Le pagine sono 96, dunque, sintesi anche qui. Non si sprecano parole: la pubblicazione getta un rapido sguardo (non superficiale) sugli aspetti del sentire popolare per la devozione e sui modi del viverla, nella storia, nell’arte, nella musica d’autore e popolare, nella distribuzione sul territorio della Bassa.
Ciò, allargando lo sguardo alla diocesi di Gorizia: prima con l'arcidiaconato poi con la diocesi dal punto di vista ecclesiastico, e con la Contea da quello politico, ci sono stati quattro secoli di storia comune all’interno degli stati austriaci. Un alito di tempo anche con la Contea di Gradisca degli Eggenberg. Stampa pulita, caratteri adatti a letture comuni, delle Poligrafiche San Marco, di Cormons, il libro non presenta un volume tale da scoraggiare neppure i lettori più renitenti.
L’autore è il dottor Flavio D’Agostini, che mette insieme competenze su pietà popolare, storia e, di particolare importanza, musica. Aleggia anche la cara figura del maestro Decio Bragagnini che, a suo tempo, ebbe a collaborate. Dedica, a monsignor Igino Schiff, sacerdote da 60 anni, cittadino Porpettese, e Parroco Vicario Foraneo di questi paesi. Le prime pagine sono per Lui: lo dichiarano i saluti di Lenisa Pez e Tiziano Dri, della Compagnia Teatrale Vecjo Friul, che si è assunta l’onore della stampa.
I sindaci - di Porpetto Andrea Dri, e Pietro del Frate di San Giorgio - argomentano, in maniera articolata e con tono elegante, mai laudatorio, aspetti di vita insieme con il festeggiato, rilevandone, a suo merito (con parole non scontate), la pacatezza dell’intervenire, che si eleva sul carattere, talora urlante, della nostra epoca.
Il ruolo di «padre spirituale», vien fuori dallo scritto di monssignor Carlo Fant. Stima e affetto connotano il saluto di Giorgio Bernardi e Luca Indri, direttore e vice della collaborazione pastorale di San Giorgio.
Vissuta sul filo dei ricordi, la testimonianza della sorella Cecilia Schiff, patetica, «imbombida» di aspetti positivi di nostalgia, non inquinata dal nostalgico «una volta…», ma nutrita di affetto e realistica analisi. I valori trasmessi da nonni e genitori; le fatiche del lavoro di una famiglia contadina, la vita di seminario, non sempre con strade coperte da petali di rosa (il freddo), e la vita, pur bella, ma con momenti di ripide salite per arrivare a studiare. Parole non formali…
L'asilo delle suore, la Sangiorgina Calcio, la Madonna Addolorata, erano una triade di affetto intoccabile, per i Sangiorgini… Qui si riflette sulla Addolorata: storia, arte, musica, territorio.
Il 1759, per l'incontro dei Sangiorgini con l'Addolorata, è l’anno fondamentale.
Sì, la statua che viene da Venezia. ma l'origine è un voto, un voto nato dal dolore, di una epidemia, che certamente non era ancora il colera.
Spellò letteralmente il paese: morirono in tanti, così che si dovette fare un cimitero nuovo.
Più volte, nella visita del primo arcivescovo di Gorizia, Carlo Michele d'Attems, alla pieve di Porpetto, si accenna all’epidemia di San Giorgio; il pievano, in quella occasione, si prestò molto positivamente all’assistenza dei moribondi.
I Sangiorgini, provati dalle morti, dovettero anche erigere un muro attorno al cimitero, e per questo furono esentati da certe incombenze economiche. Quel dramma entrò nella vita e nella storia di San Giorgio, ecco perché la devozione resiste.
Gli studi dell’autore in ambito teologico, musicale e della storia popolare, gli consentono di muoversi agevolmente nell’ambiente paesano, anche per la «antica» consuetudine con un’anima candida, informata e sensibile a questi temi, qual era il maestro Decio Bragagnini (1933 - 2019), una fonte preziosa.
Sono molto utili questi studi, ove le fonti scritte, e quelle iconografiche vengono integrate dalle fonti orali, prima del loro definitivo perdersi.
