione di responsabilità decisamente storica, trasformando definitivamente la cosiddetta “Cortina di ferro” nella cerniera della nuova Europa, finalmente riunificata. Tuttavia, bisognava comunque iniziare da un elemento potenzialmente espansivo, in quanto innovativo, ma fortemente peculiare e caratteristico del luogo, lasciando a tempi e maturazioni successive sviluppi e potenzialità. Da qui la scelta fondamentale dell’Università: non una costola di discipline collaudate e funzionanti, anche se prestigiose, ma una vera e propria innovazione. Scienze internazionali e diplomatiche non ha, infatti, un genitore o una genitrice, ma si può dire che è il frutto maturo di un pensiero forte, molto condiviso, a tutti i livelli istituzionali.
In questo senso,
anche la sede giocava un ruolo rilevante. Era in campo (si leggano le cronache dei giornali dei primi anni ‘80) la proposta di destinare il complesso dell’ex Seminario diocesano, da tempo in condizioni precarie, a una Scuola per allievi della Guardia di finanza. Un’idea sicuramente utile alla città, soprattutto nella prima delle due alternative visioni del suo futuro, ma rivelatasi inappropriata se si guarda al progetto, emerso dalla segretezza nei primi anni ’90, che prevedeva l’utilizzo di parte rilevante dell’
aeroporto “Duca d’Aosta” per un enorme complesso militare che ne avrebbe pregiudicato le caratteristiche storico-ambientali e relative potenzialità future (da poco avviate).
Alcuni ambienti goriziani di analoga ispirazione ideologica – riscontrabili in particolare nel
Centro studi “Sen. A. Rizzatti” attraverso la sua rivista
Iniziativa Isontina, oltre all’
Istituto per gli Incontri Culturali Mitteleuropei e al settimanale diocesano
Voce Isontina – maturavano la proposta di farne invece la sede dell’Università, avendo colto attenzioni e disponibilità da parte di amici e studiosi dell’Università di Trieste, anche con spunti verso le specialità ivi insediabili.
Nel corso del 1984 Michele Martina, Celso Macor, Sergio Tavano, Nicolò Fornasir e don Renzo Boscarol, in rappresentanza di tali associazioni, consegnarono al sindaco Scarano – con il quale c’era un proficuo confronto sul tema –
la proposta di istituire per tempo un apposito Consorzio universitario, a cui affidare il ruolo di promotore e, poi, di gestore delle attività universitarie nella città di Gorizia, sostenendo al contempo la sede del Seminario quale luogo di prioritario insediamento.
Obiettivo strategico: garantire una sostanziale autonomia e indipendenza rispetto al pur legittimo sistema politico-partitico, escludendo l’Università dalla possibile, spesso inevitabile, collusione – più o meno evidente e strumentale – con le forze politiche, con tutti i rischi sempre latenti del collateralismo, fino al coinvolgimento nelle competizioni elettorali.
La bozza di statuto consegnata in tale occasione venne in poco tempo recepita, approvata e attuata da tutte le istituzioni, dando vita al
Consorzio universitario. Sul bilancio della vita del Consorzio si potrà svolgere un successivo approfondimento, ma qui, in questo momento,
va centrata l’attenzione sull’attualità e sul suo futuro, che coinvolge fortemente anche quello dell’Università a Gorizia, o, più esattamente, sugli studi universitari e scientifici che trovano svolgimento nel Goriziano, sui due lati del confine italo-sloveno e il loro ruolo nello scenario europeo e internazionale.
È inevitabile un cenno a due recenti fatti. Il primo è la decisione del Comune di Gorizia di porre fine al Consorzio universitario, motivata essenzialmente da problemi di bilancio: una spesa «inutile» per un organismo che potrà – secondo il sindaco Ziberna – venire degnamente sostituito da una concertazione tra autorevoli soggetti istituzionali e scientifici, guidata dal comune di Gorizia. Il secondo fatto è
la cerimonia per il trentesimo anno dall’avvio del corso di laurea in Scienze internazionali e diplomatiche, svoltasi – come riportato da
Il Piccolo –
a Trieste, alla presenza, tra gli altri, del rettore dell’Università e del presidente della regione Friuli Venezia Giulia:
del tutto assente la rappresentanza goriziana, a cominciare dal sindaco del capoluogo isontino.
Un autentico schiaffone alla dignità e alla comunità locale che, in buona parte, lo ha assorbito (purtroppo,
Nda) senza la necessaria consapevolezza, come si trattasse di una normale notizia di cronaca. Oltretutto, questo avveniva nello stesso momento in cui si stava avvicinando l’esito finale della candidatura a
Capitale europea della Cultura nel 2025 da parte di Nova Gorica, avendo partner essenziale Gorizia: una sfida nella quale, nel pur pregevolissimo lavoro svolto dai soggetti incaricati,
l’Università è rimasta sullo sfondo, senza quel ruolo di protagonista di primo piano auspicabile in questa straordinaria avventura. La decadenza ben visibile del Consorzio negli ultimi anni, la sua stessa sentenza di inutilità – pubblicamente pronunciata dal suo primo e principale sostenitore: il comune di Gorizia – e la marginalizzazione del ruolo assolutamente strategico della Fondazione Carigo e della Camera di commercio sono i fattori determinanti di progressivo svuotamento di funzioni e ruoli del sistema universitario goriziano.
