Per chi abita o lavora a Gorizia è evidente come la città abbia imboccato da tempo la strada di un
lento declino. Un’analisi superficiale po-trebbe identificare nella crisi economica che ha colpito il nostro paese e il mondo intero dai primi anni del 2000 l’inizio e la causa di questo declino mentre in realtà tale crisi – la più profonda dal dopoguerra – ha ulteriormente inciso su un tessuto economico che era già di per sé piuttosto indebolito.
Una lettura più paziente e attenta dei dati a disposizione individua invece
negli anni Ottanta il punto di svolta: fino a tali anni Gorizia e la sua provincia presentavano degli indicatori economici di tutto rilievo, assolutamente soddisfacenti, per cui molto spesso si trovava nelle prime posizioni o talvolta al primo posto di un confronto regionale di tali indicatori, mi riferisco al PIL, al valore aggiunto pro capite, ai consumi finali, ai depositi bancari, ecc. A partire però dalla fine degli anni Ottanta questi stessi indicatori iniziano a peggiorare e pongono Gorizia stabilmente, o quasi, negli ultimi posti, se non all’ultimo, della graduatoria regionale.
Volendone ricercare le cause, penso che si possa sinteticamente affermare che, per una serie di accadimenti geopolitici, negli anni considerati sia venuta meno la struttura portante dell’economia goriziana così come era stata costruita nel dopoguerra. Il governo italiano, infatti, per indennizzare la città dalle amputazioni territoriali subite, aveva introdotto sul nostro territorio
una politica economica di forte assistenza espressa attraverso il noto e consistente mix normativo di agevolazioni, incentivi e interventi –
in primis la cosiddetta “zona franca” – che aveva sì permesso l’insediamento di imprese, anche di grandi dimensioni – si pensi alle imprese espressione delle partecipazioni statali –, ma non aveva creato un vero e proprio allargamento della base produttiva. Molti imprenditori, che si erano insediati nel nostro territorio attratti dalle agevolazioni, se ne andarono non appena queste furono revocate a seguito dell’entrata nell’Unione Economica Europea. D’altronde anche
gli imprenditori locali non erano certamente stimolati a migliorare l’efficienza operativa della propria impresa, essendo abituati da anni a poter contare su agevolazioni che consentivano di adagiarsi su livelli minimi di attività assistita, non responsabilizzata.
In conseguenza di ciò e della caduta del confine con la Slovenia, il tessuto produttivo si impoverì sempre di più in termini dimensionali, accentuando una caratteristica di Gorizia che la vedeva da tempo agli ultimi posti in Italia per densità imprenditoriale.
Gorizia, in pratica,
non riuscì all’epoca a trovare una sua nuova identità – Città turistica? Città universitaria? Città accogliente verso pensionati e benestanti, in una sorta di riedizione della Nizza Austriaca? –
né pertanto f
u inserita in un efficace circuito economico e di rapporti, soprattutto internazionali, realizzando nuovi modelli di sviluppo in grado di avviare, nello scenario della piena adesione e integrazione della Slovenia nell’Unione Economica, la
riconversione socioeconomica dell’intero sistema confinario italo-sloveno, valorizzandone le peculiarità economiche, sociali e ambientali.
La recente grave crisi economica, cui ho fatto cenno in precedenza, ha aggravato ulteriormente questa situazione, per cui Gorizia, al termine di tale crisi e fino ai giorni nostri, si è trovata in una situazione deficitaria sotto diversi punti di vista, che saranno elencati sinteticamente. Tutti i dati riguardano un confronto con la situazione ante crisi economica (2008).
