Che cosa può reggere il confronto con la morte di una persona cara? Cos’è che non vacilla mai o ci permette di rimanere saldi quando una persona che amiamo decide, per motivi a noi ignoti, di suicidarsi? Qual è il significato del nostro esistere? Che posto occupiamo nell’universo? Ha senso vivere quando sembra non ci siano motivi per continuare a farlo?
Sono queste le domande – tanto difficili quanto universali! – che infestavano l’animo del ventitreenne Scipio Slataper quando, nel 1911, cominciò a lavorare alla stesura de Il mio Carso. Pubblicato per La Voce nel 1912, il romanzo si presenta al lettore come un’autobiografia spirituale dai toni spesso lirici che, nel raccontarci gli anni della giovinezza inizialmente spensierata dello scrittore triestino, finisce per accompagnarci nel lento e doloroso cammino di un ragazzo che, dopo la morte della sua amata, è ormai diventato un uomo.
La morte di Gioietta (pseudonimo di Anna Pulitzer e a cui Il mio Carso è dedicato), infatti, segnò tragicamente la fanciullezza di Scipio, che ne risultò profondamente colpito sia a livello fisico che mentale. A dettare un così grande impatto nella vita dello scrittore forse fu il fatto non trascurabile che Gioietta non morì di morte naturale – diciamo quindi in maniera più “tollerabile”, se mai la morte può esserlo – ma morì suicida.
Davanti a un fatto talmente duro e schietto, tutte le sicurezze razionali e abituali di Scipio cominciano a vacillare e il futuro poeta-scrittore si ritrova così nudo di fronte alla vita e solo davanti alla morte.
In un avvicendarsi che ricorda molto da vicino l’esperienza interiore dell’Iperione (1797) di Friedrich Hölderlin, anche Slataper nel suo dolore inconsolabile finisce per cercare la serenità nella natura, più precisamente nel Carso triestino: «Fu allora», scrive Slataper, «che scopersi per la prima volta il mio carso» (p.31).
Geograficamente vicino ma spiritualmente lontano da Trieste, isolandosi per lunghi periodi sul Carso, il poeta qui percepisce ogni cosa come fraterna e la sua solitudine è condivisa con la solitudine delle rocce carsiche
Geograficamente vicino ma spiritualmente lontano da Trieste, isolandosi per lunghi periodi sul Carso, il poeta qui percepisce ogni cosa come fraterna e la sua solitudine è condivisa con la solitudine delle rocce carsiche, che quasi divengono una sola cosa con lui: «Il monte Kâl è una pietraia. Ma io sto bene su lui. […] le mie mani s’incavano contro i suoi spigoli che vogliono congiungersi con le mie ossa. Io sono come te freddo e nudo, fratello. Sono solo e infecondo» (p.38).
In un’unione romantica con la natura che lo circonda, senza sapere come, Slataper inizialmente rinasce e si sente investito di una nuova missione nei confronti di Trieste e dei suoi abitanti. Egli ora dev’essere il poeta forte e pieno di vita che deve scuotere dal torpore e dalla mediocrità la gente che vive nella città, «che cammina su e giù per le rive senza andare in nessun posto» (p.45). Questo “uomo nuovo” non può permettersi di essere pietoso e dolce perché vi sono «troppe mammelle di latte nel mondo, e la forza vitale è debole e accasciata, e gli uomini si lagnano d'essere vivi» (p.42). Ed è il Carso che possiede la capacità, secondo l’autore, di infondergli la sua forza vitale e di sgrezzare il suo essere malinconico, debole e… cittadino: «Io voglio rifarmi forte e duro. L’aria del carso ha già sfregato via dal mio viso il color di camera. […] Io amo il corpo robusto, capace di patire, di resistere, di lavorare. I deboli mi fanno schifo, come creature dipendenti dalla pioggia e dal bel tempo. Salute è condizione di libertà» (p.106).
Esattamente in queste righe non sembra fuori luogo notare dei rimandi all’«uomo nuovo» di cui ci parla Nietzsche nella Gaia scienza, l’uomo cioè che ha bisogno di «una salute più vigorosa, più scaltrita, più gaia di quanto non sia stata fino a oggi ogni salute» (in La gaia scienza, Adelphi, Milano 1977, p.262).
