La celebrazione, a settantacinque anni dalla fine della seconda guerra mondiale, della “Giornata della Memoria”, registra una novità: si va attuando anche nei nostri paesi (Ronchi, Fogliano, Gorizia, Doberdò del Lago) con la posa delle pietre di inciampo. Le pietrine, con stampato sopra in modo visibile il nome ed i dati delle persone ricordate, brillano davanti alle case dei familiari e nei luoghi dove furono sequestrati dall’esercito di occupazione e dalle SS – presenti anche militi della guardia nazionale fascista come testimoni e spesso come accusatori – e portate prima alle carceri del Coroneo e poi inviate ai campi di concentramento dell’Europa del nord.
Il ritrovarsi di popolo, autorità, ragazzi e giovani con gli ultimi epigoni della tragedia del maggio 1944 in questo pellegrinaggio, rappresenta un modo forte di ricordare e testimoniare: una corona sui luoghi del dolore e un incontro davanti alle foto delle vittime, un fiore per ricordo e, poi, parole responsabili delle istituzioni con la presenza dell’associazione delle vittime dei campi di concentramento (Aned). Chiudono i momenti di preghiera e la testimonianza dei reduci dai campi o dei loro parenti.
Un effluvio commosso di ricordi e di nuovi particolari che rendono le semplici cerimonie, sempre nuove e illuminanti: sono i particolari delle situazioni delle famiglie e delle persone che rendono ancora più struggente il dolore per la perdita di uomini e donne, di giovani e ragazze. Familiari degli internati menzionando le vittime per nome ricordano i parenti nella mattina terribile del rastrellamento, l’età e la condizione di vita; il momento del risveglio brusco e le urla della soldataglia; perfino l’inutile rincorsa al camion in partenza con il carico dei parenti e degli amici e amiche, alcuni dei quali non sono più tornati.
I racconti si incentrano a volte anche sulle responsabilità: il tradimento di compagni di partito o di amici colpisce ancora di più a oltre settanta anni di lontananza. Niente è più doloroso di una scandalosa perdita di fiducia culminata in una perdita di familiari. Così come la conoscenza dei particolari dell’arresto – il più delle volte per ragioni mai diventate consistenti, in molti casi dove l’invidia e altro hanno determinato accuse mortifere – si aggiungono ad altri particolari di abbandoni e di solitudini che hanno minato il futuro delle famiglie, ed acuito la perdita degli affetti più cari.
Dai parenti, poi, vengono comunicati tutti altri segreti illuminanti: il racconto del rastrellamento (24 maggio 1944), del soggiorno nelle carceri triestine, gli interrogatori, le disperazioni e le speranze ma anche la totale ignoranza del destino futuro. Allo stesso tempo viene alla luce un piccolo tesoro che molte famiglie conservano ancora: i bigliettini, che qualcuno dei condannati ha gettato fuori attraverso i pertugi dei vagoni blindati di passaggio alla stazione nord di Ronchi (1 giugno), affidando il messaggio al buon cuore di chi avrebbe avuto l’avventura di trovarli.
Ecco qualche esempio.
“La persona che coglierà questo foglietto – proveniva dal blocchetto di fogli che si usava in cantiere per le note di lavoro e per segnare gli straordinari, rimasto nelle tasche di un operaio del cantiere colto pochi minuti prima di partire per il lavoro – sarà tanto gentile di riportarlo alla mia famiglia abitante a Ronchi dei Legionari in via I.Balbo, 20”. E poi: “Partiamo per la Germania. Cara mamma e sorelle, vi scrivo queste brevi righe dalla stazione di Trieste, già sistemato sul vagone letto e da qui mi trovo abbastanza bene, non credere alle dicerie della gente, che ci trattano come bestie, tutt’altro, siamo invece una ventina con i portelloni aperti e anche la porta sarà sempre semiaperta, dal mio punto di vista mi pare che si potrà viaggiare discretamente…”
Parole insieme di ironia e di rassegnazione, perché i vagoni erano vagoni merci: sigillati e trasportavano una cinquantina di deportati. Su altri biglietti sta scritto: “eravamo già da una settimana in cella e per noi era una vera pena, non tanto per il mangiare che ci si poteva arrangiare, ma l’aria nessuno ce la poteva dare.” La mancanza di aria e di libertà. Infine, possiamo ancora leggere una parola di conforto, una parola di concretezza: ”Noi fratelli siamo sempre stati insieme per ogni luogo e così speriamo che avvenga anche in seguito, anche laggiù in Germania. Se vi occorre denaro, vendete pure quello che a noi non serve più…”
Una rassicurazione ed un augurio: “Quando ritorneremo speriamo che il piccolo Rudi abbia imparato ad andare in bicicletta…” E il finale: Nuovamente vi salutiamo con grande rassegnazione. Che Dio ci benedica. Firmato: Antonio e Rodolfo.” Una conclusione che non ha bisogno di commenti. La lettura ha commosso tutti: in particolare gli adolescenti della scuola media presenti con i loro insegnanti. Lacrime vere a suggello di una giornata storica. La “Giornata della Memoria”, infatti come è stato anche affermato dal presidente della Repubblica, on. Sergio Mattarella, non impone memorie condivise spesso impossibili: perché non si può pretendere di unire vittime e carnefici; mentre invece è possibile una memoria che faccia riferimento ad un senso alto di umanità, dove il perdono si accompagna alla giustizia e la giustizia ha i tratti del perdono.■