Nel periodo considerato, il numero di imprese insediate nel comune di Gorizia si riduce complessivamente di più del 10%: il dato di per sé non è eclatante ma ciò che rileva riguarda la distribuzione delle imprese all’interno del suo insieme. Tale analisi evidenzia la
consistente diminuzione delle imprese che svolgono attività manifatturiere (-30% circa), un dato, questo, particolarmente negativo per l’importanza che l’attività manifatturiera ha nell’ambito economico, poichè produce ricchezza non solo direttamente, ma anche indirettamente, generando cioè una domanda di beni e servizi che tipicamente sono soddisfatti da parte delle imprese artigiane. Un altro dato negativo riguarda l’
elevata concentrazione del settore dell’edilizia all’interno dell’attività manifatturiera. L’edilizia è un settore fortemente correlato con l’andamento del ciclo economico, per cui ha contribuito a deprimere gli assetti economici degli ultimi vent’anni a causa dell’andamento negativo dell’economia. Il
settore dei trasporti, che era stato uno dei settori portanti dell’economia goriziana del dopoguerra, si riduce anch’esso del 30% in termini di unità. Il
settore commerciale, che costituisce la spina dorsale delle attività economiche cittadine rappresentando (nel 2008) poco più di un terzo del totale, flette di più del 20%. Per contro c’è una
forte crescita delle imprese esercenti attività di ristorazione, in particolare di bar,
e di imprese che esercitano attività di assistenza sanitaria e sociale: si tratta probabilmente di imprenditori e imprenditrici che hanno intercettato le nuove esigenze legate al welfare e all’invecchiamento della popolazione.
Il quadro che scaturisce da questa analisi esprime un impoverimento del tessuto imprenditoriale goriziano, che risulta molto parcellizzato, costituito per lo più da imprese di piccole dimensioni, a carattere familiare e non particolarmente idonee a offrire nuove occasioni di lavoro, poco propense all’innovazione a causa della ristretta dimensione
Il quadro che scaturisce da questa analisi esprime un
impoverimento del tessuto imprenditoriale goriziano, che risulta molto parcellizzato, costituito per lo più da imprese di piccole dimensioni, a carattere familiare e non particolarmente idonee a offrire nuove occasioni di lavoro, poco propense all’innovazione a causa della ristretta dimensione.
L’impoverimento dell’attività imprenditoriale è confermato anche da altri dati. Analizzando la
dichiarazione dei redditi degli ultimi cinque anni degli abitanti di Gorizia si noterà una
riduzione del 30% circa di percettori di reddito derivante da impresa e del 20% di autonomi, il che conferma il progressivo impoverimento dell’economia di Gorizia a causa di una minor presenza di attività imprenditoriali e di lavoro autonomo, che si riflette negativamente anche nel campo del lavoro dipendente. La minore quantità di reddito percepito complessivamente evidenziata dalle varie categorie incide poi sui consumi e quindi sulla
domanda di beni e servizi offerti dai vari operatori economici del territorio, creando, pertanto, un circolo vizioso che influenza gli assetti economici complessivi.
Un dato negativo riguarda anche la qualità degli imprenditori che escono dalla crisi e giungono ai giorni nostri, nel senso che
la classe imprenditoriale goriziana è sempre più anziana: valutando il numero di imprenditori per classi di età rispetto all’inizio della crisi si noterà una riduzione del 30% degli imprenditori nella classe di età 18-29 anni e di quasi il 40% nelle classi di età fra i 30 e 49 anni. Si tratta di classi di età particolarmente importanti, poiché sono quelle in cui normalmente si esprime la maggior capacità in termini di dinamismo e innovazione.
La forte flessione nell’arco di un decennio non può che essere attribuita, almeno in buona parte, a una perdita di attrattività della città in termini di opportunità lavorative, che ha indotto molti giovani a ricercare altrove le stesse cambiando conseguentemente la residenza
C’è un dato di natura demografica che racchiude in sé tutte le conseguenze di quanto riportato. Al di là dell’
inverno demografico, che si riscontra nella nazione e nella nostra regione a causa della continua diminuzione della popolazione per il processo di denatalizzazione che non è compensato da un sufficiente flusso immigratorio, Gorizia si caratterizza per una
perdita di oltre il 20% dei giovani nella fascia di età fra 20 e 34 anni negli ultimi dieci anni. Questo fenomeno si riscontra anche per altri ambiti territoriali ma non con l’ampiezza sperimentata da Gorizia: si tratta di giovani che stanno entrando o entreranno nel mercato del lavoro ed è quindi a questa fascia di età che corrisponderà, attualmente o prospetticamente, la maggiore propensione al consumo di beni mobili e immobili e la conseguente domanda di beni e servizi sul territorio. Si tratta quindi di quella parte della popolazione cui è affidata, in misura sostanziosa, la futura crescita dell’economia cittadina. Si tenga inoltre presente che sempre in questa fascia di età va individuata la futura classe dirigente e imprenditoriale della città. La forte flessione nell’arco di un decennio non può che essere attribuita, almeno in buona parte, a una
perdita di attrattività della città in termini di
opportunità lavorative, che ha indotto molti giovani a ricercare altrove le stesse cambiando conseguentemente la residenza. Si tratta però di un fenomeno che va assolutamente eliminato poiché mina le potenzialità di crescita dell’economia del territorio, che sono fortemente correlate con la popolazione in età lavorativa. La teoria economica insegna, infatti, che condizioni favorevoli in termini di opportunità di lavoro determinano un accrescimento della popolazione, che è attratta dall’ambito territoriale che manifesta tali caratteristiche. Questa, lavorando, genera ricchezza che è destinata ai consumi, che a sua volta crea altre attività produttive e commerciali e nuove occasioni di lavoro, mettendo in moto le leve del circolo virtuoso dell’economia, favorendo un innalzamento del benessere e della qualità della vita nel territorio.
