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HOME > Articoli e notizie:Il conte Marino Pace

Il conte Marino Pace

Un prefetto della Resistenza?

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Foto di gruppo con Pace a Tapogliano, 1944
Foto di gruppo con Pace a Tapogliano, 1944
«La storia è fatta di tante storie. Il racconto delle quali – anche quando diventa necessariamente settoriale ma non parcellizzato – consente di cogliere meglio il senso finale complessivo, perché aggiunge particolari; non solo, illumina situazioni e, soprattutto, offre utili provocazioni per una lettura sempre meno superficiale, e pertanto limitata e limitante, della realtà che ci circonda. Una realtà sempre sofferente e sofferta». È questo l’incipit degli “Appunti per una lettura”, la preziosa nota introduttiva – datata 10 ottobre 2020 e curata dal compianto don Renzo Boscarol – al lavoro di Franco Miccoli, ricercatore e uomo impegnato nelle istituzioni culturali, storiche e sociali del Goriziano, dal titolo Un prefetto della Resistenza? L’operato del conte Marino Pace a Gorizia 1943-1945.
 
Il saggio, pubblicato da IRSREC FVG (Istituto Regionale per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea nel Friuli Venezia Giulia), è dedicato a due tra le figure più rappresentative di quel gruppo di uomini il cui agire illuminato ha inciso fortemen-te nella storia dell’Isontino nel secondo dopoguerra: don Lorenzo Boscarol e Michele Martina, «amici e maestri» – come li definisce Miccoli – «che mi hanno sempre incoraggiato e sostenuto nel cercare percorsi di riconciliazione cercando l’umanità, la verità, la giustizia».
 
Infatti, all’interno della comunità ecclesiale isontina furono tra i fondatori dell’associazione ecclesiale transfrontaliera Concordia et Pax, che da trent’anni si impegna per la costruzione di una memoria storica condivisa.
 
Scrive don Renzo: «Niente può cancellare il tratto di umanità - che è poi il senso del dovere, la nobiltà dei sentimenti e la competenza coraggiosa – che caratterizza esistenze e testimonianze come quella che viene raccontata nelle pagine che seguono. Dietro ad esse - oltre al lavoro impegnativo di ricerca che ha richiesto verifiche, traduzioni, confronti e la pazienza della scrittura – sta appunto la fatica dell'appassionato e del ricercatore che ha ora la soddisfazione di mettere fra le mani dei lettori, si spera altrettanto appassionati e interessati, appunto una storia. La storia di un uomo e di un tempo, di una famiglia e, insieme ad esse, le storie di una comunità – quella del Goriziano- che certamente può raccontare tante altre della stessa intensità e intenzione. A volte perfino di versanti diversi [...]».
 
In famiglia i Pace parlavano tedesco, fuori casa l’italiano, con la gente il friulano e lo sloveno

La storia narrata è quella del Conte Marino Pace, nato a Deutschlandsberg (Stiria) il 28 marzo del 1892 poiché il padre Rodolfo, di un ramo dei Pace originari di Udine e con proprietà nel Goriziano, era all’epoca funzionario ministeriale a Vienna. In seguito, dopo il pensionamento del padre, la famiglia rientrò nella residenza di Tapogliano. Compiuti gli studi al Liceo Classico di Gorizia, il conte Marino partecipò alla Grande Guerra sotto la bandiera imperiale. A guerra conclusa, rientrò a Tapogliano, dove si dedicò alla gestione delle proprietà dei Pace e sposò la contessa Gertrude Barbo von Waxenstein.
 
In famiglia i Pace parlavano tedesco, fuori casa l’italiano, con la gente il friulano e lo sloveno.
 
Nel 1920, durante le lotte agrarie e il biennio rosso, divenne sindaco di Tapogliano e aderì al partito fascista; da quella carica si dimise quando il fascismo la abolì per sostituirla con quella del podestà di nomina governativa. Come egli stesso ebbe a dire durante il processo a suo carico per collaborazionismo, si era iscritto al PNF considerando lo stato in cui versava l’Italia e ritenendo che «[…] fosse atto a far del bene. Quando invece, dopo la marcia su Roma, vidi che si trattava della corsa alla greppia, mi dimisi dal partito e non vi rientrai mai più».
 
Negli anni seguenti si dedicò appassionatamente alla gestione delle sue proprietà, nelle quali avviò la coltura dei pescheti e ricoprì diversi incarichi nel campo dell’agricoltura friulana – fu presidente della Confederazione Agricoltori della Provincia di Udine, per esempio – e si distinse per l’impegno nel processo di trasformazione industriale dell’agricoltura.
 
