Se dovessimo descrivere lo
stato di salute dei mari probabilmente la parola più adatta sarebbe “
allarmante”. Si parla di un’emergenza vera e propria perché, nonostante le direttive per la loro protezione, che esistono sia a livello locale che internazionale, l’inquinamento degli ecosistemi marini è in crescita.
Tantissimi inquinanti, sia solidi che liquidi,
vengono riversati in enormi quantitativi nei mari senza sosta. Le materie tossiche che possono essere immesse direttamente in ambiente ad opera dell'uomo sono tante, tra cui sostanze contenenti cloro – per esempio i PCBs, bifenili policlorurati, ampiamente utilizzati in passato nei trasformatori e nei condensatori elettrici – detersivi, idrocarburi come petrolio, greggio e benzine, e inquinanti metallici, solo per citarne alcune. Tra le principali fonti di inquinamento troviamo gli scarichi industriali, le fuoriuscite di materiale da siti inquinanti e da discariche.
Le analisi svolte dai ricercatori indicano che l’abbondanza di plastica proprio nel nostro mare sta aumentando invece di diminuire
Nonostante il mare sia un serbatoio nel quale confluiscono varie sostanze tossiche dalle molteplici e disparate fonti, negli ultimi anni si è sentito parlare in particolare di un inquinante solido:
la plastica. Dai risultati di campionamenti condotti con reti da traino nel 2011 e nel 2013,
la plastica rappresenta quasi il 97% di tutti i detriti galleggianti nel Mar Mediterraneo. Questo materiale è considerato un inquinante emergente, ed è stato ampiamente utilizzato dall'inizio della produzione di massa nella seconda metà del XX secolo. La produzione mondiale di plastica nel 2012 è stata di 288 milioni di tonnellate, con un aumento del 620% rispetto al 1975, diventando una preoccupazione ambientale crescente in tutti gli ecosistemi. Il boom di produzione di questo materiale è avvenuto grazie alle sue caratteristiche: solidità, resistenza ad urti e alla corrosione, l'inattaccabilità da parte di muffe, funghi e batteri. Tutto ciò ha favorito l'affermarsi di prodotti monouso, instaurando
un sistema di produzione e di consumo non sostenibile. Economicità, leggerezza – data la bassa densità specifica – facilità di lavorazione e d'utilizzo completano il quadro. Queste proprietà – le stesse che lo hanno reso uno dei prodotti industriali più famosi – sono anche quelle che, considerando il materiale come un inquinante, lo rendono così temibile: basti pensare che
possono servire anche 450 anni per la degradazione di una bottiglietta di plastica. La pericolosità non è data solo dalla persistenza per moltissimo tempo nell’ambiente ma anche dai quantitativi con cui questo inquinante è presente: secondo stime del WWF,
ogni minuto finisce in mare l’equivalente di un camion di rifiuti di plastica e, annualmente, vengono raggiunte le 20 milioni di tonnellate. Di queste, circa 50 mila solo nel Mar Mediterraneo: questi dati, secondo le analisi svolte dai ricercatori, indicano che l’abbondanza di plastica proprio nel nostro mare sta aumentando invece di diminuire.
E per quanto riguarda il mare più vicino a noi:
l’Adriatico? Anche qui la situazione non è rosea, ed è aggravata dal fatto che il fiume più lungo d’Italia, il Po, sfoci proprio qui, portando con sé inquinanti di tutti i tipi, tra i quali anche le microplastiche. Secondo alcuni dati raccolti tra il 2015 e il 2017 da ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e ARPA (Agenzia regionale per la protezione ambientale),
l’Adriatico presenta il maggior numero di rifiuti nelle spiagge.
Come detto in precedenza, una delle caratteristiche principali della plastica è la sua leggerezza. Questa peculiarità potrebbe far pensare che la plastica immessa in mare rimanga in superficie. Va detto che questo fenomeno avviene solo per l'1% del totale. Cosa succede, dunque, al restante 99%? In mare la plastica può essere deteriorata fino a formare frammenti più piccoli, può interagire con gli abitanti del mare ed essere ingerita, può rimanere impigliata in scogli e coralli, oppure può affondare. Secondo il report di Greenpeace
Un Mediterraneo pieno di plastica, la plastica è la componente dominante dei rifiuti marini in questo mare.
Crescente preoccupazione dal mondo scientifico riguarda
i frammenti di plastica: sono piccoli, difficili da studiare e localizzare e del loro effetto sugli ecosistemi e sugli organismi si sa ancora relativamente poco. Solo nell’ultimo decennio, infatti, si sono fatte ricerche ed esperimenti per capirne la distribuzione e che cosa succede quando un organismo ne ingerisce delle quantità. Sono anche presenti nello stomaco dei pesci che mangiamo, come in sgombri, acciughe ma anche in molluschi filtratori come le cozze, secondo una ricerca dell’Università Politecnica delle Marche, assieme a Greenpeace e all’Istituto per lo studio degli impatti antropici in ambiente marino del CNR.
Data la situazione critica dei mari in tutto il mondo, l’UNESCO ha proposto un’iniziativa di ricerca e di innovazione tecnologica per la comunità scientifica, i governi, il settore privato e la società civile. È nato dunque il “Decennio delle Scienze del Mare per lo Sviluppo Sostenibile” 2021-2030, nel quale sono stati stabiliti sette risultati concreti per la salute del mare. Il mare deve essere «pulito, sano, predicibile, sicuro, sostenibile, trasparente e ispirazione». Sul sito
www.decennniodelmare.it si può anche firmare il manifesto per contribuire alla realizzazione degli obiettivi. Perché ognuno di noi può fare la propria parte, anche se piccola, cercando di dare il proprio contributo per quello che è il “nostro mare”, ovvero il Mediterraneo. E come tutte le cose “nostre” dovremmo prendercene cura. Credo che a casa propria nessuno si metta a gettare a terra sostanze pericolose, fare danni oppure a estirpare via tutta l’erba dal giardino: della nostra casa ce ne occupiamo, seguendone la manutenzione e tenendola pulita. Così dovrebbe essere anche con il “nostro” mare.
Dovremmo imparare a salvaguardare la sua bellezza e i suoi abitanti, perché è da loro che dipende anche il nostro benessere.
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La ricercatrice Verdiana Vellani
Microparticelle di plastica da un campione raccolto nell'Alto Adriatico all'esame del microscopio