Dieci (in realtà undici) anni cruciali, uno spaccato trasversale che ha l’ambizione di unire nel racconto vicende a lungo distinte tra “grandi” e “minute”: la politica e le guerre, certamente, ma anche l’arte, l’economia, la società, l’editoria, il costume, le opere di ingegneria che hanno stravolto il paesaggio, fino alla nascita del mito di Venezia. Con prosa fluida e stile temprato da una bibliografia che supera ormai i diciotto titoli, Alessandro Marzo Magno si muove con disinvoltura e disciplina lungo la tesi stentoreamente esposta in incipit: «Venezia 1499: una grande potenza europea. Venezia 1509: una sopravvissuta». L’autore precisa inoltre che «nei decenni successivi al periodo di cui ci occuperemo in queste pagine, la Serenissima repubblica sarà indotta a sostituire la forza con l’ostentazione, la potenza con la ricchezza, il ferro con l’oro». Nel fatidico 1509 tutte le potenze d’Europa, dall’impero al papato, dalla Francia ai Re cattolici si uniscono per sopprimere l’ambizione dei patrizi che in quegli anni avevano esteso in tutte le direzioni i domini di San Marco. Il colpo è terribile: iniziata quasi per caso - si disse per l’intemperanza del condottiere Bartolomeo d’Alviano - la battaglia di Agnadello (o della Ghiara d’Adda) segna la rotta dell’esercito marchesco. Le città di terraferma aprono le porte agli occupanti transalpini e all’imperatore Massimiliano. La repubblica, secondo Machiavelli, sembrava finita.
Potrebbero apparire vicende lontane, eppure la loro eco giunge al XX secolo. Nel 1919 sull’ingresso del castello di Gorizia viene innalzato il bianco Leone di San Marco chiamato a celebrarne l’italianità. La scultura era stata voluta dal provveditore Pietro Venier per adornare il palazzo civico subito dopo la conquista veneziana nel 1508. Gorizia viene strappata all’impero nello slancio che spinge l’Alviano fino alle Alpi Giulie. Come ricorda Marzo Magno, per celebrare la vittoria il comandante e i suoi ufficiale si trovano «il 12 luglio tutti a pranzo a ca’ Corner: […] si tiene “una festa bellissima” […]. Ben duecento servitori portano in tavola, tra lo stupore e gli applausi dei commensali, sculture di zucchero che riproducono le città conquistate dalle truppe di San Marco: Pordenone, Gorizia, Cormons, Trieste». La curiosità è anche nostra, che vorremmo saperne di più su quelle effimere rappresentazioni (erano forse i castelli e i borghi catturati oppure figure allegoriche?) modellate con «un materiale preziosissimo [proveniente] dall’isola di Cipro, dove i Corner possedevano vasti feudi [in cui] si coltivava proprio la canna da zucchero».
L’esibizione dell’opulenza diventa, argomenta l’autore, il nuovo baluardo della Serenissima, che negli anni successivi si riprende dalle sconfitte, stringe nuove alleanze e firma la pace, recuperando quasi tutti i suoi territori. Non l’eccesso di autostima, che aveva portato a sopravvalutare le proprie forze fino al disegno di inglobare Milano e dominare l’Italia. Ne beneficiano le arti, che pure nei secoli precedenti, ed in particolare nel Quattrocento, hanno reso fulgente la città lagunare. Ma ora la ricchezza diventa «ragion di stato» in quanto «deve servire sia ad abbagliare gli stranieri, sia a riverberarsi sulla politica interna: la prosperità diventa un valore civile, oltre che politico». Nasce il “mito di Venezia”, l’esaltazione della costituzione della Dominante, che unisce le sue diverse componenti sociali in solide «istituzioni che sono riuscite a sopravvivere a un colpo tanto duro, per la “temperanza” della classe dirigente, la “prudenza” del suo governo, l’equità del suo sistema giudiziario». Virtù cristiane, oltre che civiche, che conferiscono alla repubblica una «gloria [che] oltrepassa quella delle pagane Atene e Roma», come riconoscono all’epoca amici e nemici. Marzo Magno, grazie a solida formazione e costante ricerca, si conferma nel ristretto manipolo di scrittori di “cose veneziane” estranei a cieche e spesso anacronistiche rievocazioni della “gloria che fu” e riconosce i limiti di quel modello che scontava «le fazioni e i contrasti all’interno del patriziato […] più profondi di quanto non si volesse far apparire»; dedica ampio spazio ai brogli elettorali (lo stesso termine deriva dal prato o “brolo” che anticamente si trovava a fianco del palazzo ducale); individua le «caratteristiche tali da rendere inevitabili una buona dose di confusione, di inefficienza e di conflitti burocratici», tra cui la brevità dei mandati politici che, tranne quello del doge, duravano pochi mesi. La narrazione, con il suo andamento annualistico, riprende quel Marin Sanudo, fonte inesauribile di notizie e spunti per rimandi e approfondimenti. L’autore riannoda e sviluppa anche vicende già trattate nei precedenti volumi sulla nascita del libro, della finanza, la cucina, la moda, le opere d’arte: Carpaccio, Bellini, Giorgione, Tiziano, Dürer, è la vertigine della rivoluzione del colore in pittura, grazie alla nuova tecnica ad olio; ma anche l’invenzione del “tascabile”, che rende possibile l’“otium” nelle ville che si diffondono a macchia... d’olio nella pianura veneto-friulana (ma anche in Lombardia, Istria, Dalmazia e nel resto di un impero che commercia, e respira, in Oriente).
Undici anni decisivi, quindi, che danno vita ad una «decadenza dorata che durerà ben tre secoli», fino al 1797, ai giacobini e ai sanculotti di Napoleone, che a Campoformido firmerà con il plenipotenziario austriaco (il goriziano Louis Cobenzl) la fine della Serenissima repubblica. Una decadenza paradossale verrebbe da dire: in effetti desiderabile, se ciò significa i trionfi dell’arte, della musica, del carnevale che ben conosciamo, accompagnati da una vitalità nell’intelletto e nelle armi che durerà fino a Settecento ben inoltrato. A posteriori è facile intestare etichette ed individuare dinamiche: ma se si deve distinguere un punto di svolta, quegli anni attorno al 1500 si prestano bene a comprendere dove si trasforma la potenza in splendore.