Parlare di Cultura a Gorizia è difficile farlo al singolare, perché la Cultura a Gorizia è, per antonomasia,
una cultura plurale: non può caratterizzarsi per essere esclusiva, ma assolutamente inclusiva. La sua collocazione geografica, all’apparenza in un angolo del Nord-Est italiano, è pura storia recente, se pensiamo alle millenarie vicende della città.Un storia recente, quella del Novecento, che se da un lato offre oggi dei buoni motivi per una
candidatura risultata vincente, dall’altra rappresenta un fardello e una pietra difficile da smuovere per quanto riguarda
la sua vocazione internazionale e il suo essere città mitteleuropea fino al midollo.
Di chi è Gorizia? Se prendiamo in mano la fortunata collana edita negli anni scorsi dall’
Istituto di Storia Sociale e Religiosa è facile trovare la
cultura friulana nel Goriziano, la
cultura tedesca, la
cultura veneta, la
cultura ebraica. Ogni realtà non è fine a se stessa, ma costituisce quell’amalgama indescrivibile che è Gorizia, in cui nessuna di queste identità può essere isolata e messa a modello o al centro delle altre.
Scrive
Sergio Tavano, in
Gorizia: Friuli e non Friuli in
Cultura friulana nel Goriziano, che «in quanto perennemente e ansiosamente protesi a definirsi o a proclamarsi partecipi di una cultura o d’un’altra, i goriziani, più insicuri e problematici degli altri giuliani, possono dirsi tra gli ultimi o tra gli ultimi figli e portatori della
kultur, secondo l’accezione mitteleuropea». Più precisamente, «i goriziani possono dirsi nella storia e nella vita proprio in quanto sono inappagati dalle definizioni che cercano o accolgono, specie se sono univoche e apparentemente o transitoriamente tranquillizzanti. La molteplicità della loro vita e della loro storia e l’inafferrabile sfaccettatura della loro composizione sono immagini che, trascendendo la loro particolare e tanto scomoda condizione, sfiorano e simboleggiano più che un’esperienza marginale e rasentano la posizione o la condizione tortuosa e tormentata dell’uomo e dell’intellettuale europeo e anzitutto centroeuropeo di questo secolo».
Ogni realtà non è fine a se stessa, ma costituisce quell’amalgama indescrivibile che è Gorizia, in cui nessuna di queste identità può essere isolata e messa a modello o al centro delle altre
Questo è lampante proprio quando si assiste a delle rivendicazioni – che altro non sono che tali – di italianità o di friulanità della città, che non possono mai essere accettate in quanto chiedono un’esclusività che Gorizia – proprio per la sua storia, cultura, architettura – non può dare. Lo stesso dicasi per il suo territorio, se pensiamo alle stesse denominazioni di “Friuli austriaco” o “Friuli orientale” con una connotazione evidentemente Udinecentrica o “Venezia Giulia” di tutt’altro stampo. Più sfumata appare la definizione “Litorale”, in uso prima della Grande Guerra, più precisa e corretta l’etimologia “Goriziano”, già in uso nell’Ottocento, che riesce a contenere al suo interno «forme di cultura sostanzialmente radicate, costituzionalmente essenziali e partecipi tutte d’un’identità che diciamo appunto goriziana».
Chiaro che
non si tratta di un gioco di nomi, ma di comprendere appieno quel crogiuolo di componenti che fanno parte della Cultura a Gorizia e che rappresentano una delle motivazioni che rendono unica questa nostra città, all’incrocio dei ceppi latino, germanico e slavo. Nell’ottica del 2025, ormai quasi alle porte, diventa d’obbligo chiedersi
cosa può offrire Gorizia assieme a Nova Gorica e a tutto il territorio a chi verrà a cercare qui dei significati e dei contenuti. Forse sta qui il punto di partenza, perché il significato di questa candidatura non può che essere il risultato di decenni di lavoro da parte di enti, istituzioni, associazioni illuminate che a partire dagli anni Sessanta hanno portato quello spirito di Gorizia ad essere fondamento e fattore di unità, di incontri a partire da un confine chiuso che è diventato il più aperto d’Europa.
Lo ha scritto anche recentemente Claudio Magris in
Gorizia cuore d’Europa, dal
Corriere della Sera del 30 giugno 2022: «
Forse non ci sarebbe oggi questa capitale culturale senza quegli Incontri Mitteleuropei nati e fioriti nella città negli anni Sessanta […] quegli incontri, ripetuti con fervore per molti anni, hanno contribuito a creare una nuova e molteplice cultura centroeuropea […]
incontri tra slovacchi, cechi, ungheresi, tedeschi, austriaci, sloveni, italiani e di tanti altri Paesi alcuni dei quali pochi anni dopo sarebbero divenuti famosi nel mondo e che da parte loro avevano occasione di incontrare a Gorizia quella letteratura di frontiera che proprio in quegli anni veniva scoperta come una grande ricchezza».
Saper raccontare la nostra Storia, senza parzialità o piccinerie, sarebbe in questo senso già un grande risultato. Anche perché Gorizia ha bisogno di essere raccontata, e scoperta passo dopo passo.
Nel frattempo, Go! 2025 si avvicina. La città dovrebbe essere tutta un pullulare di tavoli e di ambiti di confronto nei vari campi che costituiscono ciò che noi intendiamo come cultura, tali da sfociare in una bella progettualità capace di arrivare pronta con tutte le sue gemme in vista dell’atteso anno. E in questo non la città da sola, ma assieme a Nova Gorica e unitamente a tutto il suo territorio. Un compito non semplice perché un lavoro fatto sul territorio implica
una progettualità non salottiera, ma fatta di relazioni, di contatti prolungati, di esperienze condivise. In questo percorso sarebbe d’obbligo il coinvolgimento di tutte quelle realtà che da anni fanno cultura sul territorio, magari con strenui bilanci a lacrime e sangue, ma che custodiscono un patrimonio di conoscenze e di opportunità. Continuare ad attendere che arrivi qualcosa dall’alto non è dignitoso.
Nel frattempo,
è amaro constatare lo stato in cui versano le nostre più grandi istituzioni culturali, che sono
le biblioteche: un totale e sconfortante affanno, direzioni inesistenti, personale tutto in pensione, nessun innesto di forze giovani: un’immagine pessima a cui non sembra esserci soluzione. Enti con un potenziale straordinario giacciono quasi esanimi, sfiniti da tagli ed assenze di qualsiasi minimo interesse. Non vi sono responsabilità solo locali, anzi, ma l’immagine che si offre non è delle migliori.
Pensiamo al territorio: al nostro fiume
Isonzo, invidiato per i suoi colori che non hanno paragone. Com’è il suo stato? Come sono le sponde che attraversano la nostra città e provincia? A chi vuole godere del nostro fiume cosa offriamo? Viene valorizzato come accade nella parte slovena? Pensiamo ai nostri edifici più rappresentativi: sono adeguatamente valorizzati? La
chiesa di Sant’Ignazio che è un simbolo per Gorizia ha delle risorse per i numerosi turisti che la visitano? C’è una progettualità in questo senso? Si potrebbe continuare ma ci fermiamo qui.
Cosa fare?
Farci trovare pronti. Che ogni realtà sappia tirare fuori da sé il meglio per poter comunicare la bellezza della cultura nel Goriziano. Un dovere, una responsabilità, un compito che ci attende. Tutti!
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Particolare della chiesa di Sant'Ignazio - Foto Daniele Tibaldi