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HOME > Articoli e notizie:Gardìscja Gradisca d’Isonzo Gradišče ob Soči onomastica generale e cenni sulle tradizioni popolari

Gardìscja Gradisca d’Isonzo Gradišče ob Soči onomastica generale e cenni sulle tradizioni popolari

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È il nostro mondo, votato all'incontro: ce lo racconta il titolo trinitario, che ci spalma in copertina i nomi della città in friulano italiano e sloveno.
 
Il supercilioso censore (sarei io), che col tedesco ha penato in esami universitari da brivido, non ha trovato il quarto fra i nomi, quello teutonico.
 
Mi hanno subito placato l’animo - cominciava a inarcarsi - con la spiegazione che già esiste fin dentro, nella toponomastica e, in copertina, manca per non affollare di nomi (visto che oggi, quivi la lingua tedesca quasi non è più in uso), e per trovar spazio adeguato ad una foto significativa.
 
Sì, il periodo di Gradisca austriaca è stato lungo lungo e allora c’è anche quello, dentro, quando si tratta del toponimo e di tanto altro.
 
Non contento ancora, nel ricordo di rapsodiche indagini gradiscane, ho chiesto dell'ebraico: c'erano o non c’erano una comunità askenazita e financo una scuola ebraica?
 
E c’erano sì, visto che mi è capitato di parlare a degli studenti proprio nel cimitero ebraico di là, in una giornata della memoria …
 
Puntuale la spiegazione: appunto per quello non c’è sulla copertina, perché gli Ebrei Askenaziti, erano di derivazione tedesca, quindi (tedesco antico) Gradisch, e (tedesco nella cartografia) Gradiska am Isonzo. Ma allora la k c’era o non c’era?
 
C'era con e c'era senza, uso versatile.
 
Lo dico in senso buono, anzi, pieno di godimento, non estetico, ma di contenuto, di sostanza: quando sono entrato qui, intendo nel libro, mi è venuto in mente il sussidiario delle elementari, dove ci trovavi un po’ di tutto. È come i prodotti che vendevano i Kramars, con il loro negozio sulle spalle, o nelle antiche drogherie, dove trovavi dall’ago alla gru, passando per colori, dolciumi e «droghe». Oppure, in mente verrebbe fin il termine zibaldone, in senso leopardiano però, con qualche nota più allegra (ci provvede il gen. Gianni Marizza…) che quello del malinconico e straordinario poetapensatore recanatese.
 
La più seriosa è la parte di Maurizio Puntin, con tanto di bibliografia e un nugolo di documenti che ti fanno danzare con la mente in tempi e spazi. Buttata giù l’immagine di Gradisca?
 
Neanche per idea; quando aveva un folto di nobili entro una popolazione ristretta, si era costruita l'immagine che conserva ancora: quella del nobilone potente, di palazzo Torriani, quello, ugualmente maestoso, ma un po' meno, ed è palazzo de Comelli, e come quello, ancora un po’ meno, ma bello di casa Corona, con tanto di chiesa e di «già ospitale», con chiesetta di San Giovanni Battista.
 
Per i poveri, un bel palazzone esisteva, ma era il Monte di Pietà. E fortuna che c’era!
 
Il titolo della chiesa dei Corona, per vero, sa tanto di affidamento del proprietario al Santo, perché non si sa mai…
 
Ma un Giovanni Battista ci sta bene a Gradisca, per le acque, e difatti non ti adottarono anche l’ultimo patrono (beatificato nel 1729) arruolato per la categoria acque: San Giovanni Nepomuceno, in friulano San Zuan da Aghis?
 
Esiste ancora un suo sacello con la sua statua anche a Gradisca.
 
Benissimo ci sta col popolo quello più antico. Se lo portava addosso con il nome Giovanni Battista, il più adottato fra la povera gente.
 
Presto detto il come mai: figlio di Zaccaria e di Elisabetta era il battistrada di Gesù. Viveva, vestiva e mangiava poveramente. E, non ultimo aspetto capace di motivare la speciale affezione, sapeva opporsi ai potenti, coerente fino al martirio!
 
Qui non si vuole «proletarizzare» un santo, difatti, se vogliamo soffermarci a Gradisca, troviamo subito un altro «Santo» con quel nome; identico il nome, povero non era, ma santo sì, allora parliamone, senza per questo aver la scusa per allungare il brodo: il giovane sacerdote gradiscano Giovanni Battista Coassini (Gradisca 1887- Roma1912).
 
Nella Biblioteca del Seminario Teologico Centrale, di Gorizia, ci sono i volumi della sua biografia, in italiano e in tedesco, opera di Ferdinand Ehrenborg, gesuita, biografo e storico di prestigio.
 
Nel 1913, pubblicò a Roma per Desclée e Compagni - Editori Pontifici, «Giovanni Battista Coassini sacerdote del Collegio Germanico - Ungarico» (250 pagine).
 
Non basta, nel 1914, viene edito a Friburgo, in Germania, un libro in tedesco, dal titolo ancora più significativo: «Zum Priesterideal Charakterbild des jungen Piesters Johannes Coassini aus del deutsch-ungari-scen Kolleg in Rom». Altra prestigiosa casa editrice, la Herder, cinque edizioni e novemila esemplari.
 
Qui il messaggio del titolo non si limita a promettere una biografia, ma tende a indicare un contributo, quasi un modello, per l’ideale di sacerdote.
 
Dopo la guerra, non cessa l’interesse per questa figura, e nel 1930 abbiamo una edizione in inglese dell'opera, sempre per i tipi della Herder: «The Ideal of the Priesthood: as illustrated by the Life of John Coassini, of the GermanHungarian College in Rome» (281 pagine).
 