Ma se quella descritta è la situazione in cui si trova Gorizia, cosa fare per realizzare una ripresa?
Premesso che nessuno ha la bacchetta magica e che non esiste – a mio avviso – una soluzione univoca, per una
ripresa della nostra città bisognerà agire attraverso un’azione che riguardi diversi ambiti. La buona notizia è che Gorizia si trova di fronte a delle
opportunità storiche, quali il
PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e, soprattutto,
Nova Gorica-Gorizia 2025: un’occasione, quest’ultima, davvero imperdibile, pena un declino definitivo. Oltre allo
sviluppo del turismo, incentrato sul patrimonio culturale, storico e paesaggistico della nostra città e dei suoi dintorni, che troverà ulteriore giovamento dai flussi turistici attratti da Gorizia 2025, ritengo che esistano almeno quattro altri ambiti che meritano quantomeno un approfondimento nella direzione auspicata.
Il primo investe anche un aspetto di strategia territoriale. Nel gennaio del 2021 la Camera di Commercio della Venezia Giulia ha pubblicato un
report con i risultati di uno studio commissionato allo Studio Ambrosetti di Milano – uno dei principali
think thank a livello nazionale ed europeo –, studio che individua una serie di direttrici di sviluppo dell’area giuliana. È chiaro che il documento sottende un elemento fondamentale e cioè che
Gorizia deve entrare in partnership con Trieste e ricercare con l’area giuliana tutte le sinergie che ne esaltino le peculiarità. Chiunque, pertanto, assumerà la guida del Comune nei prossimi mesi dovrà confrontarsi con questa visione strategica, per confermarla piuttosto che, al contrario, indirizzare energie e risorse verso altri ambiti territoriali (per esempio quello transfrontaliero o della Bassa friulana). Al di là di questi aspetti, nell’individuare alcune direttrici di sviluppo lo studio ritiene che Gorizia possa diventare un
polo di eccellenza per lo shopping di alto livello e nella cittadella universitaria potrebbe essere insediato un centro di competenza e formazione sul
retail del futuro. La proposta è parte essenziale di una più generale
politica di rivitalizzazione del commercio goriziano - si pensi alle attuali polemiche sulla modalità di ristrutturazione del
mercato coperto – che, per la sua storica importanza nell’economia cittadina e per la vasta esperienza che ne deriva, è senz’altro un settore su cui puntare in termini di rivitalizzazione economica della città.
