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HOME > Articoli e notizie:God save the queer

God save the queer

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Il 1° novembre è uscito «God save the queer» (Einaudi, 2022) il nuovo saggio di Michela Murgia (Cabras, 1972) blogger, scrittrice, la femminista e attivista famosa soprattutto come opinionista polemica. Impegnata da giovane nell’Azione Cattolica, così come nel catechismo in parrocchia, è stata anche insegnante di religione, un curriculum che tra le pagine del saggio ora preso in esame è riscontrabile in maniera piuttosto evidente.
 
Il libro incomincia con degli interrogativi: è possibile tenere insieme femminismo e cristianesimo? I membri della comunità LGBTIAQ+ saranno per sempre condannati ad essere visti come dei «peccati ambulanti» o prima o poi riusciranno a sentire su di sé lo sguardo di un Dio che li vede come «cosa buona»? I punti di vista sono dunque due: quello queer-femminista e quello cristiano-cattolico e su di essi la Murgia articola il suo nuovo «catechismo» femminista iniziando dalla rilettura del Credo e, prima ancora, attingendo alla propria esperienza personale. Ma cosa vuol dire queer?
 
Con questa parola (in inglese «strano», «bizzarro") oggi si intende quella posizione che non accetta come scontato il fatto che l’identità di genere coincida con l’identità biologica della persona e che, ancor più, rifiuta il binarismo di genere maschile/femminile, rivendicando il bisogno di una diversità ulteriore, fluida e forse nemmeno definibile.
 
Tappa imprescindibile per poter svincolare la teologia cristiana dal patriarcalismo e farla così approdare ad un Dio queer, dove quindi non c’entrano più nulla i «marcatori identitari rigidi» di maschile e femminile, sarebbe il passaggio da un Dio tradizionalmente «anziano maschio bianco e solo al comando» (p.62), ad un Dio-comunità ben rappresentato dall’icona della Trinità di Andrej Rublëv. I tre personaggi angelici - genderless secondo la Murgia - raffigurerebbero una Trinità «inclusiva» che, lasciando un posto vuoto per chiunque voglia sedersi alla loro tavola, accoglie anziché escludere.
 
Sulla base di Gv 10,1-10, poi, è lo stesso Gesù ad essere visto come un Messia queer, un pastore che, stando sulla soglia ed essendo la porta, può garantire un continuo scambio tra ciò che è in e ciò che è out dal recinto, una pratica indispensabile per chi adotta prospettive femministe e queer nella propria vita (p.111).
 
Le ultime pagine del saggio aprono invece a nuove prospettive che, dall’incarnazione, auspicano un passaggio alla «disincarnazione» che il mondo virtuale e la tecnica stanno rendendo possibile (pp.103-108).
 
Infinite polemiche, tendenze iconoclaste e infelici ironie a parte, le questioni che solleva Michela Murgia sono importanti e dovrebbero essere dibattute con serietà. Che la Chiesa cattolica, come istituzione, abbia assunto e fatto propria una certa cultura del potere finendo per cedere a compromessi per i quali i perseguitati sono diventati dei persecutori è un fatto tanto serio quanto innegabile. «L’evidenza storica», continua giustamente a notare la Murgia, «è che da Costantino in poi, cioè nel passare da fede dei diseredati a religione di tutti, il cristianesimo non ha più potuto negare ai potenti la pretesa di rappresentarsi in Dio» (p.62). Insomma, come cristiani siamo proprio sicuri che il nostro Dio sia ancora quello cantato da Maria nel Magnificat, Colui cioè che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili? Spesso anziché al Dio vivo e vero corriamo il rischio di «inginocchiarci dinanzi al peggiore dei nostri selfie» (p.72).
 
Come fare allora per uscire da queste deviazioni (quando non diventano addirittura tentazioni)? C’è una sola via: confrontarsi costantemente alla luce del Vangelo, specchiarsi continuamente con Colui che è la Via! È solo così che si può capire quali aspetti della vita e della fede siano davvero in contraddizione e, soprattutto, se certi insegnamenti e forme, più simili a cariatidi inamovibili e fredde, non siano semplicemente un'eredità storica da ridiscutere o da eliminare.
 
Il fascino e gli spazi di risposta che questi ed altri interrogativi lasciano aperti sembra essere però per certi versi infranto da alcune prospettive piuttosto imbarazzanti, prima fra tutte il rifiuto del Padre nostro come preghiera, che dovrebbe essere evitato semplicemente perché il termine «padre», «trappola semantica vischiosa» (p.32), ricondurrebbe con troppa facilità a Dio il genere maschile, intrinsecamente legato a logiche e strutture patriarcali.
 