Fu il 1943 l’anno della svolta, quando il conte Marino Pace accettò l’incarico di prefetto della provincia di Gorizia

Fu il 1943 l’anno della svolta, quando il conte Marino Pace accettò l’incarico di prefetto della provincia di Gorizia, assumendone la funzione il 30 ottobre dello stesso anno. Miccoli ha ricostruito minuziosamente la vicenda del prefetto Pace, avvalendosi di documenti, testimonianze, atti processuali, attingendo a fonti degli archivi italiani e sloveni per aggiungere un prezioso tassello alla complessa vicenda della storia del Goriziano e della Venezia Giulia. La vicenda raccontata ha luci e ombre; non semplifica la comprensione dei drammatici eventi del 1943-45, semmai suggerisce ulteriori ipotesi interpretative nel nome di una verità storica nient’affatto certa ma costantemente perseguita con lo spirito di chi, nella ricerca di essa, è animato da un profondo bisogno di giustizia.
 
Il saggio inizia con un indispensabile quadro storico degli avvenimenti che portarono l’Italia all’armistizio dell’8 settembre con la conseguente uscita dalla guerra e l’occupazione tedesca del territorio. I tedeschi giunsero a Gorizia il 12 settembre: negli stessi giorni si andava definendo il progetto di sottomissione di un territorio strategico come quello del confine orientale che avrebbe preso il nome di Zona d’operazione Litorale Adriatico (Operationszonen Adriatisches Küstenland, OZAK), comprendente le province del Friuli, Gorizia, Trieste, Istria, Fiume, Quarnero e Lubiana. Tale territorio era di fatto sotto l’amministrazione militare e civile tedesca, guidata dal supremo commissario Friedrich Rainer, gauleiter della Carinzia e non della neocostituita Repubblica Sociale Italiana, ridotta a un ruolo marginale.
 
Tuttavia, la scelta fu quella di amministrare il territorio appoggiandosi alle precedenti amministrazioni e cercando funzionari disposti a collaborare con le autorità di occupazione. «Quella di Pace – precisa Miccoli – per i tedeschi era una candidatura ottimale, dal momento che la loro propaganda si industriava a presentare la nuova amministrazione quale ripresa della tradizione asburgica».
 
Scrive a tal riguardo Raoul Pupo (Adriatico amarissimo. Laterza, 2021): «[...] i tedeschi non fanno mistero della loro volontà di presentarsi sul territorio come un’alternativa al potere italiano, la cui esperienza viene apertamente giudicata fallimentare, in quanto incapace di venire a capo delle rivalità nazionali. Il giudizio liquidatorio coinvolge lo stesso fascismo di frontiera, rispetto alle cui velleità di omogeneizzazione l’amministrazione germanica segue la via opposta, presentandosi come disinteressata mediatrice fra italiani e slavi con un’azione condotta su due piani: quello pratico, attraverso una politica di concessioni bilanciate ad entrambe le parti; e quello ideologico, attraverso la riproposizione del mito asburgico, destinato a evocare l’età d’oro del benessere e della convivenza. Particolare attenzione i tedeschi pongono quindi nella scelta dei loro interlocutori, vale a dire dei personaggi da insediare ai vertici delle amministrazioni locali [...]»
 
Prima di accettare l’incarico il conte Pace si consultò con diversi esponenti del CLN goriziano

Prima di accettare l’incarico, a cui autorevoli rappresentanti del mondo civile goriziano e isontino, interpellati in merito, si sottrassero, il conte Pace si consultò con diversi esponenti del CLN goriziano, come dimostrano le tante testimonianze rese in sede processuale. Infine, il rischio che in sua vece venisse nominato il federale di Pola, Tullio Cariolato, come avrebbe voluto Mussolini, lo spinse a sciogliere gli ultimi indugi. Accettò quindi la nomina nella convinzione di poter bene operare a favore della popolazione evitando e contenendo i soprusi e gli eccessi della dominazione tedesca; inoltre, come dichiarò al processo, intendeva cercare di ricostruire la convivenza tra italiani e sloveni che il fascismo aveva gravemente compromesso nonché la fiducia nelle autorità.
 