Un altro aspetto di particolare rilevanza riguarda la
logistica, settore che sta assumendo una importanza sempre maggiore nelle decisioni dei
policy maker – basti pensare alle ingenti risorse che il PNRR nazionale riserva alla logistica e alle infrastrutture – e lo diventerà sempre di più nell’ottica della sostenibilità. Gorizia si trova nell’ambito di un territorio che possiede un
unicum sotto il profilo della logistica, vale a dire un
sistema intermodale dei trasporti che vede i suoi poli nell’autoporto di Gorizia, il porto di Monfalcone, il Polo Intermodale di Ronchi dei Legionari e l’interporto di Cervignano: il sistema esiste da decenni ma non si è mai sviluppato come rete perché ciascuno dei poli ha continuato a operare autonomamente in base alle proprie strategie, senza dialogare e collaborare con i vicini in un’ottica sinergica. Una delle opportunità che si dischiudono per Gorizia riguarda il
consistente sviluppo che il porto di Trieste sta avendo negli ultimi anni, la cui ulteriore crescita, a detta della sapiente guida dell’Autorità Portuale,
Zeno D’Agostino, è strettamente collegata alla
disponibilità di un retroporto efficiente, cioè di un territorio alle spalle del porto in grado di offrire una serie di servizi per cui la merce sbarcata possa essere inviata alla destinazione su un mezzo di trasporto idoneo nel minor tempo e costo possibile. L’
autoporto di Gorizia, per la sua geolocalizzazione, le dimensioni, le infrastrutture esistenti e quelle insediabili, può costituire un elemento importante di
una piattaforma logistica integrata del Centro Europa che abbia come perno il porto di Trieste. L’innesco dell’autoporto di Gorizia in tale sistema sarebbe foriero di un suo sviluppo che avrebbe delle positive ricadute anche sotto il profilo occupazionale.
Un altro gioiello, che tutti ci invidiano ma che ancora non è riuscito – è proprio il caso di dirlo – a decollare, è l’
aeroporto di Gorizia. Supposto che gli ostacoli di natura normativa e regolamentare che attualmente rendono difficile lo svolgimento delle attività siano superabili, bisognerà individuare la strategia più idonea da adottare, che potrebbe essere quella di farne
un sito a valenza turistica sfruttando la prospettiva dei prossimi anni, poichè il prevedibile grande afflusso di visitatori in questa zona potrebbe trovare in parte nel nostro aeroporto un punto di attrattiva o incontro.
Una soluzione certamente più ambiziosa, più difficile da realizzare ma anche creatrice di maggior valore aggiunto, sarebbe invece quella di integrarne l’attività attraverso l’
insediamento di alcune piccole e medie imprese che operino nel campo aeronautico e di start up dedite alla ricerca applicata all’industria nel campo aeronautico o, ancora meglio, aerospaziale, settori questi che vedranno affluire nei prossimi anni ingenti quantità di risorse in termini di investimenti, che vanno assolutamente intercettate. Questa strategia permetterebbe quindi di mantenere
in loco i talenti locali – la provincia di Gorizia è ottava in Italia per tasso di emigrazione all’estero, che, in buona parte, è costituita dalla cosiddetta “fuga di cervelli” – e di attrarne da altre regioni, con evidenti ricadute economiche e sociali. Si tratterebbe di riprendere una buona prassi operativa che, fino al 2007, aveva visto insediato un incubatore di imprese, il Business Innovation Center nei locali della SDAG, che potrebbe offrire un adeguato supporto e accompagnare le
start up menzionate nel proprio sviluppo aziendale.
Un ultimo aspetto riguarda la
fiscalità. Pur riconoscendo che la creazione di una zona franca determina normalmente delle inefficienze nel lungo periodo, la particolare situazione del territorio goriziano in termini di desertificazione imprenditoriale rende necessario pensare a una leva fiscale, almeno temporanea, quale una
Zona Economica Speciale Transfrontaliera, che la forte attenzione politica ed economica focalizzata su questa zona in vista di Nova Gorica-Gorizia 2025 potrebbe rendere effettivamente realizzabile. Si perseguirebbe l’obiettivo di favorire nuovi investimenti e insediamenti produttivi e
mitigare, per quanto possibile,
il divario di fiscalità esistente fra le imprese italiane e slovene che indubbiamente distorce la concorrenza.
Il rilancio della città è possibile, quindi, grazie a una serie di politiche che ne sostengano lo sviluppo economico creando nuove opportunità lavorative. Ma tale sviluppo potrà essere innescato solo in presenza di una classe di amministratori e politici che sappia identificare correttamente gli obiettivi da raggiungere e le azioni da realizzare per perseguirli, e che su tali azioni riversi tutte le proprie attenzioni, energie e un adeguato presidio.
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Il mercato coperto di Gorizia - © Daniele Tibaldi
Foto di Daniele Tibaldi