KRAS, CARSO, CJARS, LA MONTE
Tutti noi che viviamo la nostra vita a ridosso del
Carso o in uno dei paesi sul Carso, che vi abbiamo trascorso l’infanzia o l’adolescenza, sentiamo in modo più o meno intenso il rapporto che ad esso ci lega, che ci unisce alla sua gente.
Spesso non ci rendiamo conto di quanto le immagini delle pietraie, i muri a secco, le doline, il profumo dei pini, si siano profondamente radicati nella nostra memoria
Spesso non ci rendiamo conto di quanto le immagini delle pietraie, i muri a secco, le doline, il profumo dei pini, si siano profondamente radicati nella nostra memoria, abbiano inciso sul nostro modo di essere, sul nostro modo di stare al mondo. Ed ecco che questo legame si fa sentire, oggi, in tutta la sua forza; quando vengono messi a rischio il volto e l’essenza stessa di un patrimonio che è nostro, cui il sudore della fronte dei nostri avi, le immani tragedie dello scorso secolo, hanno dato un volto unico e irripetibile.
Il mio primo ricordo legato al Carso, a Vrh, è veicolato dal
profumo di finocchio selvatico. Mi rivedo piccolina, con la manina stretta nella mano della bisnonna Maria – quella che aveva perso il figlio diciottenne – annegato nella Moldava nel luglio del 1917. Si recava spesso, la vecchia nonna, nel campo in fondo al paese per raccoglierlo, per farlo poi essiccare sul ballatoio. Era prezioso, serviva a dare ai pasti un particolare sapore: sopra pezzetti di polenta venivano versati il burro fuso e lo zucchero quindi il finocchio in polvere. E rappresentava, a volte, questa leccornia, il pasto serale e il dolce, per noi bambini.
E sono gli odori che mi riportano lassù alle mie vacanze estive, di bambina, prima accudita da due nonne, poi da una nonna sola.
Ritorna il
profumo delle foglie dei fichi, piantati in file a dividere due proprietà, quella della nonna e quella di suo fratello. Piante cresciute con fatica in mezzo alle pietre estratte dalla terra rossa perché vi si potessero piantare le patate, seminare il grano e la bieta, mangime necessario per nutrire gli animali domestici. Risento l’
odore del fieno, che con la “
sbrinsia” veniva portato a casa dalle donne, sorretta sul capo, posata sulla ciambella di stoffa, (lo
svitigo in bisiaco,
svitek in sloveno) che lo proteggeva. Il fieno, la straia, serviva come letto per le mucche. Il nostro campo si chiamava – e si chiama ancora Brajca (piccola Brajda).
Al cortile della nonna si accedeva da un portoncino di legno, slavato, reso grigio dal tempo e dalle intemperie; si scendevano poi tre alti scalini. Quel cortile, d’estate, profumata di Izabela, dell’
uva fragola bianca la cui vite si stendeva lungo il muro di cinta e di quella nera la cui vite, invece, si attorcigliava intorno a un fico che cresceva a fianco dell’entrata nella stalla. Davanti all’uscio
un albero storto e tormentato di susine, frutti color giallo pallido, dolci e sugose. Ne andavamo ghiotti, noi bambini, che le raccoglievamo direttamente da terra per mangiarle, senza averle prima lavate, ma anche pasto delizioso per le galline che beccottavano pigramente, indisturbate, quelle più mature.
Profumi, suoni, rumori e sensazioni che ti tornano con il ricordo, stringono il cuore lasciandoti il groppo in gola e le lacrime agli occhi. Per un tempo ormai passato, un’infanzia vissuta in un luogo magico che così rimarrà per sempre, nel cuore e nella memoria.
Alla
mia nonna non piaceva cucinare, preferiva prendere la sua bicicletta e scendere a valle, fino a
Gorizia dai parenti o verso
Sagrado, dove vivevano i suoi cugini; a volte mi portava con sé. Ricordo quel suo andare, il bisogno di evadere da un luogo che per lei era forse angusto, ma dal quale mai si sarebbe allontanata se non per un breve periodo.
