Qualche tempo fa, scendendo a valle dopo un’escursione alle sorgenti dell’Isonzo, mi fermai nel paese di Serpenizza (
Srpenica), incuriosito dai lavori in corso per la nuova cuspide del campanile. Proprio mentre mi accingevo a scattare qualche foto mi fermò un anziano signore, che – vista la targa della mia automobile – iniziò a parlare in un italiano se non fluente, molto buono. Mi raccontò che dalla sua casa, posta di fronte alla chiesa, aveva potuto seguire tutte le fasi dei lavori, eseguiti con grande maestria e, se potevo attenderlo qualche istante, mi avrebbe fatto vedere alcune vecchie fotografie.
Dopo qualche minuto, lo vidi riapparire in piazza con in mano un grosso album nel quale vi erano conservate un cospicuo numero di immagini del paese: tra queste mi segnalò con particolare orgoglio la foto della sua Cresima, a Gorizia, celebrata dall’arcivescovo Carlo Margotti.
L’emozione con cui parlò di Gorizia era molto forte, non solo perché quella fu la sua prima – e forse ultima – visita in città, ma perché le riconosceva quel
ruolo di guida su un vasto territorio, anche dal punto di vista ecclesiastico, che per secoli aveva esercitato su quelle vallate. L’emozione non fu altrettanto forte sentendo nominare la lontana Capodistria (
Koper), punto di riferimento dal secondo dopoguerra.
I rapporti tra le due parti della storica arcidiocesi sopravvivono infatti negli archivi, che testimoniano una storia comune secolare
I rapporti tra le due parti della storica arcidiocesi sopravvivono infatti negli archivi, che testimoniano una storia comune, nelle lapidi presenti in tante chiese che ricordano magari la consacrazione ad opera di qualche arcivescovo goriziano, o… nei ricordi di qualche anziano signore.
Il ricordo di questo viaggio mi è riaffiorato spontaneo pensando all’
annuale pellegrinaggio delle due diocesi a Monte Santo, evento voluto e organizzato con convinzione da alcuni decenni per essere un momento di comunione tra le nostre genti, che le vicissitudini della storia hanno voluto separare.
Pura utopia?
In realtà bisogna affermare che
il legame delle nostre genti con il santuario mariano è stato da sempre molto vivo; basti osservare le tante immagini votive che ritraggono l’immagine della Madonna di Monte Santo nei nostri paesi. Il profilo del santuario svetta inoltre su tantissime piazze e contrade goriziane: dal Corso a Piazza Grande, dove merita osservarlo posizionandosi nei pressi della statua di sant’Ignazio. Anche dalla pianura sono tantissimi i balconi che guardano proprio al Monte Santo.
Un legame sancito per così dire in modo ufficiale nella solenne incoronazione della Madonna avvenuta nel cuore della sua città il 6 giugno del 1717. In tale occasione sul palazzo Della Torre (l’odierna prefettura) venne posta un’effigie in pietra della Madonna, che oggi si può ammirare su un edificio di via Cavour a Mariano del Friuli.
Quest’anno ricorrono anche i 150 anni dallo storico e grandioso pellegrinaggio, organizzato dal Circolo Cattolico del Goriziano, di oltre 40.000 fedeli da Gorizia a Monte Santo svoltosi il 2 settembre 1872, che resterà memorabile per partecipazione e imponenza. Così scrivevano le cronache dell’epoca, commentando il riuscito evento: «Ogni lingua lodava in suo modo il Signore e alle preghiere della Chiesa in idioma latino si confondevano i canti sloveni e le sacre lodi in lingua italiana; era un cuor solo che parlava in differente espressione; eravamo tutti fratelli stretti ad un solo patto, la preghiera per il Padre comune».
La storia di questo luogo, distrutto e riedificato più volte,
si inserisce a pieno titolo nelle vicende tristi e liete del Goriziano, segnate nell’ultimo secolo da un confine che nel 1947 ha diviso e separato il suo territorio. Così
la strada dei fedeli italiani e friulani si è bruscamente interrotta e il legame con il santuario lentamente si è affievolito sino a perdersi.
Don Luigi Tavano, intervenendo alla prima Festa dei Campanari del Goriziano, svoltasi a Monte Santo il 1.o settembre 2007 così si esprimeva: «Alla domanda che sento talvolta: “Ma di chi è Monte Santo?” rispondo: “È del Goriziano come ambito territoriale e storico, dove vive la Chiesa cattolica. Una cattolicità che ha saputo accogliere anche i particolari umani, come lingua e nazione. Persino nei suoi aspetti più problematici: qui venivano i combattenti italiani della I Guerra Mondiale, ma anche i partigiani del Tricorno – Triglau portarono qui un ex-voto durante la lotta di liberazione nazionale. Monte Santo è dei Goriziani: pellegrini dalla pianura e dalle vallate. Nemico di questo essere di tutti coloro che si riconoscono nel Goriziano non è stata la nazionalità diversa. Ma semmai i confini imposti da due guerre. Siamo qui perciò a riscoprire questo nostro appartenere a una “patria” comune: come suggerisce il termine, il luogo dei nostri “padri” che qui hanno convissuto per secoli».
Alla luce di tutto ciò
tornare a Monte Santo è oggi un imperativo! Due anni di pandemia e di confini nuovamente sbarrati hanno contribuito a frapporre una nuova, ennesima barriera tra le nostre genti e il santuario che sovrasta la città di Gorizia. Il pellegrinaggio interdiocesano da due anni è stato interrotto. Urge ripartire e rimotivare la salita al Monte Santo: occasione che quest’anno avrebbe diverse motivazioni.
Per chi è credente nella preghiera a Maria in un momento di particolare sofferenza per il mondo, in comunione anche con i nostri padri che 150 anni fa salirono con 40 mila pellegrini giunti da tutto il Goriziano. Per chi non è credente ma si riconosce in alcuni valori come la pace e la convivenza, Monte Santo rappresenta un luogo simbolo di tante lacerazioni e di tante ripartenze.
Il tutto con lo sfondo di Gorizia capitale europea della cultura che dovrebbe riattivare in questo senso energie e relazioni. È giunto il tempo che il santuario del Goriziano torni a respirare a due polmoni, alle nostre generazioni il compito e l’invito.
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