«La speranza io la sento e la ho negli occhi, ma sinceramente non è che ne riponga molta nel territorio in cui vivo». È una frase di quelle che ti colpisce e ti obbliga a pensare e a fermarti. Su questo si potrebbe ragionare in senso ampio. Il territorio provinciale ci offre stimoli per farlo. Ci troviamo difronte alla sua polarizzazione, un dualismo che fatichiamo a comprendere dove ci porti. Da un lato c’è Gorizia che ancora “arranca” con Go!2025 e vive “una stanchezza politica” innegabile, dall’altra “emerge” Monfalcone, la realtà preminente di questo lembo di terra stretto tra l’ex capoluogo di provincia e Trieste. Seguo la cronaca cittadina di Monfalcone da diversi anni, non posso definirmi un esperto, ma qualche domanda me la sono fatta nel raccontare il territorio con la “fortuna” di poterlo “vivere”. Cosa significa “abitare oggi Monfalcone”? Forse, mettere al centro delle nostre vite – e di quella pubblica – solo la “pianificazione urbana”? È innegabile che tutto questo vada condiviso con il territorio. Senza dubbio, la pianificazione ha un peso e una sua centralità. I dati che ci offrono le recenti quotazioni e le statistiche immobiliari offerte dallo “Studio Zanon l’Immobiliare di Gorizia”, ci riferiscono di una popolazione residente di 30.103 abitanti di cui 9.607 sono gli stranieri, il 31,9%.
Queste cifre aumentano se pensiamo al mondo del lavoro monfalconese e all’apporto temporaneo di tutto l’indotto legato alle grandi aziendeallo che lo costituiscono. È chiaro che ci siano elementi di disfunzionalità che si delineano separatamente alla realtà degli accadimenti che si vivono nel più grande comune della Bisiacaria. All’adeguata e sicura capacità alloggiativa della città sono per esempio legati anche il fabbisogno scolastico e quello dei servizi pubblici essenziali. Il problema non è solamente tipico del monfalconese ma condivisibile a livello nazionale. L’antropologa e scrittrice Jane Jacobs, sosteneva che «Le città sorde, inerti contengono i semi della propria distruzione. Ma la città vive, diverse e intense contengono i semi della loro rigenerazione, con l’energia sufficiente a portare i problemi fuori da se stesse». Ecco, credo che la seconda parte di quanto affermato da Jacobs parli proprio di Monfalcone.
Quei «semi di rigenerazione» sono le persone che politica e istituzioni non devono tenere distanti nelle periferie che – se riflettiamo – sono poi le parti più consistenti, ma vive e creative delle nostre realtà. Prima, dicevo del “raccontare il territorio vivendolo”: una fortuna e anche una responsabilità che ti pervade. Il giornalismo di oggi è in difficoltà nel raccontare un lavoro straordinario e silenzioso per la garanzia della coesione sociale (quando esso esiste). In questo, non solo, c’è una sfida professionale da cogliere, ma prima di tutto educativa. Bisogna crederci. Si pensi ai media e alle esperienze di integrazione. «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri». A dirlo fu don Lorenzo Milani, un invito a non aderire alla retorica ma a misurarsi con la giusta empatia che va a modellare le percezioni pubbliche senza sensazionalismi.
Dialogo e comprensione sono necessari e promotori di fratellanza
Allora è necessario attrezzarsi a interpretare la realtà urbana imparando – con fatica e prima di tutto – a leggerla tra le righe per poi interpretarla secondo gerarchie di valori e fonti accreditate. Una doverosa riflessione va fatta anche sui luoghi sacri della città. Un richiamo a tutto questo emerge dalla Evangelii Gaudium di Papa Francesco, testo in cui – al numero 71 – emerge il «bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade e nelle sue piazze». Questo non riguarda solo i Cristiani. Se pensiamo a Monfalcone, l’acuirsi della contrapposizione tra comunità musulmana e parte della cittadinanza, ha raggiunto livelli che meritano serie considerazioni. Non stiamo parlando di far sparire le nostre chiese o di dover arretrare dalle nostre tesi e posizioni.
Certo, le leggi vanno assolutamente rispettate, ma qualcosa manca. Dialogo e comprensione sono necessari e promotori di fratellanza. Lavorare per il raggiungimento di punti d’incontro senza cedere allo “spettacolo della paura” è possibile grazie a nuove politiche abbinate a delle buone pratiche al servizio di tutti, della realtà sociali e di quelle economiche. Anche in questo sta quella necessaria conversione di cui necessitiamo. Una conversione che è cambio di prospettiva che aiuterà a vedere l’arcobaleno del progresso e della convivenza più convinta e reale. Solo così Monfalcone potrà essere una città amata e che sa amare, generatrice di speranza per il futuro.◼