Ricordare
le cerimonie di attribuzione della laurea ad honorem a personalità che le hanno ricevute con loro grande entusiasmo, a suggellare un riconoscimento e un incoraggiamento,
potrebbe suonare come nostalgia e rimostranza. Ma Andreotti, Ševardnadze o Dubček non sono un breve elenco di nomi, bensì un patrimonio goriziano di rilevanza internazionale, che non può assolutamente venire sistemato (cosa in ogni caso doverosa, Nda) in un archivio di reperti archeologici. Come non sono aridi numeri statistici le centinaia di laureati al Sid – italiani e stranieri –, che si sono inseriti con ruoli di rilievo nella gran parte degli organismi della diplomazia e delle istituzioni europee – ad esempio, più di cento sono gli italiani stabilmente assunti alla Farnesina.
Risvolti internazionali che hanno portato poco dopo all’insediamento a Gorizia anche dell’Università di Udine, grazie proprio al ruolo del Consorzio goriziano, con il corso di laurea in Relazioni pubbliche, assieme al prestigioso Dams nella cinematografia: altra peculiarità tutta goriziana. Anche in questo caso le lauree honoris causa a Demetrio Volcic e Bruno Pizzul a seguito di due master in Giornalismo internazionale e sportivo – di grande attrazione anche grazie alla partecipazione attiva di personalità nazionali ed internazionali – costituiscono segni forti di memoria e di una strada avviata.
Che Gorizia adesso conti gradualmente sempre meno – abissalmente meno rispetto agli anni ‘60-’80 – in ambito regionale, oltre che nazionale, è di un’evidenza drammatica e sconfortante. Che lo stesso futuro istituzionale isontino stia andando verso la completa
sottomissione a Trieste, in nome della cosiddetta “Area giuliana”, è altrettanto chiaro. Si tratta, infatti, di un percorso avviato da decenni – aiutato da ambienti monfalconesi – per cui il sempre mal sopito “amor patrio”, camuffato dall’attualità del nazional-populismo, si starebbe riaffermando su entrambi i lati del confine: un’altra amara realtà.
L’esaltazione a mezzo stampa del progetto di insediamento a Gorizia del primo
“carcere europeo”, riconvertendo l’ex Ospedale civile di via Vittorio Veneto, fa anzitutto a pugni con l’occasione offerta quindici anni fa, proprio dal Consorzio universitario, di avviare una sinergia italo-slovena in ambito sanitario-ospedaliero, affidandone la guida alle facoltà di Medicina e chirurgia delle Università di Trieste, Udine e Lubiana (progetto sottoscritto dai tre rettori,
Nda); ma costituisce, oltre che una banalizzazione, anche uno sfregio al patrimonio storico e ambientale della fascia confinaria, che verrebbe così segnata da alti muri di sicurezza, torrette di avvistamento, sirene e fari, telecamere e sorveglianza armata.
Esistono – e sono evidenti a quanti vogliano vedere e alzare lo sguardo – fermenti concreti di possibile riscatto da questo scenario della presenza universitaria e scientifica del Goriziano: la progressiva sinergia tra ambienti e realtà sociali e culturali che vedono coinvolti università, studiosi e studenti universitari; gli intrecci in diverse attività di respiro internazionale tra gli atenei di Trieste, Udine e Nova Gorica; le potenziali risorse messe a disposizione dall’Unione Europea nello scenario 2021-2027; l’orientamento deciso a rendere protagonisti i territori, con processi inclusivi, dal basso.
Gorizia e la sua storica area di riferimento, che definiamo “il Goriziano” – il territorio al centro della Contea, includendo anche Aquileia –, non solo per l’aspetto geopolitico,
ha tutti i numeri per riprendersi un ruolo di prestigio, foriero di nuovi sviluppi sociali ed economici e, quindi, anche di indispensabile recupero demografico. Lo esprimono realtà di grande e prestigiosa presenza nella solidarietà internazionale e nella ricerca sociologica, presenti e operanti da decenni, ma colpevolmente lasciati al loro quasi isolato compito di singole iniziative imprenditoriali. Ma serve fare “gioco di squadra”, che però nessuno di fatto né coordina né promuove.
La ricetta è sempre la stessa, soprattutto in questo tempo di pandemia:
avere la dignità e il coraggio della propria eredità storica, la capacità di essere inclusiva e non difensiva, di dare spazio alle nuove generazioni appassionate all’Europa come convergenza unitaria e feconda delle diversità dei popoli che la costituiscono da sempre. Offrendo il meglio di sé nella sintesi tra cultura e politica, entrambe reciprocamente indispensabili; dove per politica si intende il luogo di espressione della rappresentanza democratica, che va profondamente riformata, superando senza riserve e senza violenze la deriva partitocratica che nel suo schematismo delle appartenenze e delle coalizioni impone a tutti i livelli una classe dirigente ampiamente, se non spesso drammaticamente, separata dalla società, e insufficiente rispetto alle attese e alle responsabilità.
È tempo di aggregazione, di reti sociali e culturali, per la riscoperta di basi fondative e di orizzonti condivisi: verso quella “frontiera goriziana” da considerarsi ancora attuale.
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Da sapere
Venerdì 18 dicembre la candidatura congiunta di Nova Gorica e Gorizia si è aggiudicata la Capitale europea della cultura 2025. Un riconoscimento importante del valore che rappresenta il nostro territorio transfrontaliero sotto il profilo culturale.
L'Università dell'Isontino dovrebbe svolgere un ruolo centrale: sarà veramente in grado di reggere la sfida?