Chiuse le urne, i risultati delle elezioni europee di quest’anno hanno generato veri e propri terremoti politici in molti Paesi. Se in Italia il centrodestra si è rafforzato sempre di più e questo non sconvolge nessuno, nel resto d'Europa la situazione è ben diversa: Emmanuel Macron ha mandato i francesi a elezioni anticipate, il capo del governo belga Alexander De eroo si è dimesso e Olaf Scholz rischia la sfiducia.
Ritornando in Italia, in particolare nella nostra regione, il panorama post-europee è abbastanza omogeneo: Fratelli d'Italia è in testa a Udine – a Pordenone e Trieste con il 34% - mentre il Pd arranca, seguito da Lega e Forza Italia.
L’aspetto più interessante su cui ci soffermeremo, tuttavia, riguarda l’affluenza media, in costante calo da molti anni.
Si tratta di pura statistica o il dato peggiore della storia repubblicana nasconde qualcosa di più profondo?
A livello nazionale, dal 1979 a oggi, l’affluenza alle Europee è scesa del 30%. Spostando la lente d’ingrandimento sulla nostra regione, la partecipazione registrata è pari al 48,29%, leggermente inferiore alla media nazionale di 49,7%. Nello specifico, l’affluenza più alta si è registrata a Gorizia (51,40%), seguita da Udine (50,28%) Pordenone (46,55%) e Trieste (44,09%).
Interessante il paragone con le precedenti elezioni, quando la percentuale era ben superiore a quella attuale, precisamente del 57,04%.
L’affluenza è in costante calo da molti anni e questo fenomeno è sempre più comune tra i giovani, il volano del motore democratico
Ed è proprio questo il punto: l'affluenza è in costante calo da molti anni e questo fenomeno è sempre più comune tra i giovani, il volano del motore democratico.
Della centralità del voto popolare nel funzionamento della democrazia parla Piero Calamandrei, politico italiano tra i fondatori del Partito d’azione, durante una conferenza rivolta ai giovani milanesi nel 1955. In questo lungo discorso, il padre costituente si concentra sui valori della Costituzione e della libertà, che vanno difesi ricordando la centralità del singolo all'interno della vita politica del Paese: «La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l'indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo».
Lo stesso tema è stato affrontato, in un contesto del tutto diverso, durante la 50esima edizione della Settimana sociale dei cattolici in Italia tenutasi a inizio luglio, motivo di lustro per Trieste che ha ospitato l'evento.
Ad aprire i lavori è stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che, oltre a definire i concetti di democrazia e demagogia, ha parlato dei rischi dell'astensionismo: «È la pratica della democrazia che la rende viva, concreta, trasparente, capace di coinvolgere. Si può pensare di arrendersi, pragmaticamente, al crescere di un assenteismo dei cittadini dai temi della cosa pubblica? Può esistere una democrazia senza il consistente esercizio del ruolo degli elettori?
I diritti si inverano attraverso l’esercizio democratico. Se questo si attenua, si riduce la garanzia della loro effettiva vigenza. La democrazia non è mai conquistata per sempre».
Dopo l'intervento di Mattarella, si sono susseguiti monsignori, cardinali, docenti universitari, volti del panorama politico e di quello giornalistico italiano, tutti a difesa del "bene comune". Di fatto, oltre a evidenziare i problemi che colpiscono la nostra società dal suo interno, l’obiettivo dell’evento è proprio quello di individuare alcune prospettive per fermare la crisi della democrazia che pian piano si fa sempre più evidente.
La democrazia non è una scatola vuota, ma è legata ai valori della persona, della fraternità e anche dell’ecologia integrale. Come cattolici, dobbiamo essere voce, voce che denuncia
A conclusione dei lavori, papa Francesco, prima di presiedere la concelebrazione eucaristica in piazza Unità, ha preso la parola davanti ai 1.200 congressisti: «La democrazia non è una scatola vuota, ma è legata ai valori della persona, della fraternità e anche dell'ecologia integrale. Come cattolici, dobbiamo essere voce, voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce. Questo è l’amore politico, che non si accontenta di curare gli effetti ma cerca di affrontare le cause».
«Un politico – ha continuato sempre il pontefice – deve essere come un pastore che va davanti al popolo, in mezzo al popolo e dietro al popolo. Davanti al popolo per segnalare un po’ il cammino; in mezzo al popolo, per avere il fiuto del popolo; dietro al popolo per aiutare i ritardatari. Un politico che non ha il fiuto del popolo, è un teorico. Gli manca il principale».
Abbiamo capito, quindi, che i dati statistici sull’affluenza media, che evidenziano un costante accrescimento dell’astensionismo, non sono da prendere sottogamba.
La domanda, allora, sorge spontanea: come siamo arrivati a questo punto? Con il ricambio generazionale, le ideologie sono finite, i partiti si sono indeboliti e, forse, il problema più grande, la sensazione che si è largamente diffusa è «tanto il cambiamento non avverrà mai».
Qualcuno s’immagina, al giorno d’oggi, una società che va a teatro per condividere il dolore tutti assieme, come facevano i greci più di duemila anni fa? Utopia in un mondo in cui si antepone l’io a tutto il resto? Probabile.
Tenendo i piedi per terra, però, possiamo partire proprio dalle nostre radici più antiche, senza idealizzare il passato, per difendere il nostro futuro.
Armiamoci quindi di buoni ideali per combattere questa crisi contro la deriva che sta prendendo la società. Non combattere significa perdere in partenza, e la posta in palio è alta, più alta di quanto si pensi. ■