Il giro delle edicole – in particolare quelle che chiudono nei rioni dei nostri paesi – è deprimente. Porte chiuse e serrande abbassate; per il resto, sui banconi pochi quotidiani e un sesto dei giornali di solo qualche anno fa, e tanta cianfrusaglia regalizia per sopravvivere. Non migliore è la condizione della comunicazione in genere, sia su carta che televisiva; quella social, vive il momento dell’adolescenza e, comprensibilmente, appare spaesata e allergica alle grandi tematiche e ripiegata su sé stessa. Nonostante i tentativi maldestri di quanti prefigurano stagioni luminose e soprattutto fruttuose per la comunicazione, per la verità il gossip trionfa e non solo su questioni poco importanti ma anche nell’economia, nella scienza e nella politica, della fede e della Chiesa. La stessa digitalizzazione – come appare da recenti incontri mondiali – dentro ad un universo globalizzato e senza confini ma intasato da cercatori di dati non sempre mossi da volontà unitive ma piuttosto da voglie di possesso, soffre le stesse e altre pene, prima di tutto quella del non senso.
Respinta la sensazione di disgusto che coinvolge una parte rilevante dell’ arco della comunicazione e dell’informazione in specifico, subentra un sentimento di attesa anche perché questo mondo – rafforzato da una tecnologia che non sembra avere limiti – non può che guardare al domani con speranzosa fiducia.
L’auspicio che ha motivato le aspirazioni di chi ha inteso, ormai oltre cinquanta anni fa, spendersi dentro a questo fantastico mondo, era di fiducia per una comunicazione-informazione, allargata fino ai confini del mondo; capace, cioè, di rendere partecipi non tanto al banchetto della verità oggettiva ma alla ricerca di mettere in sinergia uomini e tempi, energie culturali ed esigenze. Prima fra tutte, quella di non essere tagliati e di non tagliare nessuno dal mondo reale. Di più, muoveva in tanti la speranza di essere elemento di comunione e di incontro, guardando al mondo ed alle persone non più da un solo ma da più punti di vista. In un parola, accettando di non avere la verità in tasca: proprio per questo motivo poteva essere una impresa per la quale dirsi disponibili. Cioè, l’autentico culturalmente e politicamente corretto.
Il sogno era insieme grande e modesto: si presentava infatti una nuova ed impensata condizione per chi ha a disposizione possibilità concrete e quasi infinite di connessione, il mondo intero si apre, cadevano prevenzioni e muri. Occorreva combattere contro una inspiegabile chiusura a fonti e canali, tenuti riservati per pochi potenti; mentre si constatava, sia pure con la prevalenza di tanti luoghi, anche il desiderio grande e la volontà forte, il bisogno, di essere informati e di comunicare senza confini, spezzando ogni vincolo ed abbattendo ogni cortina di ferro o di platino che sia. Alla povertà di contenuti e di linguaggi, si aggiungevano anche la mancanza di metodo che rendevano la informazione-comunicazione fredda e imbalsamata, ad uso del potere. Piena di pregiudizi, presuntuosa e giudicante.
Una generazione – la nostra, quella della fine della guerra fredda e soprattutto del Concilio – che intendeva fuggire a gambe levate dalla tentazione illusoria di una pretesa rappresentazione appunto oggettiva della realtà, e quindi necessariamente controllata e incomunicabile. Nuovi spazi e nuove idee, libertà, soprattutto nuovi progetti di futuro; con un metodo, mettere in discussione lo status quo.
Le generazioni che si sono susseguite hanno vissuto la stagione dell’allargamento dell’accesso alle fonti, della caduta del perbenismo e anche dell’invasione di quanti – con una formazione scarsa e una prevenzione verso ogni professionalità – hanno creduto che bastasse mettere a disposizione un microfono per parlare in libertà, di vita, di futuro, di politica e di democrazia, di arte e spiritualità. Di più, spesso solo teorizzando, alcuni falsi comunicatori hanno ritenuto che possedere un altoparlante o avere un pulpito qualsiasi, fosse sufficiente per sbaragliare il campo o anche solo per dare l’avvio ad un’opera così intrigante e nobile. Si sono illusi che fosse sufficiente aumentare il numero e la qualità tecnologica degli strumenti per cogliere e spezzare nodi, avviare processi come si dice oggi e liberare la voglia di comunicare per costruire il domani di umanità e di vita.
Viviamo, ora, il tempo nel quale in tanti credono che sia sufficiente possedere almeno un poco ed in parte un qualsivoglia strumento comunicativo, per sentirsi comunicatori, fatti e costruiti. Vantando di possedere dati – elargiti da indagini sociologiche a soggetto o da auto garanzie inesistenti, da spacciare per autentiche in ogni momento grazie al telefonino di ultima generazione – si illudono di garantire una reale comunicazione fra le persone, ma anche nelle istituzioni e nella convivenza civile. Ripetono e rilanciano, invece, opinioni più che notizie; spezzoni di realtà, senza alcuna capacità critica che non sia quella di sparare contro qualcuno, aggiungendo un’ ultima cattiva abitudine condivisa: gridare più forte o parlare sugli altri, non significa avere ragione e tantomeno avere argomenti di comunicazione. Al massimo da quelle bocche o penne – secondo il principio che uno vale uno – escono conati, incomprensibili ai più e perniciosi per la comunicazione.
Un dispiegamento di professionalità scarse senza un fine ed un metodo. Tutti comunicatori: il professore, il politico di turno.
