Mi è capitato di entrare nel mondo di Lorenzo Boscarol, e di don Renzo, per diverse strade. Nei suoi pezzi giornalistici, negli articoli, nei saggi, negli editoriali che raccontano, interpretano, cercano di offrire il contributo per cambiare questa società – così ondivaga e complessa – e dai quali salta fuori il prete, l’uomo e il ragazzo che era.
Così, responsabilità, spirito di giustizia, impegno, carità, polemica, carattere irruento e trattenuto, libero, mi erano noti abbastanza. Quello che me lo ha rivelato, non per la sua scattante, sintetica, ricca, profonda capacità di scrivere, che sgorga chiara quando mette mano alla parola, ma per la sua storia personale e sociale, sono stati due saggi o racconti: La casa dei Rodareti (2012) e La casa dei Presoti (2014), sue componenti paterna e materna. Trattano la famiglia, la comunità allargata: la casa, che dipinge con parole di affetto, commozione, le parole sono frutto della mente, i colori che le rendono poesia, con tavolozza ampia, sono quelle dell’anima. Come in un soggetto da film che risale lo scorrere del tempo.
Le due eredità storiche, Bisiacaria e Friuli veneto, si fondono nella umanità che è unica; varia solo in un sistema – semplice e complesso – che è la vita. A Vermegliano, la casa è andata in vendita dopo 130 anni dall'intavolazione ai Boscarol, ma già la prima guerra aveva fatto ricominciare con la prima ricostruzione. Parte il ricordo per i sacrifici dell’acqua, in una terra carsica, per risparmiare sul fieno, portando le mucche a magri pascoli. La cantastorie è la zia Albina. Ma le storie sono fatte di guerra che annienta le cose e gli uomini (come il bisnonno, dopo Caporetto), e di progressi, come quello di non essere più coloni e poi il disperdersi delle persone verso nuovi lavori. In mezzo, tanti “San Martin”, col cambiare padrone. Come un cronista, Lorenzo guarda alla fiducia nella provvidenza dei parenti; al sopraelevarsi delle costruzioni che voleva dire progresso.
Più ampia e complessa è la storia dell’altro ramo, i Presoti (con i Bernardi accanto), che migrano dal Friuli occidentale, con altre famiglie, intorno alla metà degli anni Trenta del secolo passato, verso una grande azienda agricola nelle terre basse della Bisiacaria, come numeri, nelle proprietà di un “signore” veneto (le Case rosse). Nonna Pasqua e Lorenzo Presot si spostano con dodici figli vivi (e due morti, “protagonisti” anche loro). È una famiglia che si aggrappava alla speranza di un futuro, fidando nella Provvidenza e nelle proprie braccia. L’ arrivo nelle terre dell’Isonzo è come un calcio nello stomaco: sistemazione in locali di fortuna e persino in una chiesa, rassicurati solo dalla caritatevole solidarietà di chi, da quelle strettoie, c’era già passato.
Comincia l’epopea, a tu per tu con la terra, il tempo, un lavoro massacrante mediato dagli animali, che, nonostante fossero cibo e occasione di progresso, diventavano amici degli adulti, e ancora di più dei bambini, che con loro vivevano, in affettuosa comunanza. Le vicende, la vita, il comportamento della nonna Pasqua sono il leitmotiv di questa comunità agricola da friulana fattasi bisiaca. Il dipanarsi delle vicende dei membri di famiglia, la durezza della vita, con padroni insensibili e fattori peggio ancora, l’economia di sussistenza che consentiva un non ricchissimo autoconsumo, il crescere, sganciandosi da un padronato.
Nonna Pasqua giganteggia in questo fiume di vita: trae linfa dall’amore di Dio, per farlo diventare, nella sua fiducia, amore per l’umanità. C’è tanta storia che appare piccola, ma che è stilla di sangue per la grande storia. Squarci di cielo e di campagna, sono quasi un nostalgico e poetico accompagnamento musicale alla narrazione. Chi non ha vissuto l’epoca, la vede come un film dell’impossibile, con la conquista della luce elettrica, della motorizzazione: invece è verità, conquista, col lavoro sfiancante, il risparmiare, e la lotta per la libertà dalla schiavitù durante il fascismo, con la scelta obbligata della lotta contro l’oppressore interno ed esterno, un tempo alleati, e contro il padronato che galleggia o cammina anfibio in questo mondo.