A differenza del filosofo tedesco, però, l’entusiasmo iniziale di Slataper non ebbe la vivacità e lo spessore di istituirsi come proclama filosofico-profetico: c’era ancora del dolore da percorrere. Il dolore per la tragica perdita dell’amata Gioietta, infatti, tormentarono cronicamente Scipio fino a farlo cadere in depressione e a portarlo a considerare anche per sé l’ipotesi del suicidio: «L’anima mi s’era ormai coagulata per il gocciare della vita inacidita, rabbiosa, negatrice, e mi corrose in rughe la faccia, incassandosi una tana nelle occhiaie. Non vedevo più le cose, […] andavo per la strada già scavata, disgustoso a me stesso, desiderando che qualcuno mi bastonasse a morte. Una volta anche mi proposi d’uccidermi, ma davanti allo specchio non potei ammazzare l’essere maligno e ironico che mi guardava» (pp.70-71).
Slataper ha bisogno di isolarsi di nuovo, proprio come aveva fatto in passato: «Avevo bisogno di sassi e di sterilità. E mi ricordai del carso, e dentro ebbi un piccolo grido di gioia come chi ha ritrovato la patria» (p.84). Ritiratosi dalla città nella natura come un eremita, Scipio si interroga inquieto e senza sosta sul senso della vita.
In questo suo stato di depressione e sconforto radicali, il mondo e ogni attività umana gli paiono insignificanti e privi di senso. «Perché lavorare? Perché darsi da fare? Perché continuare a vivere se non c’è una legge che regola il bene e il male? Perché tutto questo dolore? Perché osare qualunque opera se Dio stesso se ne sta seduto in silenzio sul suo trono?» si chiede Slataper.
Ogni attività compiuta dagli uomini, infatti, sembra essere nient’altro che un escamotage per lenire un dolore originario, un tentativo di ubriacarsi per sostenere l’insopportabile peso di un universo senza senso, anche se ognuno trova il suo modo particolare di farlo, chi nel lavoro, chi nell’amore, chi nell’amicizia, chi nella fede: «Lavorare è cercar invano un ristoro per la cosa perduta. Ognuno si cerca, ipocritamente, selvaggiamente, sul corpo della donna, nella mano dell’amico, nella fede, in Dio. Ognuno, vanamente. Io solo, quassù, solo, sono sincero» (p.105).
L’universo poi sembra essere senza senso e privo una legge che lo regoli – continua a osservare amaramente Slataper –, e questo lo si evince anche dal fatto che i buoni e i cattivi nascono e muoiono indistintamente, in maniera casuale: «Dio, perché i buoni, perché anche i buoni? Ma è dunque necessario alla vita che i suoi scompaiono perché essa possa continuare? Così debole è la vita. Indifferente, senza legge. Muore anche il buono perché anche il cattivo nasca. Nessuna legge. Non un buono per un cattivo: sarebbe legge. Buono o cattivo, buono e cattivo: — ma queste son distinzioni nostre! Nell’universo non c’è legge» (p.107).
Eppure, queste penose considerazioni non segnano la parola fine alla vita: c’è dell’altro e Slataper se ne accorge!
C’è, infatti, nella realtà e nelle persone una qualità irriducibile che sembra andare oltre a qualsiasi attività e logica umana, un "mistero" che, per quanto si lavori e ci si impegni a soffocare, continua ad esistere in noi, anche dopo che moriamo: «C’è sempre dentro di voi il mistero come un piccolo grumo che non si scioglie. Lo portate con voi in tutte le vostre faccende, ed esso sta quieto e buono per darvi l’unghiata all’improvviso. Mangiate il vostro pane e bevete il vostro vino; crescete e moltiplicatevi; perché del pane che mangiate e del vino che bevete si nutre il vostro mistero, ed è l’unica verità certa che i vostri figlioli daranno ai loro figlioli. Incallite le vostre mani e il vostro spirito penetri oltre i tessuti più stretti e sia così limpido da farsi specchio a sé stesso. Torturatevi ogni membro del vostro corpo con tutti gli istrumenti di lavoro, e anche, se volete, buttatevi su un letto comodo e affaticate il vostro spirito. Il mistero non lo estenuate» (p.90).