Invece si deve constatare che si tratta di una comunicazione malata di afasia e di incomunicabilità. La politica politicante diventa il terreno più fertile per simili esplosioni. L’incapacità di dialogo e di confronto – effetto primo fondamentale di ogni comunicazione falsata – ne è concausa; il risultato finale sarà una società che, già privata dei corpi intermedi, non comprende se stessa e, sempre meno, condivide progetti, strategie e impegni altrui. Anzi finisce con il negare i sogni delle future generazioni. E le conseguenze sono percepibili nella desertificazione delle periferie non più solo delle grandi città ma anche dei nostri conosce e, appunto, comunica anche perché non c’è molto da comunicare. Solo da ripetere, pedissequamente.
Il rifugio nelle formule astratte o il ricorso al culturalmente corretto – pratiche particolarmente diffuse oggi anche tra gli adolescenti – abbracciate in modo spasmodico dai linguaggi della politica, della cultura, della scienza e della fede, rappresentano l’ultima frontiera di una comunicazione inceppata e tramortita. In fondo, sono la certificazione della non-comunicazione. Un cumulo di bugie, a volte motivate da interessi beceri, sempre dirette a deviare l’opinione pubblica dai veri obiettivi: accade già nelle indagini sociologiche e le previsioni elettorali smentite dalla realtà. In altri campi – sponsorizzazioni, mercati – non è che qualcuno può dirsi al sicuro.
Il ritorno di alcuni generi giornalistici come il fondino, il commento, il corsivo, l’elzeviro... (nascosti sotto il segno del caffè mattutino, dell’angolo o di qualsiasi altra diavoleria), evidenziano il tentativo della categoria di arginare il diluvio che sta per abbattersi su tutti. Forse sono solo l’ultima spiaggia nella convinzione della possibilità di essere travolti... anche perché le altre pagine (dalla prima all’ultima, comprese le frescacce sportive) seguono l’andazzo e, comunque, poco o niente tengono conto delle esigenze affermate in qualche angola che ospita una perla giornalistica. Un sassolino, non destinato ad interrompere il meccanismo che vola a tutta birra.
Anche il culturalmente corretto – nato come un tentativo di non mettere in piazza ogni cosa e, soprattutto, di invitare tutti ad una maggiore autodisciplina – finisce con il diventare il modo concreto per oscurare i dati, manipolare le fonti, escludere ogni abitudine alla critica e al confronto, assecondare le opinioni coraggiose ed abbracciare la verità dei padroni del vapore. Con buona pace del rispetto e valorizzazione della pubblica opinione. Proprio perché nulla di ciò che è moralmente sbagliato è politicamente corretto. Moralismo in assenza di morale.
A tutto questo si aggiunge, l’ultima abitudine comunicativa: la pubblicazione degli stessi articoli su diversi giornali. Una forma, nata dall’esigenza di integrazione e risparmio a livello di proprietà e di costi, molto meno per quanto riguarda la ricerca della qualità e della verità liberante. Un abbassamento che ha finito per minare non solo la credibilità del giornalismo ma anche quella della scienza, della politica, delle relazioni istituzionali e fraterne.
La categoria giornalistica sembra annusare l’arrivo della tempesta. Annunciata dalle politiche statali e regionali miopi nei confronti dell’informazione e del finanziamento pubblico. Intanto la globalizzazione ha fatto passi in avanti trasformandoci tutti in un mercato unico.
La categoria giornalistica sembra annusare l’arrivo della tempesta. Annunciata dalle politiche statali e regionali miopi nei confronti dell’informazione e del finanziamento pubblico. Intanto la globalizzazione ha fatto passi in avanti trasformandoci tutti in un mercato unico, dove le merci intasano le strade, vengono distribuite a prezzi stracciati e impongono agli operatori il collarino; i piccoli negozi, le rivendite chiudono e la comunicazione si estremizza e stretta al collo dal nodo scorsoio e la gente è disposta ad accontentarsi delle opportunità dei social organizzate dai grandi che non pagano le tasse.
Dalle aule delle istituzioni pubbliche – ma anche da quelle di alcune università – vengono labili voci che parlano di scarsezza di mezzi finanziari, di appiattimento culturale, di impreparazione anche solo a capire un testo. Purtroppo non si tratta solo di questo: è l’identità della comunicazione che è finita sotto i tacchi a forza di trasformare tutto in propaganda, di utilizzare Tv e giornali pro domo mea, di abbassare il linguaggio della politica a colpi di selfie e di twitter
Dalle aule delle istituzioni pubbliche – ma anche da quelle di alcune università – vengono labili voci che parlano di scarsezza di mezzi finanziari, di appiattimento culturale, di impreparazione anche solo a capire un testo. Purtroppo non si tratta solo di questo: è l’identità della comunicazione che è finita sotto i tacchi a forza di trasformare tutto in propaganda, di utilizzare Tv e giornali pro domo mea, di abbassare il linguaggio della politica a colpi di selfie e di twitter, annullando ogni valore ad effetti elettorali da raggiungere subito non senza l’umiliazione di chi ha perduto.
La risposta su queste colonne che sperano ancora di non sparire inghiottiti dalla presa di distanza si direbbe proprio culturalmente corretta – secondo la quale le voci che non hanno mezzi devono chiudere, è la legge del mercato! – ha invece la sfrontatezza di non cedere le armi, e proprio in nome dell’informazione e della comunicazione. Quest’ultima prassi è diventata ideologia e, sembra avere conquistato il cuore di tanti, è destinata a cadere perché la domanda di libertà è insopprimibile e l’unica risposta credibile è una testimonianza di responsabilità. Si può concordare con chi ha affermato che “un’informazione che si avvita su se stessa e parla di sé stessa, megafono del nulla ed ignoranza del poco si realtà che resta e che quindi non esiste”.■