Tutto questo sembrerebbe una parte, magari piccola, della vita di don Renzo Boscarol invece, per me, è il culmine di un’esistenza iniziata a Vermegliano nutrita, già dalle elementari della Azione Cattolica proposta dall’entusiasmo del suo insegnante don Luciano Vidoz, poi arricchita dalla filiale amicizia con il professor Arnolfo De Vittor, dallindagine e dallo studio delle opere di Camillo Medeot, con un viaggio all’indietro fino ai popolari e la proposta della riforma agraria e dell’impegno politico diretto.
Il nido, si diceva, è proprio a Ronchi, con un'altra figura di base della sua formazione: don Mario Virgulin. Come un artigiano sta a bottega per imparare il mestiere, don Renzo lo impara con lui, perché aderisce in pieno a una visione di Chiesa che anticipa il concilio, una visione di società, innervata ancora dalla azione sociale (e ci troviamo le Acli e il sindacato) e dall’azione politica. Ed ecco l’impegno a migliorare la società con, alla base, la fede. Tutto questo, con il sostegno della stampa, mezzo per sostenere e diffondere le idee – don Renzo, pure da diacono, portava il settimanale diocesano e la Famiglia Cristiana nelle case. Anche lo spirito di un mondo più vasto delle angustie localistiche don Renzo respirò proprio qui, con i gemellaggi in direzione della cultura tedesca e slovena. Verranno poi, ma saranno conseguenti a questa visione ampia già acquisita, lo spirito conciliare con i vescovi Andrea Pangrazio e Pietro Cocolin, l’impeto missionario, il gettarsi nell’impresa del settimanale diocesano con un altro uomo europeo come il poeta Celso Macor.
Bisiaco fin nelle midolla, don Renzo allarga i suoi orizzonti ed è rapito dall’ideale di una gorizianità che si vuol riprendere la funzione di centro, di crogiuolo di culture guardando oltre confini che sembravano inamovibili
Bisiaco fin nelle midolla, don Renzo allarga i suoi orizzonti ed è rapito dall’ideale di una gorizianità che si vuol riprendere la funzione di centro, di crogiuolo di culture guardando oltre confini che sembravano inamovibili. Nel mondo contadino don Renzo visse e lo capì, mentre i cattolici popolari dell’ultimo Ottocento e del primo Novecento capirono quello e non compresero il mondo operaio. Lui, invece, lo capì fin da ragazzo, ammirato dal vivere dello zio Luigi, che pure conservando una silenziosa fede, si impegnò in altra direzione politica, per contribuire alla conquista di quel tanto di libertà che appariva effettiva, e che oggi è di nuovo messa in discussione da gruppi di potere. Qui certamente nacque, pur nella diversità di vedute, il suo impegno nella pastorale del lavoro. Con il suo carattere ultimativo, in una recente riunione in cui, a Monfalcone si parlava di caporalato, don Renzo fece capire alle persone che tenendo certi comportamenti era del tutto inutile andare in chiesa.
Altri vedranno e analizzeranno aspetti diversi nella vita sociale di don Renzo, ma a me pare di leggere nei suoi scritti su Iniziativa Isontina delle scelte che marcano il suo camminare nel corso della storia e della cronaca, sempre all’interno di un’ampia visione dell’essere Chiesa, entro la quale si è sempre mosso. Del resto, questa sua ampia visione, scandita da momenti storici determinanti è sostanziata anche dai suoi libri sui sacerdoti. Il suo ultimo lavoro è stata la riedizione del libro di Camillo Medeot Storie di preti isontini internati nel 1915.
Don Renzo Boscarol è stato un grande comunicatore, perché era un grande uomo capace di spendere tutto se stesso per amore della Chiesa. Si potrebbe definire un elemento catalizzatore della cultura nel Goriziano perché voleva e sapeva far emergere le forze per convogliarle, le forze più autentiche per costruire una umanità autentica.
L’ultima volta che ho parlato con lui è stata in tipografia mentre si dava gli ultimi tocchi all’apparato editoriale del volume Storie di preti isontini: era preoccupato per una madre di tre figli che non aveva mezzi di sostentamento. Non era un atteggiamento solo di pietà ma di viva partecipazione come quella che metteva nelle sue opere di viva carità quotidiana e nascosta: ricorderemo don Renzo fratello dei poveri su questa terra e, ora, fra i primi nel regno di Dio.◼