Secondo Slataper le nostre piccole parole non possono spiegare la realtà ultima delle cose
È vero, secondo Slataper le nostre piccole parole non possono spiegare la realtà ultima delle cose; è bastato un atto incomprensibile e semplice come il suicidio di Gioietta e tutte le verità che egli aveva racimolato stando chino sui libri sono state disperse (p.116). Ma è proprio questo il punto: la realtà è più grande delle nostre razionalizzazioni, è un mistero! La vita è più ampia dei nostri schemi, dei nostri lavori e dei nostri sistemi di riferimento comodamente programmati a tavolino o fossilizzati in un testo.
«Tu non sai niente», riprende incisivo Slataper, «non sai perché l’erba cresce e il mondo esista. Non sai se il mondo esiste o no. Non sai cosa tu sei. Può essere che l’universo sia nato da una maledizione. Il tuo dannato lavoro sarà, forse, eternamente vano» (p.116).
E cosa dire delle grandi opere dell’umanità, i tesori di Dante e Michelangelo, ogni nostro punto di riferimento: non valgono proprio niente in questo sconfinato universo? È la nostra fragile esistenza una scenetta inconcludente recitata in un universo insensibile? Potrebbe essere, risponde lo scrittore, «ma tu uomo, tu che vivi e obbedisci alla tua coscienza, sapendo che non migliori niente, sei un eroe. Sei il tutto di fronte al niente. Dio tu sei» (p.107).
Più consapevolmente del nichilista attivo, il rivitalizzato Slataper sa che, dopo aver riconosciuto nell’uomo un «essere solo, nudo e inerte davanti a un mistero che gli sarà impenetrabile per sempre» (p.116) altro non rimane all’individuo che lavorare, vivere e amare la vita, dando così un senso a qualcosa che potrebbe non averne affatto, poiché se è vero che è necessario morire, «solo questo è indispensabile: essere» (p.105). Si tratta dunque, secondo Scipio, di ricominciare ogni giorno tutto quanto da zero «perché tu e non il mondo o il caso, sei a te stesso l’alfa e l’omega» (lettera del 28 gennaio 1914).
Sembra di leggere conclusioni che esattamente trent’anni dopo riproporrà anche Albert Camus nei confronti dell’assurdità del vivere nel suo Il mito di Sisifo (1942) o, come fa notare Benedetta Panieri, considerazioni che ritroviamo anche nel messaggio lasciatoci da Michelstaedter: «ognuno è il primo e l’ultimo, devo creare io il mondo come io lo voglio, che prima di me non esiste». Si potrebbe dire che Slataper, frequentando e isolandosi sul Carso, sia diventato come i suoi timi selvaggi «che spremono la vita dal sasso»; sul brullo e arido altopiano, infatti, vi è «pietrame e morte. Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera» (p.100). Quasi come fosse diventato una cosa sola con esso, la vita di Scipio è finita per assomigliare a tutto ciò che vive e brulica sul Carso «dove ogni filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare e ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi» (p.121).
Da autentico poeta, Slataper non si è fatto schiacciare dal suo dolore né insuperbire dalla sua gioia, ma è riuscito a trasformare e sfruttare la sua sofferenza per vivere in pienezza la sua vita; anzi, forse proprio perché ha potuto soffrire e uscire vittorioso dal suo male egli può adesso capire e amare veramente gli uomini e discendere così dall’isolamento del Carso verso la quotidianità di Trieste. Così, dunque, conclude Scipio: «Se il tuo dolore è inerte, che vale il tuo dolore? Allora esso è vano, e tu, la tua vita, e il mondo. Come nella sacra forma umana tu devi cercare il mistero, così il dolore e la gioia sono lo sformato nulla da cui tu devi estrarre un nuovo mondo. […] Il patimento è buono, se esige da te un più profondo dovere. Così tu ti allarghi nel mistero, nutrendoti di lui, e le sue tenebre diventano sole nella tua anima. Per questo, che tu devi essere più buono, tu sei uomo fra gli uomini. Ora li puoi amare perché hai sofferto e disperato. Benedici il tuo dolore e scendi, sereno e severo, fra essi (p. 119)».
Quando Slataper ci regalava queste sue magnifiche considerazioni sull’esistenza umana, di certo non avrebbe potuto immaginare che, solo tre anni dopo, una pallottola lo avrebbe colpito mortalmente alla gola sul Podgora (monte Calvario) a Gorizia, dove ancora oggi riposa.◼