I giorni della vigilia di Pasqua o di Natale la nonna si trasformava, diventava una nonna come le altre.
Le sue gubane erano le migliori. Aveva delle bellissime mani. La rivedo preparare l’impasto pigiandolo con i pugni, con forza, e sbatterlo di qua e di là, tirarlo con le sue agili dita: come per incanto, alla fine, ne uscivano bellissime chiocciole bianche che, adagiate sull’asse per il bucato, venivano portate al grande forno della sua amica Zalka.
Vivo è il ricordo di quel forno, della preparazione, delle infornate e delle chiacchiere tutt’intorno. Osservavo rapita i ragazzini che schiamazzando si avvicinavano alla bocca arroventata e vi gettavano ramoscelli che subito prendevano fuoco illuminando l’intero cortile. Ciascuna delle donne osservava vigile affinché le gubane non venissero scambiate, convinte che le proprie fossero le migliori. Poi, lentamente, una ad una
le pinze e le gubane uscivano dal forno, panciute e profumate.
E scendeva la sera.
Gli uomini tornavano dal lavoro: dai campi, dalle doline, dal bosco per la legna o dal lavoro nel Cantiere di Monfalcone. Più tardi, a cena, li avrebbe rallegrati la prima fetta di gubana.
La giornata si concludeva con
urla e schiamazzi dei ragazzini, nomi gridati dalle mamme da diversi punti dell’ampio cortile, ordini perentori di rientrare: la giornata era finita, il forno lentamente si spegneva, al calar della notte.
Allora s’andava scalzi
per i fossi, si misurava l’ardore
del sole dalle impronte
lasciate sui sassi.
(Leonardo Sinisgalli, 1908-1981)
Nel
cortile della nonna si entrava, ricordavo, da un portoncino di legno, grigio e logorato dal tempo e dalle intemperie. Spesso mi accovacciavo sul secondo gradino, che era più profondo degli altri, e vi rimanevo per ore: guardavo la gente passare mentre la nonna trascorreva il suo tempo a chiacchierare con i paesani che la venivano a trovare – aveva sempre un buon caffè, e lo offriva volentieri. La persona, però, grazie alla quale le chiacchierate si facevano più vive e animate, era
suo fratello, di alcuni anni più giovane di lei e che fu il suo unico grande amico. Portava il suo stesso nome:
Jžef e Jožefa Devetak avevano vissuto il Carso prima della Grande guerra, gli anni della profuganza, i tanti lutti, il rientro su un Carso devastato dalla furia della guerra e le sofferenze del dopo. Il Carso, per un lungo periodo, non lo sentirono più come casa loro.
Agli anni della
profuganza a Nelahozeves, in Boemia, i loro ricordi ritornavano spesso con nomi, parole, espressioni che non capivo: segreti, ricordi che custodivano come un dono prezioso, tutto loro. Più tardi compresi quanto fosse stato doloroso il periodo che seguì il loro rientro sul Carso, il perché
i ricordi di un tempo, pur breve della loro vita, vissuto fra gente che li aveva accolti come fratelli, fossero loro così cari. Io, curiosa, li ascoltavo, mentre seguivo il viavai in strada.
Sul tardi, verso sera, rientravano vociando i ragazzi, a seguito delle
mucche che avevano portato al pascolo, al di là del paese, verso il Vallone o verso Poljane – Marcottini. Stanchi e accaldati, strisciando le scarpe, nella polvere, si recavano ad abbeverare il bestiame nella
komunska štirna, il pozzo comunale che si trovava proprio al limitare del nostro orto. Le mucche si agitavano e sbattevano a destra e sinistra le loro code per allontanare le mosche e i tafani che al calar del sole diventavano via via più molesti. Seguiva qualche
carro che, sobbalzando sulla strada, lasciava cadere fili dorati di paglia, fasci di fieno o di erba, appena falciata nei campi o nelle doline.
