Si fa presto a dire “smart”, con una traduzione che potrebbe essere “restringimento”. È la parola entrata nel vocabolario comune anche di quelli che sono solo impegnati con una pronuncia poco anglosassone. Poi, ha finito per indicare un sistema (sentito come un regime impositivo) e una serie di imposizioni contro le quali non mancano coloro che chiedono di liberarsi da ogni restrizione, anche solo mentale, e, comunque, si lasciano andare, fino a denunciare uno stato di vera e propria oppressione o di polizia che male si raccorderebbe con la libertà della democrazia. Al punto di ribellarsi all’uso pur limitato della mascherina e delle altre disposizioni inerenti alle libertà personali e sociali; fino anche a parlare di stato di polizia o, comunque, di restrizioni insopportabili.
In questo processo vero e proprio contro le “imposizioni” a difesa della salute, non mancano coloro che intravedono pericoli oltre che per la libertà personale anche per la pubblica opinione, e comunque, denunciano tentativi subdoli di imporre modi di essere e di pensare, appunto un regime. Si parla di autoritarismo, stupidità e odio per la libertà. Infine, si manifestano – soprattutto tra i giovani e qualche adulto chiuso in casa per paura – episodi di ribellione, di frustrazione e di incomprensione, per adesso magari solo contro le prescrizioni in atto.
Non mancano i soloni che si impancano in qualche discettazione, troppo abile per essere verace, nella quale sarebbero appunto messi in discussione i principi di libertà personale e sociale, di democrazia e di libertà. Fino a far balenare l’idea che si intenda imporre una verità unica e perciò ideologizzata. La società italiana – secondo qualcuno – sarebbe in pericolo a causa di questi atteggiamenti, ritenuti tentativi di imporre un’unica verità. Il riferimento è ai virus ieri, ai gender, poi ai vaccini. Il trionfo dell’ideologizzazione, pericoloso trasporto tra idea e realtà. «I fantasmi della libertà in tempo di pandemia», secondo un autorevole filosofo.
Si parla di autoritarismo, stupidità e odio per la libertà
Gli italiani, noi, dobbiamo temere per i fondamenti della libertà democratiche? Un elemento portante e decisivo di ogni democrazia è la trasparenza. I destinatari di ogni legge e provvedimento possono entrare nelle stanze pubbliche e private (patrimoniali) di ogni persona pubblica. Sempre e dovunque. Uniche garanzie: la legge e la vigilanza della pubblica opinione, della stampa. Siamo davanti a un intrecciarsi di questioni e di nodi che non si possono sciogliere con la spada. Al trionfo delle teorizzazioni negazioniste sul virus (ma anche sui vaccini e altro), all’abbandono della mascherina, si dedicano convegni e dibattiti senza avvertire la pericolosità del messaggio: non si tratta di disobbedienza, ma di un delitto. Il diritto di conoscere il piano di emergenza dello Stato sull’epidemia si deve coniugare con il diritto alla salute.
L’Occidente, e, ormai, anche il nostro Paese, con la sua cultura ed etica, è diventato anche il luogo e la società nella quale la rivendicazione dei diritti ha assunto caratteri di sacralità intangibile. Di converso, l’esercizio dei doveri non sembra altrettanto all’ordine del giorno, fino al punto che, più che un punto di onore per tutti, sembra riposto nelle mani del potere coercitivo delle pubbliche autorità; non sempre viene riconosciuto e diventa stile di vita, scelta responsabile. Le conseguenze di queste esplosioni di egotismo individuale – anche in condizioni normali – lasciano pensare a un futuro complicato: una società disgregata e alla ricerca di una sintesi fatta di valori portanti e impegnativi. Una società che, comunque, deve trovare una sintesi sempre più ardua.
