Il risultato scaturito dalle Elezioni Europee dello scorso giugno è stato complesso. Facendo una sintesi, il Partito polare europeo ha confermato il suo ruolo centrale. I suoi alleati - i liberali e i socialisti - hanno subito una grave battuta d'arresto, ma sono rimasti "forti". I conservatori e la destra estrema (per lo più, quella filorussa) sono avanzati – e questo è motivo di riflessione – ma non hanno ottenuto abbastanza voti per rovesciare o dirottare la maggioranza preesistente.
È senz’altro preoccupante il riemergere delle tendenze volte a far prevalere e a perseguire i singoli interessi nazionali. Questo porterebbe a una mancanza di fiducia e a un appesantimento dell’accento posto sulla crisi di credibilità della politica internazionale, mentre il ruolo della "buona politica al servizio della Pace", non deve limitarsi a cercare solamente soluzioni temporanee. Il buon politico «deve avviare processi»: l'ha ricordato papa Francesco alla cinquantesima edizione delle Settimane sociali dei cattolici in Italia tenutasi nei primi giorni di luglio a Trieste. Così l'unità - basata sulla solidarietà – deve prevalere sul conflitto. Quali sono allora le azioni di cui si deve, ancora una volta, fare promotore il mondo cattolico? Quali le priorità?
In primis, gestire le istituzioni europee senza perdere di vista la centralità dei popoli mettendo al primo posto la persona al di sopra delle logiche economiche e finanziarie. Poi, ridare ampio spessore ai diritti: alla salute, alla famiglia, al lavoro e alla casa. Sono diritti umani e sociali che si rifanno al principio della sussidiarietà (espresso dalla Dottrina sociale della Chiesa). Ispirandosi alla tradizione originaria dell’Europa, non vanno dispersi i valori della solidarietà, dell’accoglienza, dell’inclusione (senza bistrattarla per facili convenienze in vari contesti sociali) e del rispetto delle differenze culturali, storiche e religiose. Odio e discriminazioni di ogni genere non possono avere spazio nella casa europea. Ancor di più, c’è la necessità di un’ Europa sempre più impegnata nella cooperazione internazionale con particolare riguardo a quei Paesi e continenti da cui i popoli sono costretti a emigrare a causa di guerre, malattie e cambiamenti climatici. La lotta alla corruzione e la promozione della giustizia devono continuare ad essere il sale del motore delle istituzioni europee.
Va ammesso che le paure nell'Europa dei nostri giorni sono molteplici e, una volta centrifugate in maniera decisa e spesso artefatta, conducono, con l’ascesa dei populismi, a una destabilizzazione delle nostre democrazie e a un indebolimento dell’Unione Europea stessa. Il senso di benessere sembra scomparso – in molti casi, concretamente, questo si riscontra – e pare abbia dato vita a molteplici paure, che reclamano un’identità europea "Cristiana", ma declinandosi in desideri politici che si rivelano in netta contrapposizione con una prospettiva fondata sul Vangelo. Questa prospettiva va rivista in quanto la cosiddetta "anima europea"- se esiste ancora – è fondata sulla libertà di dialogo anche se questo non significa dire e fare ciò che si vuole a caso. C'è necessità di un’Europa fatta di riconciliazione prima di tutto con se stessa e che sappia cogliere sfide senza cedere a paure o ricatti. Giustizia sociale, lotta alle nuove forme di terrorismo, contrasto alle burocrazie paralizzanti, un pratico sostegno alle imprese, il rispetto della vita nelle sue diverse fasi, la cura del Creato e un nuovo approccio alla dimensione migratoria sono tutti temi che vanno messi "sul tavolo della politica comunitaria". Non va inoltre dimenticata l'occupazione strettamente legata e coordinata alla demografia. Su questo ultimo aspetto va rilevato che alcuni Paesi faticano a offrire ai loro abitanti una condizione di lavoro sicuro, altri stanno vivendo un declino demografico e trovano difficoltà a occupare i posti lasciati liberi. Una politica d’insieme permetterebbe di superare le attuali difficoltà e di fare in modo che queste debolezze diventino un’opportunità per i cittadini europei. Offrire a ciascuno la possibilità di avere una fonte di reddito stabile è la condizione sine qua non per garantire lo sviluppo integrale della persona e dell’intera società.
Paesi dell’Unione Europea devono rimanere aperti al dialogo reciproco pur nella loro grande diversità
I Paesi dell’Unione Europea devono rimanere aperti al dialogo reciproco pur nella loro grande diversità. Questa apertura non significa che ogni Paese perde la propria identità. Al contrario, ciascuno, forte della propria cultura, consente all’altro di scoprire una parte dell’identità europea che ne viene così rafforzata, riscoperta e consolidata. La storia europea ci testimonia che la discordia tra i suoi Stati membri la indebolisce, mentre la loro unione la salva. L’Europa è, e sarà, ciò che ne vogliamo fare. Il suo destino – oggi più che mai e nei prossimi cinque anni - è nelle nostre mani. C'è ancora un’anima che pulsa. Non perdiamola. ■