Nei due anni intensi che seguirono, fino al 30 aprile del 1945, il conte Marino Pace si adoperò senza sosta per realizzare i suoi propositi: epurò la questura goriziana da quegli elementi, invisi alla popolazione, che si erano macchiati di atti di sevizie e maltrattamenti sia a danno dei detenuti politici che di pacifici cittadini, creandosi inevitabilmente dei nemici nel PNF; nel febbraio e nell’aprile del 1944, riuscì a evitare che a Merna (Miren) i tedeschi attuassero rappresaglie in risposta ad aggressioni partigiane. Nel marzo dello stesso anno, quando ci fu la prima chiamata alle armi, riuscì a contenerla drasticamente dando comunicazione ai podestà di facilitare in tutti i modi l’esonero dei giovani.
 
Numerose testimonianze documentano le iniziative del prefetto a favore di molti esponenti della Resistenza, italiani e sloveni

Pace trovava ascolto presso le autorità germaniche, mentre con la Gestapo e le SS i rapporti erano caratterizzati da diffidenza e sospetti. Le numerose testimonianze rese al processo documentano le iniziative del prefetto a favore di molti esponenti della Resistenza, italiani e sloveni; li fece liberare e ottenne che le condanne a morte venissero tramutate in altre pene. Nella realizzazione di ciò, Pace ebbe un valido alleato nella persona di Ottone Schreiber, suo collaboratore, che fu instancabile nel reperire informazioni per evitare arresti, rappresaglie, devastazioni, condanne.
 
Particolarmente importante fu l’azione del prefetto riguardo alla questione dell’approvvigionamento del Goriziano nei primi mesi del 1944

Particolarmente importante fu l’azione del prefetto riguardo alla questione dell’approvvigionamento del Goriziano nei primi mesi del 1944. I tedeschi controllavano i comuni più grandi, ma il resto del territorio era controllato dai partigiani. Questi ultimi requisivano le derrate destinate ai comuni, mentre i tedeschi avevano incominciato a trasferire in Germania approvvigionamenti alimentari e manufatti. Ciò, unitamente ad altri fattori, quali le difficoltà legate alle vie di comunicazione, rendeva drammatico il rifornimento alimentare specie nella zona del Vipacco e del Tarnovano.
 
Per far fronte a tale situazione e allo scopo di ottenerne l’autorizzazione, il prefetto informò le autorità germaniche dell’intenzione di avviare trattative con i partigiani sia per togliere il blocco da entrambe le parti che per realizzare una tregua per il Vipacco. Iniziò così una lunga e complessa trattativa che vide coinvolti esponenti delle organizzazioni partigiane slovene, i tedeschi occupanti, il prefetto e alcuni personaggi goriziani tra i quali il viceprefetto Pirro Locatelli Hagenauer di Cormons e il maggiore dell’esercito italiano Leonardo Muzzolini.
 
Vi furono due incontri nel giugno del 1944, nel corso dei quali il prefetto propose un piano di accordo molto dettagliato in merito al rifornimento alimentare e alla possibilità di istituire una tregua tra i partigiani e le autorità civili tedesche. Le resistenze da parte del movimento di liberazione sloveno erano molte: per quanto la necessità fosse cogente, avviare trattative con il nemico sarebbe stato sicuramente compromettente; per questa ragione gli esponenti del movimento dichiararono che la loro presenza agli incontri aveva uno scopo puramente informativo. Nonostante fosse stato ribadito, da parte dei rappresentanti dell’OF, che era necessario attendere l’approvazione degli organi superiori (IX Korpus), i tedeschi proclamarono ugualmente e unilateralmente la tregua per il 5 luglio: gli effetti di essa furono temporanei e limitati.
 
Come e perché ciò sia avvenuto apre il campo a svariate ipotesi: fuga di notizie, provocazione tedesca o, secondo la ricostruzione di Paul Duscha, dirigente della Gestapo di Lubiana, intervento dei servizi informativi inglesi con i quali Pace avrebbe avuto contatti e che temevano la prevalenza dei partigiani nel Litorale, al punto che la tregua sarebbe stata giudicata positivamente in vista di un rafforzamento tedesco?
 
Dopo le vicende del luglio del 1944 altri fatti drammatici attendevano il conte Marino Pace: nel mese di settembre, per iniziativa dell’OZNA ripresero i rapporti tra il prefetto Pace e la Resistenza slovena, con l’obiettivo apparente di riavviare le trattative dell’estate; probabilmente tale iniziativa celava l’intento di cancellare ogni traccia di quella, a loro avviso, disonorevole e ingarbugliata trattativa.
 