Ho visto di persona l’autore prendere per i capelli preziosi canti pasquali fatti eseguire in extremis da un coro del m.o Giovanni Famea. E l’ho visto raccogliere canti mariani che si stavano spegnendo, condensati nel libro Us saludi, o Marie.
Nel libro, che ora è venuto alla luce, c'è già tutto: origine della devozione, i sette fondatori dei Serviti che ne propagarono il culto, lo sviluppo nei tempi, i luoghi più vocati ad esso, testimonianze artistiche, usi e costumi.
Un esempio della serietà con cui affronta il tema è la sua spiegazione di che cos'è il Vesperbild, statua diffusa nei luoghi di cultura tedesca, ma con una bella e godibile presenza nella basilica di Aquileia.
Si vede Maria che regge il Cristo morto: una manifestazione artistica, per la scultura, antesignana della Pietà. Cristo e Maria riporta nel dolore, Flavio D'Agostini, che ce li mostra negli affreschi della cripta nella basilica di Aquileia, sottolineando così l’aquileiesità della nostra Chiesa friulana e non solo.
In diverse parti del Friuli, in quest’epoca, si diffonde la devozione, ma l’Autore esamina anche i luoghi dove c’era già. Molto probabilmente, sulla diffusione, ha influito il fatto che i sacerdoti friulani aderissero (anche dal Friuli austriaco, e l’Autore segnala) alla Congregazione dei sacerdoti, con sede a San Daniele del Friuli, posta sotto il patrocinio dell’Addolorata; ciò fin dall'inizio del Settecento; però nel 1750, per rianimarla, viene nominato «capo e moderatore» lo stesso patriarca di Aquileia Daniele Delfino.
Erano anni di grande fervore per questa devozione: 1740, erezione della Confraternita dei Sette Dolori, nella chiesa di Santo Spirito a Ospedaletto; 1745, confraternita analoga nella chiesa parrocchiale e arcidiaconale di Santa Maria di Cadore (allora nel Patriarcato di Aquileia). Nello stesso anno, tutto ciò avviene nella chiesa di Castel d'Aviano e di San Mauro di Cividale. Però, per le origini, si va molto più indietro. I Serviti avevano convento a Gradisca - e D’Agostini ne parla - dalla fine del Quattrocento: edificano la chiesa subito dopo i Serviti di Udine; essi dal 1481 al 1498; quelli dal 1479 (Madonna di Grazia).
Dato che l’autore di questo libro ha ipotizzato che uno dei diffusori per il culto dell’Addolorata sia stato il pievano di Chiopris Simone Giuseppe Gabraviz, che proprio nella visita pastorale del 1759, fu convisitatore, mi permetto di aggiungere un cenno sulla storia di questa devozione a Chiopris.
Senza farla lunga, nel 1756, lo scultore che doveva realizzare la statua, non riusciva ad avere l’ispirazione, ma vide una donna che accompagnava alla sepoltura il suo unico figlio morto ed ebbe immediatamente l’idea…
Il Gabraviz riuscì perfino a fondare un ordine religioso femminile sotto la protezione dell’Addolorata, che non gli sopravvisse se non per qualche anno, forse anche perché aveva una regola di stupefacente severità. Località per località, D’Agostini descrive l’origine della devozione. I rapporti con l’Addolorata vengono richiamati anche quando sono indiretti, come nel caso di Porpetto, dove lo splendido altare della Madonna del Rosario, con le statue di San Domenico e di Santa Caterina (appena restaurato), viene proprio acquistato quando Napoleone, agli inizi dell’Ottocento, soppresse la chiesa dell’Addolorata di Gradisca, e da là viene anche il quadro coi Sette Santi fondatori dei Serviti.
Per esemplificare, sempre un inizio della devozione più in qua negli anni, c'è il caso di Castello di Porpetto. Qui sì che ci fu il colera di mezzo. Arrivato dal Golfo del Bengala a Napoli nel 1831, nel 1836 era già in Friuli, ed ecco il voto. Ricca, e di mano competente, l’ultima parte, dedicata alla musica, con una articolata analisi e, soprattutto, con il canto di «Stava Maria Dolente» (di don Oreste Rosso), che motiva il titolo. A corredo del testo, c’è un apparato di note, con fonti e bibliografia. Adesso il libro c’è, diffondiamo anche quello, con un grazie cordiale a Flavio D’Agostini. ■