In tutti i manuali di strategia militare, una parte fondamentale delle tecniche è riservata al ruolo della propaganda. Il conflitto in Ucraina sta mostrando, sotto diverse forme, come anch’esso sia pervaso dalla manipolazione dell’informazione da un lato e dall’altro. Già nel recente passato,
la Russia di Vladimir Putin è stata al centro dell’attenzione internazionale per il ruolo giocato a diversi piani in questo senso, tanto da essere stata accusata di aver influito nelle scelte elettorali in Europa e Stati Uniti, dalla Brexit a Trump.
La decisione del governo russo di bloccare le notizie su quanto sta accadendo nell’ex repubblica sovietica è il simbolo della forza propagandistica putiniana
A livello interno, invece,
la scure di Mosca sulla propria informazione è tema che ha radici ben più profonde. La decisione del governo nazionale di bloccare le notizie su quanto sta accadendo nell’ex repubblica sovietica, quindi, è il simbolo della forza propagandistica putiniana che trova seguito nella popolazione stessa. «Molti giornali o hanno smesso di lavorare o sono stati bloccati», spiega
Lorenzo Crippa, laureato in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia nel 2019 e attualmente iscritto al master in Sicurezza internazionale a Sciences Po.
Con l’università parigina avrebbe dovuto andare in Russia l’anno prossimo, per completare gli studi all’Istituto statale di Mosca per le relazioni internazionali (MGIMO). Qui avrebbe scritto una tesi in russo per il percorso scelto, centrato proprio sulla politica del gigante euro-asiatico, ma
dopo l’invasione del 24 febbraio ha deciso di ritirarsi dal programma. Continua a osservare quanto sta accadendo nello spazio post-sovietico, essendo ormai esperto anche di come il Cremlino si occupi della narrazione. «C’è un
monopolio informativo dello Stato, anche se le voci di dissenso cercano di sfruttare gli spazi ancora disponibili».
Il riferimento è a
Marina Ovsyannikova, la giornalista della principale tv che è andata in diretta con un cartello contro la guerra, ma anche a
Vyacheslav Tikhonov, che non ha avuto lo stesso eco in Europa. Si tratta di un corrispondente di una televisione moscovita che, parlando del traffico in città, poiché molti automobilisti stanno attaccando carta igienica a forma di Z sui finestrini delle proprie auto, «invitava a non farlo perché riduce la visibilità e aumenta la possibilità che grossi oggetti colpiscano le macchine, riferendosi a possibili lanci sui finestrini. Dopo questo episodio, è stato licenziato».
I media locali che riportano le notizie sui caduti tra i soldati provenienti da quella loro regione o provincia rompono lo schema della propaganda, che invece vorrebbe evitare di dare aggiornamenti sui morti
Dall’altra parte, ci sono i
media locali «che riportano le notizie sui caduti tra i soldati provenienti da quella loro regione o provincia. In questo modo,
rompono lo schema della propaganda, che invece vorrebbe evitare di dare aggiornamenti sui morti. Molto spesso sono gli stessi governatori locali a confermare per primi i decessi dei militari. La propaganda sta avendo non poche difficoltà a nascondere la verità».
In questo scenario ci sono media storici come
Novaja Gazeta, in prima fila già quando c’era la guerra in Cecenia per raccontare quanto stava accadendo, inimicandosi il Cremlino. «Subito dopo l’inizio della guerra, il direttore Dmitry Muratov ha pubblicato un video denunciando quanto stesse accadendo e dicendo che solo un movimento anti-guerra poteva salvare la vita su questo pianeta. Hanno trattato la questione in modo oggettivo fino a quando è stato possibile, ma dopo la legge sulle
fake news hanno pubblicato un numero sia in russo che in ucraino. A differenza di altri canali, continua a lavorare rispettando la legge e cerca di sfruttare i margini ancora disponibili. In uno dei suoi ultimi numeri, ha lasciato la sezione Esteri vuota, spiegando che non potevano scrivere nulla sull’Ucraina».
A fronte di ciò,
i sondaggi pubblicati da Radio Svaboda indicano che tre quarti della popolazione sostiene la guerra, soprattutto tra gli over 35. «Molti di loro dicono che seguono gli aggiornamenti dalla televisione. Molto probabilmente questi numeri sono più alti che nella realtà, anche se è indubbio una gran parte della popolazione è a favore dell’intervento. Bisogna comunque inserire questi numeri nel contesto russo, ricordando che quando c’è stata l’annessione della Crimea, nel 2014 oltre l’80% della popolazione era a sostegno di Putin. Sono numeri spaventosamente alti, anche se oggi non sembra ci sia quello stesso consenso».
Il dissenso è concentrato nelle grandi città, con diverse celebrità che hanno preso posizione, ma non c'è ancora una vera minaccia per Putin
La stessa emittente radiofonica ha mostrato come tanti russi si sentano «insicuri sotto l’aspetto finanziario». Il dissenso, comunque, è concentrato nelle grandi città, con diverse celebrità che hanno preso posizione «ma a mio avviso
non c’è ancora una vera minaccia per Putin da questo punto di vista». Guardando invece a quanto accadde in Cecenia, «quella volta ci fu una copertura mediatica molto negativa da gran parte dei media russi e molti ritengono che proprio ciò abbia contribuito al fallimento della prima campagna. Mentre nella seconda, la pressione mediatica è stata molto più forte, impedendo ai giornalisti di andare
in loco».
«Anche nel 2014, i media indipendenti russi hanno fatto un buon lavoro nel sbugiardare molte
fake news della propaganda di Stato, come quella che parlava di un bambino crocifisso. Oggi, invece, è impossibile fare giornalismo,
L’Eco di Mosca ha chiuso dopo 30 anni ed era un simbolo di una parte di Russia liberale. È un qualcosa di mai visto prima nel Paese dopo l’Unione sovietica». Per quanto riguarda la situazione degli ucraini nella Federazione, «ci sono notizie di alcune persone che vengono controllate dalle autorità, per sapere con chi comunicano ed è plausibile anche che sia lo stesso per russi con parenti in Ucraina».
Molte famiglie miste, peraltro, sono spaccate, perché la componente russa preferisce credere alla propaganda del Cremlino anziché ai loro parenti
Molte famiglie miste, peraltro, «sono spaccate, perché la componente russa preferisce credere alla propaganda del Cremlino anziché ai loro parenti. Ci sono diversi report a riguardo e, secondo un sondaggio recente del Rating Group,
il 98% degli ucraini ora ritiene la Russia un Paese nemico. Sarà una spaccatura che rimarrà a lungo». Per quanto riguarda
Kaliningrad, ossia l’
oblast staccato e inserito tra Polonia e Lituania, qui «c’è il numero più alto di persone contro cui sono state aperte cause amministrative per aver "screditato l’esercito russo", anche dicendo semplicemente "no" alla guerra».
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