«La macchina – ha scritto recentemente un teologo – funziona a tutti i livelli della nostra società, nel privato e nel pubblico». Abbiamo assistito allo spettacolo un po’ desolante di uno scollamento strillato ai quattro venti fra istituzioni centrali dello Stato e quelle regionali. Sotto silenzio sta passando la sua speculare applicazione sul territorio, dove il livello inferiore di intervento nella socialità condivisa si trova lacerato fra una normativa di cui deve farsi completamente carico, senza sostegno di quello superiore, e l’indisponibilità di ampie fette della cittadinanza a recedere anche solo di un passo rispetto a quello che li spetta come “prima”. I rischi sono evidenti, come si è constatato in tempo di virus. In primo luogo, di un collasso dei servizi alla persona, in particolare dei soggetti più deboli della nostra società, si paventa come possibilità sempre più concreta – a detrimento di tutti: dal pubblico, che impone un dovere che assomiglia molto alla dismissione di una responsabilità collettivamente condivisa; ai privati, che presto si accorgeranno che, così facendo, non avranno più porte a cui bussare per far valere l’intransigenza dei propri diritti e la necessità dei propri bisogni. La cura dei corpi intermedi, che dovrebbe essere nell’interesse di tutti, rimane travolta dalla scollatura civile tra doveri e diritti dalla quale ognuno cerca di trarre un qualche residuale profitto, a proprio uso e consumo. Ognuno pronto, comunque, a riversare su altri il prezzo della responsabilità sociale che tiene insieme la coesistenza umana.
Il rischio, concreto, è che vinca o prevalga su tutto la ricerca del capro espiatorio che «è solo una favola che ci raccontiamo per non ammettere a noi stessi che, di tutto questo, siamo non meno responsabili di quanto lo siano i nostri governanti. Qualcuno pagherà, così ci diciamo – ma sarà l’unica, amara gioia consentita a tutti coloro che avranno comunque perso, non senza colpa propria. Ossia la larga parte di noi».
Spesso – è il caso della recente polemica sul progetto di legge contro l’omofobia – ci rifiutiamo di prendere atto delle conseguenze. Prima di tutto, l’imposizione del particolare esaltato a universale.
Non solo: «L’idolo dell’individualità a ogni costo rivendica il sacrificio non solo dei legami sociali, ma anche del singolo stesso che si è prosternato in adorazione della sua spettrale forza di fascinazione. Così, mentre ci si immola sull’altare della rivendicazione intransigente di ogni possibile diritto individuale, crediamo tutti di celebrare la festa del soggetto finalmente liberato dal giogo di ogni dovere. In realtà, consumando diritti come se bevessimo bottiglie di Coca Cola bruciamo solamente ogni possibilità di futuro degno dell’uomo e della donna – non solo per noi, ma anche per le generazioni a venire». (“Il consumismo dei diritti”.
Settimana News, 22.05.2020)
Le democrazie adulte sanno di non dover temere quando hanno in sé e difendono anticorpi potenti che riequilibrano le storture e sostengono le carenze di eticità
Le democrazie adulte – in presenza anche di nuovi orizzonti a volte di ritorno alla guerra fredda, a volte di poteri forti e soggetti sempre più deboli – sanno di non dover temere quando hanno in sé e difendono anticorpi potenti che riequilibrano le storture e sostengono le carenze di eticità. Allora la voglia di giustizialismo è piegata dalla volontà di guardarsi dentro e di eliminare le cause della violenza o del terrorismo; soprattutto, in questo momento, di togliere di mezzo le ingiustizie e di restituire alla trasparenza il suo valore indelebile. Operazione diventata difficile per soggetti che preferiscono la vendetta anche in politica, sostengono la partigianeria e non il bene comune, si perdono nella ricerca di far vincere i propri e non il Paese.
Ecco la linea impegnativa e delicata di una rinascita possibile: la politica è richiamata con forza a non andare in vacanza a restare luogo della mediazione reale per assicurare uno stato sociale adulto e consapevole: rimuovere le diseguaglianze, tutelare il lavoro, la salute e gli altri diritti fondamentali è compito della politica. Nessuna fuga è consentita e anche nessuna deroga.
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... all’abbandono della mascherina, si dedicano convegni e dibattiti senza avvertire la pericolosità del messaggio