Davvero ideologica poi, sembra essere la rilettura di un Dio che sarebbe aperto e misericordioso con tutti, a prescindere dal genere e dall’appartenenza sociale, se e solo se si adottano prospettive femministe e queer. In realtà, che Dio non faccia preferenze di persone (cf. At 10,34), lo si sapeva ben prima del Dio queer prospettato dalla Murgia anche se può esser vero che, in questo momento storico, l’ottica femminista-queer potrebbe aiutare la comunità dei credenti ad intraprendere un processo di liberazione, soprattutto del mondo femminile. Solo a titolo di esempio: vogliamo veramente chiudere gli occhi davanti alle reazioni penose che in alcuni ambiti ha suscitato la recente «apertura» del papa di poter far accedere anche le donne ai ministeri di accolitato e lettorato?
 
Eppure, proprio questo è forse uno degli aspetti meno chiari del libro della Murgia: è il suo credere in Cristo che le fa riconoscere, in una certa espressione del femminismo contemporaneo, un modo di attualizzare la forza liberante propria della fede cristiana? O è piuttosto la sua prospettiva femminista che adotta la fede, il Vangelo e ogni altro armamentario teologico e iconografico come metodo per rileggere e affermare le proprie idee? In questi casi, che riguardano il vissuto, la proprietà commutativa algebrica non funziona: l'ordine dei fattori non è ininfluente.
 
Un femminismo per così dire "trinitario" che parte dalla rilettura della Trinità di Rublëv per affermare le sue posizioni, si ritrova nella stessa situazione delle varie Vite di Gesù che Marinella Perroni cita nella postfazione del libro. Queste Vite non sono una semplice narrazione più o meno romanzata della vita del Rabbi di Galilea; in esse Gesù altro non è che la sublimazione delle migliori idee dell’autore e finisce per essere plasmato e riconfigurato a proprio piacimento secondo la mentalità dello scrittore. Così come c’è stato il Gesù comunista per Fidel Castro, il Gesù hippie per gli Hippies, adesso forse è arrivato il momento in cui la comunità LGBTQIA+ rivendica per sé un Gesù queer. Insomma, ad ognuno il suo Gesù personale, «Your own personal Jesus» come cantavano i Depeche Mode.
 
Ora, le tesi della Murgia sono sicuramente il frutto di una tensione a vivere la propria fede con sincerità e forza, ma non potrebbero anche racchiudere un involontario capovolgimento di prospettive? Chi è che «rilegge» chi? È l’autrice che si confronta con Dio o è il suo Io a tirare in ballo Dio quando questi corrisponde ad un’immagine di se stessa che la aggrada e le può tornare utile? Se infatti nell’interpretazione «murgiana» della Trinità di Rublëv il posto è libero per l'osservatore - prospettiva senz’altro vera, coinvolgente e ricca di spunti teologici -, bisogna pur sempre tenere a mente che nel brano biblico che ispira l’icona è Abramo a dover offrire ospitalità ai tre individui, non viceversa. Fuori dall’immagine, siamo noi che dobbiamo confrontarci costantemente con Dio, altrimenti il rischio di rendere Dio l’immagine alienata e distorta delle nostre società umane è dietro l’angolo (che paradossalmente è proprio ciò che, secondo la Murgia, il patriarcalismo maschilista avrebbe attuato con il cristianesimo). In sintesi, non è necessario essere queer o femministe per sperimentare nella propria vita che l’amore di Dio sia aperto e rivolto a tutti.
 
Ciò che però sembrerebbe non essere più necessario è il nostro corpo; «il motivo», spiega l’autrice, «è che da almeno trent’anni la questione del corpo ha smesso di essere totalizzante nel determinare la costruzione delle esperienze relazionali e delle identità delle persone» (p.100). È evidente come qui la Murgia sfoci pienamente nell’ideologia gender secondo la quale l'individuo, per non finire entro le spire di un codice socioculturale (tradizionalmente quello binario eterosessuale), dovrebbe essere legittimato ad adottare ogni codice alternativo, eliminando non solo la differenza di genere ma la categoria di genere stessa. Ciò porta a presupporre che l'identità personale sia totalmente svincolata sia dalla natura biologico-corporea che dalla cultura sociale in cui si trova e possa essere costruita o decostruita dalla libertà dell'individuo in base a… «come ci si sente».
 
Ma a questo punto viene da chiedersi: in base a cosa una lesbica, un gay, un trans, un queer o chiunque altro dovrebbe sentirsi attratto da un altro essere umano se non a partire dal proprio corpo e da quello altrui? E soprattutto: sulla base di cosa se non del suo corpo la Murgia si definisce femminista? La cosa più strana è che è lei stessa a riconoscere che: «senza i corpi sessuati delle donne il femminismo non esisterebbe» (p.93).
 