Questo andare, di ragazzi, uomini e carri, lasciava dietro di sé nuvole di polvere acre che si posava tutt’intorno come un manto bianco. Si posava sulla robida, il cespuglio delle more che cresceva oltre la strada, che qui si restringe… Questo rientrare, di umani e animali, lasciava dietro di sé una giornata di duro, faticoso lavoro. Solo alcuni anni dopo, avrei avuto finalmente il permesso di seguire al pascolo i miei cugini.
I ricordi si sono fatti più nitidi, si sono affacciati quasi di prepotenza,
in quei giorni di fuoco di fine luglio. La nostra terra devastata da una furia senza pari, che sembra voler cancellarne l’essenza, facendone cenere.
Scompaiono le querce, che qui avevano ritrovato dimora dopo la devastazione della prima guerra mondiale.
E il ginepro – ne sento lo sfrigolio al passare del fuoco – che con le sue bacche invitava le cesene, i tordi e tutti gli altri migratori, a stanziare sul nostro Carso, all’approssimarsi dell’inverno.
E poi le essenze, le piante medicinali che non riconosciamo quasi più, ma che danno al Carso il suo profumo, unico ed irripetibile.
Le erbe del Carso: l’assenzio, il bosso, il biancospino, l’iberico, la centaurea, la cicoria selvatica. E non dimentichiamo la malva, presente un tempo in ogni casa, medicina per ogni male: il mal di denti, il lavaggio degli occhi cisposi dei bambini, le ferite.
Mentre scrivevo queste due righe, sbirciavo nel telefono, cercavo di capire cosa stesse succedendo, e contemporaneamente, dalla mia finestra, verso la Debela griža, il San Michele, con la speranza, sempre, che la situazione fosse migliorata.
Ho provato un tuffo al cuore leggendo che «le case di Cotiči sono salve», in quel momento non sapevo fossero state in pericolo.
A Čotiči/Cotiči sono nata, anche questo grumo di case sono state casa mia.
A Cotiči, dalla strada, si accede direttamente al
nostro campo: dapprima in un piccolo orto circondato dal muro tutt’intorno. Fatti due scalini si entra nella Dolinca (piccola dolina) e infine si arriva al campo, oltre al quale c’è il boschetto di querce. Così, tutto di seguito: l’orto, la dolina, il campo, il boschetto, il tutto parallelo al podere del fratello della nonna.
Ricordo, di quel campo, il tempo della
raccolta delle patate. Ero dalla nonna. Già sul presto, il giorno destinato alla raccolta, arrivava la mamma, veniva la zia, venivano le amiche e insieme allegre e ciarliere si recavano nel campo, con dietro noi bambini e iniziavano a smuovere la terra con le loro picchette. Ricordo
la polvere della terra rossa che, a piccoli nuvoli, sollevavano zappando, i gridolini di sorpresa alla vista di qualche patata più grande. Un lavoro faticoso che avrebbero finito grondanti di sudore, i volti arrossati dal sole e dalla terra, silenziose e stanche.
Io sedevo su una coperta, sotto la quercia, in fondo al campo.
Per il pranzo si mangiavano le "patate in tonfon" (chi ha assaggiato questa pietanza?): patate lesse e tegoline larghe, condite con aglio e aceto. Si mangiava fuori, sugli scalini o seduti sul grande tavolo di pietra, realizzato dallo
zio Ettore Moro, scalpellino. Il cortile era tutto uno schiamazzo di bambini e starnazzare di galline impaurite.
USIGNOLI
di
Srečko Kosovel ( 1904-1926 ) traduzione di
Jolka Milič (1926-2021)
Gli usignoli cantano
all’ombra dei cespugli
in mezzo alla dolina;
solo soletto erro per i campi
in quest’ora silenziosa.
Nella rugiada brillano
la collina e la campagna,
cristalli d’argento...