Il 16 gennaio del 1913, Papa Pio X, all'udienza cui presero parte alunni e superiori del Germanico (là studiò il Coassini), ebbe a dire, riferendosi a lui: «Purtroppo in quest’anno ho lamentato e pianto con voi per quell’ottimo giovane che era a tutti di ammirazione, e che con tanto ardore si apparecchiava alle fatiche apostoliche…».
 
Probabile che il giovane sacerdote volesse esercitare la sua missione tornando nelle nostre terre, difatti aveva studiato lo sloveno di propria iniziativa.
 
Certamente c'è più bisogno di Santi in paradiso che sugli altari, ma una sua auspicabile beatificazione sarebbe una benedizione per la archidiocesi di Gorizia, che di Santi (di quelli per gli altari) è carente. Come mai il silenzio per tanti anni dalle nostre parti?
 
In mancanza di riscontri di altro genere, si potrebbe pensare che il silenzio sia sceso come su tutto quanto il resto; per la cultura, il peccato originale: era tedesca, si riferiva all’Austria, quindi, secondo il nazionalismo imperante dopo la grande guerra, da rifiutare, con danni inenarrabili.
 
Palazzo Coassini donato dalla famiglia alla Chiesa locale, è diventato il simbolo dell’impegno giovanile e sociale.
 
Nel 2008, il parroco di Gradisca, don Maurizio Qualizza, ristampò la biografia (alla presentazione intervenne l’arcivescovo di Gorizia Dino De Antoni).
 
Per il centenario della morte (20212), in visita alla città fortezza, lo ricordò l'arcivescovo Carlo Roberto Maria Redaelli.
 
Devo confessarlo: in questo libro mi sono crogiolato di soddisfazione: ci sono temi a ventaglio che tutti ho amato.
 
C'è il medioevo, mio primo amore in fatto di storia, e poi la storia sociale e religiosa in ampi spazi, e la toponomastica che spara in un visibilio di strade europee; l’onomastica, santorale e non, il tema autenticamente popolare intra ed extra osterie; la cucina del genere che ho provato grazie a mia mamma Pina: un po’ slovena, un po’ tedesca, la cucina, con note carniche.
 
Rallegrato poi del fatto che la cucina qui, non sia solo «bugel», ma contigua ad ambiti e dati culturali di ogni genere.
 
Anche il semplice curioso, qui può guazzare, se non altro a satollare i suoi come e perché nella ricchezza di citazioni da manoscritti.
 
Bruma (Breuma nel documento) compare nel 1176 come nome.
 
Viste le secolari «amicizie» con Gradisca, qualcuno potrà obiettare: «Perché prima Bruma?». Risposta: ordine alfabetico! Nel tempo prima Gradisca compare, siamo al 1120.
 
Sempre viaggiando nel tempo, signoreggia sino ad oggi l’Isonzo, noto tra fine del I sec. e inizio del II d. C.
 
Dentro, nei nomi e nei luoghi, c’è tutto perfino, artigianato, commercio, osterie e bar…
 
Non manca la nota polemica sui monumenti per gli eroi: dai leoni con le ali, al monumento grande grande per i cinque irredentisti caduti e non: lì c'è senz'alto la «zata» del gen. Marizza, che non predica, prova. E poi ci aggiungiamo il monumento smilzo smilzo per le decine di caduti gradiscani con la divisa della loro patria, che era l’Austria …
 
Dato che, nel novero dei palazzi o edifici storici,è citato l'on. mons. dott. Luigi Faidutti, (Capitano provinciale, due volte deputato a Vienna), che fondò prima il pellagrosario, poi l’orfanotrofio per Gradisca e dintorni (ci ebbe larga parte anche don Massimiliano de Pelka), qui sveliamo una notizia poco conosciuta: dopo la guerra, nello spirito dei tempi, dal Consiglio Comunale gradiscano, il Faidutti fu privato della cittadinanza onoraria!
 
Nulla manca in questo libro, che al «disladrosa», viviseziona scientificamente palazzi, nomi, persone, chiese, mestieri, nobiltà, scuole … il tutto condito di collegamenti storici che raccordano le varie parti anche cronologicamente.
 
Uno vuol sapere i soprannomi? Li trova.
 
I provveditori veneti ? Li trova, dal 1484 al 1511.
 
I capitani austriaci e il nugolo di funzionari di vario grado? Sì, dal XVI al XX secolo. I parroci? Ci sono!
 
C'è un corposo raccontare di tradizioni, leggende, villotte, canti, poesie…
 
Perfino la cucina c’è, proprio gradiscana, fatta di mille rivoli, da vicino e da lontano, condita da un sapido raccontare nel contributo di Rita Marizza.
 
A epigrafe di lettura e analisi dell’ opera (un mio antico professore delle medie mi raccomandava: «brevi e succosi!»), si può tranquillamente osservare, che è «un libro per tutti», che si può leggere a sezioni, senza intaccare la comprensione, che c’è lo studio scientifico e la lepidezza delle «storiutis» e d’altro.
 
Insomma, si può dichiarare ore rotundo, che uno studioso semiursino della Bassa Friulana e un generale gradiscano «un pêl, spirt di contradizion», sono riusciti a scrivere una carezza per Gradisca … a quattro mani! ■
data di pubblicazione: 30-09-2024
autore: Ferruccio Tassin | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.92 | tema: RECENSIONI
tag redazionali
Gianni Marizza Gradisca d’Isonzo Maurizio Qualizza Palazzo Coassini Rita Marizza tradizioni popolari
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