Il prefetto, il viceprefetto Locatelli e il maggiore Muzzolini furono vittime di un’imboscata poiché considerati complici dell’occupatore ai danni del popolo sloveno

Il prefetto, il viceprefetto Locatelli e il maggiore Muzzolini furono vittime di un’imboscata poiché considerati complici dell’occupatore ai danni del popolo sloveno. Pace, imprigionato assieme ai suoi compagni, riuscì a fuggire il 10 ottobre; Locatelli, ammalato, riuscirà miracolosamente a salvarsi mentre il maggiore Muzzolini verrà fucilato.
 
Dopo la liberazione, Pace dovette subire un lungo interrogatorio da parte dei tedeschi – che, sospettosi da tempo, si erano ormai convinti della sua collaborazione con la Resistenza – e fu liberato solo grazie all’intervento di Rainer. La situazione si era fatta molto critica, tanto che Pace decise di allontanarsi con la famiglia per qualche mese; rientrò a Gorizia a fine dicembre riprendendo le sue funzioni di prefetto fino alla fine della guerra.
 
Il 14 settembre il quotidiano del CLN della provincia di Udine “Libertà” titolò: «Un processo singolare, piena assoluzione di Marino Pace ex prefetto di Gorizia

Il conte Marino Pace fu arrestato il 30 giugno del 1945 con l’accusa di collaborazionismo. Durante il processo tante e tali, come accennato in precedenza, furono le testimonianze a favore dell’operato del conte, tra le quali spiccano quelle dell’arcivescovo di Gorizia, monsignor Margotti, e di quello di Udine, monsignor Nogara, nonché quelle di esponenti del CLN goriziano e di membri della Resistenza slovena, tanto che lo stesso PM Achard invitò l’imputato a uscire dalla gabbia affermando: «Qui tra noi è il vostro posto» e la successiva requisitoria ebbe il sapore di un plauso all’operato del conte Pace. Il 14 settembre il quotidiano del CLN della provincia di Udine Libertà titolò: «Un processo singolare, piena assoluzione di Marino Pace ex prefetto di Gorizia».
 
Scrive ancora don Boscarol: «In definitiva, avendo a cuore la lettura e la comprensione degli avvenimenti, ricerche come la presente si preoccupano di ricordare e di purificarne la memoria, mettendo da parte ogni tentazione retorica a senso unico, ma soprattutto facendo la fatica di analizzare i fatti, di metterli a confronto e di allargare le visioni. [...]Infine, alla purificazione della memoria, si accompagna anche la lealtà di un giudizio etico che è sulle moralità singole ma sulla portata morale che gli avvenimenti impongono: messa da parte ogni velleità (anche della presunzione dell’obiettività), si prepara ad accogliere con spirito di pacificazione e riconciliazione anche ulteriori studi e ricerche. La storia non è mai finita […]».◼
 

NOTE BIOGRAFICHE

Franco Miccoli
, goriziano, il padre carabiniere deportato in Jugoslavia nel maggio 1945, è impegnato da lungo tempo in ricerche storiche sulla controversa storia goriziana e in particolare nell’associazione ecclesiale transfrontaliera Concordia et Pax che da decenni promuove un percorso di reciproca conoscenza, pacificazione e ricomposizione della memoria per il superamento delle lacerazioni e divisioni ideologiche ereditate dai nazionalismi, dal fascismo e dal comunismo. Una riconciliazione basata sulla purificazione della memoria, nel reciproco riconoscimento, rispondendo alle attese di verità e giustizia per tutte le vittime.
 
Collabora con studiosi e autorità italiane e slovene per la ricerca e il recupero delle salme degli scomparsi nel Goriziano nel maggio 1945 e per poter dare loro una civile sepoltura. Nel 2002 ha collaborato con l’Onor Caduti al recupero di 52 salme ad Aidussina in Slovenia. Ha recentemente ripubblicato la sua precedente ricerca Carabinieri a Gorizia, memorie degli anni bui, 1942-1945.◼
 
Pace con la figlia Tusnelda



Dichiarazioni di Anversa, Beviglia e Komjanc a favore di Pace

 
data di pubblicazione: 30-04-2022
autore: Barbara Macor | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.85 | tema: RECENSIONI
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armistizio dell’8 settembre CLN Friedrich Rainer Grande Guerra marcia su Roma Marino Pace partito fascista Raoul Pupo Resistenza Tapogliano
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