«Non c’è niente di più solenne e festoso nelle sacre celebrazioni di una assemblea che, tutta, esprime con il canto la sua pietà e la sua fede. Pertanto, la partecipazione attiva di tutto il popolo, che si manifesta con il canto, si promuova con ogni cura». È chiara, in questo passaggio, ovvero all’articolo 16, l’Istruzione
Musicam Sacram. Citata più volte, spesso bistrattata o mal interpretata, ma dà un’idea ben chiara del fatto che,
Schola Cantorum o
Coro a parte, che svolge il già importante e insostituibile servizio, l’assemblea nella sua partecipazione attiva, cantando, è manifestazione della pietà e della fede popolare. Dunque, un’assemblea che canta è un’assemblea che prega. Fin qui tutto chiaro e più volte ripetuto, soprattutto a chi è «del mestiere».
Qualsiasi sia la parrocchia, gli organisti e i direttori di coro, la problematica della scelta del repertorio che l’assemblea debba cantare è comune praticamente a tutti
Qualsiasi sia la parrocchia, gli organisti e i direttori di coro, in primis, ma anche i sacerdoti, in secondo luogo, la problematica della scelta del repertorio, della parte di programma che l’assemblea debba cantare – o cercare di cantare – è comune praticamente a tutti.
Problema ancora più marcato se si vanno a prendere in esame le realtà parrocchiali che hanno una particolare vocazione turistica. Due i fattori principali: la lingua, dal momento che, spesso, i flussi turistici provengono da paesi esteri, ma anche la sottile linea che corre tra liturgia e spettacolo verso il quale c’è il rischio di tendere per favorire una maggiore presenza in chiesa con tutto ciò che ne consegue.
Il problema linguistico può, in ogni caso,
essere ben risolto o con l’utilizzo della lingua ufficiale della Chiesa, il latino, scegliendo una serie di canti forse di difficoltà lievemente maggiore ma comprensibili da tutti con l’ausilio di una serie di sussidi,
o utilizzando canti in doppia o tripla lingua. Un esempio può ben essere
Te lodiamo, Trinità, conosciuta in alcune parrocchie ancora con la versione Te lodiamo e confessiam. Volendo prendere in esame questo corale, lo si può eseguire in italiano per alcune strofe e in tedesco in altre: in questo caso la versione originale può tornare utile. Ecco che, dunque, può essere cantata
Großer Gott wir lobendich. La stessa proposta vale, ovviamente, per tutte le tipologie di corali di provenienza tedesca. Riutilizzando alcune parti delle messe popolari di Haydn e Schubert, ad esempio, non nei momenti liturgici per i quali sono state composte ma in altri. Ciò in quanto i testi non sono più corretti e si può prendere in esame la Messa di Michael Haydn e, in particolare,
Hier liegt vor deiner Majestät che invece di essere cantato al Kyrie viene utilizzato come canto d’ingresso anche nella versione italiana
Siam qui divina maestà. Ciò è quanto avviene, per esempio, da numerosi anni nella Basilica Patriarcale di Sant’Eufemia a Grado.
Se il problema della lingua è più facilmente risolvibile, quello del rischio della spettacolarizzazione della liturgia a favore di turista è di ben più difficile analisi e risoluzione
Se il
problema della lingua è più facilmente risolvibile, quello del rischio della
spettacolarizzazione della liturgia a favore di turista è di ben più difficile analisi e risoluzione. In questo caso è ancora più importante il rispetto delle norme – che può avvenire, anzi deve, con un confronto a livello superiore rispetto a quello parrocchiale con il coinvolgimento degli uffici liturgici diocesani – proprio per ribadire la sacralità del luogo e del rito. Il rischio che l’applauso possa offuscare l’importanza della celebrazione eucaristica – così come un coro troppo appariscente o spettacolarizzato stile “
american gospel” rischia di distogliere gli sguardi dei fedeli dal Sacramento – è dietro l’angolo.
Nel 2017 proprio a
Grado, località turistica nata già nell’Ottocento e, dunque, frequentata – si può ben dire a pieno titolo – da secoli da tedeschi e austriaci, il caso
Madonnina del Mare, eseguita al termine di ogni celebrazione durante la stagione turistica e poi limitato solo alla messa delle 10.30, quella accompagnata dalla Corale, aveva preso piede non solo a livello locale ma anche regionale. Se il canto è preghiera, soprattutto popolare, la richiesta a volte forzosa e violenta, di ascoltare questo canto, mi ha fatto più volte riflettere sulle motivazioni che portano a partecipare o meno a una celebrazione liturgica solo in funzione della presenza, o meno, di un canto. Ovvero, quanto questo possa inficiare la «qualità» di una messa. Chiaro che le emozioni non si comandano e che il trasporto emotivo possa essere una componente non indifferente nella preghiera e nel «sentire» una celebrazione ma, prendendo in esame il caso specifico, bisogna pur sempre ricordarsi che non si tratta che di una melodia importata poco più di mezzo secolo fa.
Quanto esposto finora è utile per analizzare il fenomeno: che un canto con sfondo religioso ma non propriamente liturgico abbia il potere di influenzare politica, amministrazione parrocchiale, e far parlare di sé in un’intera regione dà l’idea di quanto sia fondamentale che chi opera in contesti liturgici della pastorale del turismo debba avere gli strumenti per poter discernere tra il bene della comunità, che continua a sussistere, e la presenza turistica e, possibilmente, unire entrambe le sfere. Con tutte le dinamiche da connettere. Un termine adatto potrebbe ben essere «
pastorale musicale liturgica del turismo».
Non si sta dicendo in questa sede che il turista non debba potersi sentire accolto nella comunità nella quale si trova in vacanza ma, al contrario, che il vivere la vita comunitaria degli «ospitanti» diventi un fattore positivo e di crescita da entrambi i lati: va da sé che nessuno dei due deve soffocare l’altro ma, nei momenti di stagionalità, uno studio adeguato della liturgia e un po’ di sano buon senso possano essere ingredienti adatti per vivere la fede e la devozione utilizzando una delle forme più antiche di preghiera, il canto.
Può, dunque, esserci una commistione adeguata tra musica liturgica corretta e strumento a fini “turistici”, se tale si può definire? La risposta, purtroppo non univoca, sta nella correttezza e nell’onestà di ciascun maestro, organista e, ovviamente, parroco. Una questione che sarà sempre più pressante vista la multietnicità e multiconfessionalità dei flussi turistici. Va detto, infine, che l’analisi di per sé dovrebbe partire principalmente dagli operatori primari, organisti e direttori di coro, assieme alle figure sacerdotali presenti: tutti, ovviamente, specialmente i laici, con una preparazione liturgica minima per consentire di comprendere situazioni e necessità. Un discorso che deve avvenire anche a livello diocesano con gli uffici preposti e, perché no, anche tra realtà turistiche di diversa collocazione regionale e sotto diverse giurisdizioni diocesane: ovvero un coordinamento all’interno delle varie conferenze episcopali sovraregionali, per lo scambio di esperienze e opinioni, e guidare il turismo religioso e musicale verso una piena consapevolezza di sé.
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Il campanile della basilica di Sant'Eufemia (Grado).
Foto Roberto Camuffo