E nel mio cuore sereno
si specchia la luna.
Ed eccoci entrati nel
mese di agosto, di una difficilissima estate. Nel mio paese sul Carso gli appuntamenti più importanti e più sentiti erano senza dubbio la
festa del patrono, San Lorenzo, e il
pellegrinaggio sul Lussari, nel mese di agosto.
A messa, a San Michele, il giorno di San Lorenzo, ci andavano tutti, anche gli atei: le donne andate in sposa nei paesi della Furlanija, in Bisiacaria, o nei paesi sloveni vicini tornavano per un appuntamento cui non si poteva mancare,
era l’occasione per rivedere i famigliari e le amiche con le quali avevano condiviso una parte importante della loro vita, fatta di fatiche, di stenti ma anche ricca di momenti sereni, di affetti; per raccontarsi della nuova vita, delle gioie e dei dolori del matrimonio, del vivere in luoghi distanti, fra gente, in quegli anni, non sempre ospitale.
Dalla nonna erano ospiti a San Lorenzo, nei
primi anni Cinquanta, le cugine Moro, nipoti di suo marito, nonno Ettore –
le mie radici carniche – che vivevano a Mortegliano. Per quel giorno la mamma mi portava il vestito della festa, bianco, di sangallo, confezionato dalla sarta del paese e che due minuti dopo la messa avrei insudiciato.
Delle
messe, che per l’occasione erano molto lunghe, amavo in particolare le voci delle donne che salivano e riecheggiavano nella piccola chiesa, gremita di gente accaldata. Molti rimanevano fuori, soprattutto gli uomini, ma anche da là si sentivano giungere alte le preghiere, voci maschili e femminili. Intanto ascoltavo con terrore la predica del parroco, ricca dei particolari del
martirio di San Lorenzo, che mi avrebbero fatto visita a lungo nei miei sogni notturni.
La messa veniva interrotta per la
processione. Si usciva pian pianino, ci si metteva in fila per due: prima gli uomini e poi le donne, i bambini qua e là, per arrivare fino al bivio dove si innalza, già dagli anni Cinquanta, un
grande crocifisso di legno - di recente fatto restaurare da
Avguštin Devetak - su di un basamento circondato da alcune pietre provenienti dal
cimitero austroungarico le cui salme sono state traslate al cimitero di Redipuglia.
Poi si tornava indietro. La mia pazienza veniva ricompensata, alla fine della messa, con un
cono di gelato. Con il suo carretto bianco, arrivava da Gorizia il
gelataio Canali.
SATU ‘L ME PAÌS? POZNAŠ MOJO VAS?
CONOSCI IL MIO PAESE?
di
Celso Macor (1925-1998)
Satu ‘l me paìs?
Al me paìs
ogni ciasa una stala
e ciamps e ciamps
e boschetis di agazza
pal nasabon dal instat.
El dut ‘l è fodrat di olmis
ch’ a vègnin dal timp dai suns.
Al me paìs ‘l è un sun.
Al nas, lusôr e ciant,
quan’ che ‘l è scur.
Traduzione di
Jurij Paljk
Poznaš mojo vas?
Moja vas,
vsaka hiša en hlev,
in njive
in gozdič akaciji
za prijetno vonjav poletja.
In vse je polno senc,
ki prihajajo iz časa sanj.
Moja vas je sanja.
Rodi se, luč in pesem,
Ko pade tema.
(Sai il mio paese? / Il mio paese / ogni casa una stalla / e campi e campi / e boschette d’ acacia / per profumo dell’estate.
/ Il mio paese è coperto d’orme che vengono dal tempo dei sogni. / Il mio paese è un sogno. /Nasce, luce e canto, / quando c’è il buio)
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L'autrice durante l'infanzia
Tipico cortile del Carso, cinto da un muretto a secco
Una dolina del Carso
Il crocifisso di legno fatto restaurare da Avguštin Devetak
Il gelataio Canali