Certo, mettere in evidenza l’incidenza che la cultura sociale esercita sul processo di costituzione dell’identità e delle relazioni sessuate delle singole persone è estremamente doveroso. Ciò, infatti, può correggere il determinismo biologico per cui l’identità sessuale non sarebbe altro che questione di gonadi e può, al contempo, indicare le discriminazioni che certi soggetti subiscono a causa del loro orientamento o del loro genere. Questo è giusto: combattere le discriminazioni, ovunque si verifichino, e riportare alla luce la sacralità della persona che però trova nel Creatore la sua inviolabile dignità, non nella biologia, nella cultura o in chissà cos’altro.
Tutto questo discorso suona un po' come uno gnosticismo redivivo per cui il corpo non afferma più un’istanza veritativa della persona, è semplicemente un accidente appartenente ad una vaga identità che esiste non si capisce più bene dove, così disincarnata forse ormai solamente nel mondo virtuale.
 
E proprio nel mondo virtuale approda il discorso della Murgia che, essendo ormai giunto alla fine del libro, non può più tornare indietro. Stando all’autrice, infatti, «gli avatar, i nickname e i profili social, specialmente quando producono negli altri un’esperienza di noi che supera i limiti del nostro corpo, moltiplicano la nostra verità».
 
È evidente come il rifiuto del limite come condizione costitutiva del nostro essere e della nostra identità sia totale e si spinga, oltre che verso il postumanesimo, verso un processo di totalizzazione egoica dell’intera realtà, tanto che il «problema dell’autenticità non è capire quanto il mio profilo corrisponda alla realtà, ma quanto la presunta realtà corrisponda davvero a me, a quello che sono» (p.107). Qui siamo ben oltre l’idealismo, qui la realtà è totalmente soggiacente all’Io ed il corpo, dunque, è un mero ostacolo che la tecnica ci aiuterà a superare, facendoci arrivare ad una realtà di noi stessi «più sincera» (p.107) proprio perché meno limitata. Della positività di un Gesù inteso soprattutto come l’Incarnato, cioè come Colui che «scende volontariamente nella cornice del nostro essere» (p.94), sembra non esserci più traccia.
 
Ad ogni modo, la repulsione per ogni limite è forse ciò che sta alla base anche del linguaggio scelto dalla Murgia, un linguaggio che nel suo voler essere il più «inclusivo» possibile (p.7), finisce per essere esclusivo per chi lo parla o, più semplicemente, per chi riesce a stare al passo con le ultime trovate lessicali quando non addirittura grafiche (ci si riferisce alla «e» rovesciata chiamata «schwa» e agli asterischi vari).
 
Purtroppo, questa idea refrattaria al limite s’illude di poter trovare nel linguaggio e nelle parole una perfetta rappresentazione di sé e del mondo. Ma una tale idea, oltre che assurda, sarebbe perfino controproducente; i fautori di una nuova vulgata ideologica hanno infatti un bel da farsi nel descrivere tutti gli orizzonti sociali e culturali che aprirebbe la parola e il concetto di queer, spesso però dimenticando (od omettendo) che queer in inglese significa pure «indisposto», «malato» e, come voce verbale, è addirittura sinonimo di «spoil», rovinare. E quindi? Le parole sono importanti, sì, ma non sono la realtà. Come ha recentemente scritto Tiziano Scarpa: «Le parole non ci rappresentano, nessuna parola mai. Nella diffidenza verso le parole, lì sta il nostro posto nel mondo, che non è dentro le parole ma nell'ombra che le parole gettano accanto a sé». D’altronde «cosa vi è in un nome?», si chiedeva Shakespeare, «Quella che chiamiamo rosa non cesserebbe d'avere il suo profumo dolce se la chiamassimo con altro nome…» (Giulietta e Romeo, atto II, scena II), ma forse queste sono parole che ormai solo gli innamorati riescono a capire.
 
Per concludere, è vero che questo saggio tratta delle questioni oggi fondamentali soprattutto per la comunità ecclesiale, ma lo fa in maniera poco approfondita e, in alcuni casi, contraddittoria. Esso è però effettivamente degno di attenzione soprattutto per quanto riguarda la messa a nudo di certi vulnera strutturali e mentali che, dall’interno, una Chiesa da secoli incentrata sui maschi e su un certo modo d’intendere il potere, può correre il rischio di non vedere. Oltre che al confronto e al dialogo con le opinioni che sono differenti dalla propria – motivo per cui la Murgia va ringraziata – resta imprescindibile per evitare stagnazioni millenarie il confronto e il dialogo autentici con la Parola, quella Parola che è «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio, penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discernere i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12).◼
data di pubblicazione: 31-12-2022
autore: M Marega | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.87 | tema: MORALE
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Azione Cattolica catechismo cristianesimo femminismo femminismo e cristianesimo iconoclastia Michela Murgia recensioni
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