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HOME > Articoli e notizie:Duc in altum!

Duc in altum!

Prendete il largo!

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«La sintesi è tutta in quelle parole che lo zio Antonio – e con lui gli altri come lo zio Sante, amico e compare di matrimonio del primo – proclamava quando conclusi i lavori di preparazione e di semina, dichiarava: “Abbiamo fatto come meglio si poteva. Adesso siamo nelle mani di Altri”. Un sicuro riferimento alla Provvidenza in nome di una fede che è quella dei poveri e, soprattutto, di chi non aveva certo illusioni di onnipotenza. Una fede autentica, fatta di concretezza e fiducia […]».
 
Don Renzo concludeva così il suo volume Casa dei Rodareti, un’opera minuta che racconta le vicissitudini non solo di un’abitazione ma di un’intera comunità. «Abbiamo fatto come meglio si poteva», un intento chiaro, diretto, univoco. Fare il massimo – fare, sia chiaro, sempre e comunque – ma sapere che alla fine ci sarà sempre una Speranza più grande a sostenere il cammino e guidare l’anima, la mente, il cuore e, soprattutto, per i giornalisti, la penna. Così è stato per don Renzo, in più di mezzo secolo di onorato servizio. Da un lato comunitario, sacerdotale, dall’altro giornalistico: entrambi votati alla comunità, al prossimo, e, in un certo senso, quasi al martirio.
 
A oltre un anno dalla scomparsa di una figura che è stata un guida per molti e un perno per un’intera società, uno dei progetti che egli aveva mantenuto a lungo e con la passione che lo contraddistingueva riesce a restare vivo e ad avere nuova linfa e nuova energia.
 
Per questa prosecuzione sarebbero da ringraziare numerose persone, ma le prime sono i lettori, ai quali va l’affettuoso pensiero per la fiducia riposta in una redazione che si è rinnovata in parte e, altrettanto, ha mantenuto elementi e collaboratori “storici”, in grado di dare una visione più coerente anche in base a quanto già portato avanti proprio da don Renzo. Nei suoi editoriali, nei suoi articoli di società, cultura, politica, storia e territorio, nelle sue omelie traspariva l’amore per un Territorio che non sempre, per non dire quasi mai, ne ha saputo apprezzare le doti sacerdotali, giornalistiche e umane. Solo a morte avvenuta, forse, qualcuno ha potuto ricredersi.
 
Chi scrive, coadiuvato da Salvatore Ferrara, sente il peso di una responsabilità non da poco

Sicuramente chi scrive, coadiuvato da Salvatore Ferrara, giornalista nato proprio sotto le ali di don Renzo, sente il peso di una responsabilità non da poco: un’eredità che non solo avremmo voluto, nel caso, prendere ben più avanti – potendo ascoltare ancora per «lunghi giorni», come recita il salmo 22, i suggerimenti e i commenti di Renzo – ma che pesa per la gravitas che si porta inevitabilmente dietro. Succedere a don Renzo vuol dire mettere in gioco se stessi e tutte le convinzioni sulla professione giornalistica raccolte fin ora. Raccolgo carta e penna, l’agenda, mitica, nella quale il Giornalista annotava pensieri e riflessioni, frasi, persone, luoghi, memorie, e provo a tentare. E mi sento come quei musicisti che hanno tentato, avvicinandosi ma mai raggiungendone in livello, di seguire il genio di Bach nella composizione contrappuntistica.
 
Don Renzo mi avrebbe già detto: «ben, stringi!», sorridendo. Così faccio perché uno dei detti che mi sono stati ripetuti con più frequenza è sempre stato, in un friulano popolare, «predicijs curtis, luianis lungijs», «prediche corte, luganighe lunghe». Il numero – l’85 – che andiamo a presentare, può ben stare a testa alta all’interno degli altri che lo hanno preceduto, per qualità e per contenuti giornalistici.
 
Ci impegniamo in un progetto che, speriamo, possa raccogliere i pareri positivi dei nostri lettori ma, se anche vi fossero critiche, siamo aperti al dialogo. D’altronde, è proprio su questo solco che desideriamo camminare, anzi navigare, certi di essere «nelle mani di Altri», ora. Nel concludere questo primo editoriale, cui spero potremo dar seguito in altri numeri, mi sovviene l’incitamento di Gesù sul lago di Genesarét. «Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”». Nulla di più concreto, ma solo l’invito che mi risuona nella mente e nel cuore ogni volta che qualche difficoltà mi attraversa il cammino: «Duc in altum!», «prendete il largo!”.
 
Buona lettura e buon cammino.◼
data di pubblicazione: 30-04-2022
autore: Ivan Bianchi | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.85 | tema: PERSONALITÀ
tag redazionali
Casa dei Rodareti editoriale fede Ivan Bianchi Lorenzo Boscarol Salvatore Ferrara
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