Ad ascoltare, ancor e forse soprattutto oggi, una composizione sacra della sterminata antologia perosiana non si può non rimanere affascinati. Musicisti, ma anche e soprattutto fedeli, organisti, direttori di coro: in tanti possono testimoniare come l’ingegno e l’acume musicale di Lorenzo Perosi abbia lasciato una traccia indelebile all’interno del panorama musicale, sacro e profano, italiano.
Monsignor Lorenzo Perosi, vale la pena ricordarlo, nacque a Tortona il 21 dicembre 1872, 150 anni fa, e morì a Roma il 12 ottobre 1956. È stato un presbitero, compositore e direttore di coro italiano ricordato come l’esponente principale del cosiddetto Movimento Ceciliano. Autore molto prolifico specialmente nella musica sacra, noto per le sue messe polifoniche, i suoi mottetti ed i suoi oratori, si contraddistingue per il suo stile compositivo, risultato di una miscela di diversi elementi tra cui l’ispirazione gregoriana, l’influenza del periodo rinascimentale e l’impostazione barocca.
In questo frangente, proprio all’interno dei festeggiamenti per il secolo e mezzo dalla nascita del Perosi, don Luigi Garbini, sacerdote milanese attivo nell’ambito musicale tanto da essere punto di riferimento a livello nazionale, ha voluto ricordare la figura di un compositore che ha saputo trasmettere fede ed emozioni in musica, intrecciandole nel pentagramma con notevole maestria.
Corredato di un prezioso apparato critico, “Lorenzo Perosi, tutti, o quasi, i malintesi raccolti attorno a un nome” fornisce non solo i riferimenti ma anche i brani direttamente interessati all’illustrazione del pensiero, il libro si pone l’obiettivo di avviare uno studio più approfondito nei confronti di un personaggio controverso e spesso malinteso.
Va da sé che il lettore si deve trovare già con un minimo di preparazione biografica del Perosi per poter appieno comprendere quanto viene, poi, raccontato anche se il volume, di per sé, risulta completamente esaustivo. Un’introduzione sintetica della figura perosiana lascia lo spazio, poi, all’ingresso del compositore all’interno del contesto sociale e culturale di un Italia della seconda metà dell’Ottocento. Perosi si smarca dalla tradizione e fa emergere un proprio stile compositivo fino ad arrivare a come il sacerdozio sia stato parte integrante del proprio lavoro compositivo, per giungere nel capitolo conclusivo ad affrontare da una parte i nodi critici legati alla sua tipica e riconoscibile modalità compositiva, dall’altra invece la specifica produzione strumentale, con un attenzione particolare ai quartetti dove invece appare il lato di un musicista imprevedibile e ancora oggi parzialmente sconosciuto.
Quanto l’evitare di voler essere un’operazione nostalgica, il volume del Garbini si pone in chiaro accento sull’anniversario dei 150 dalla nascita del grande compositore di Tortona. Se, da un lato, è chiaro il difficile inserimento del repertorio perosiano in un contesto contemporaneo, è dall’altro semplice il voler dare dignità a composizioni che, in contrapposizione con il puro stile ottocentesco, hanno saputo, e continuano a dare, vive immagini alla fede. Va detto che la stessa Gorizia, grazie alle orchestrazioni di Seghizzi e Komel, ha potuto conoscere Perosi ben prima della diffusione delle sue opere a stampa e con un’altra enfasi.
Ascoltare, eseguire, e pregare con il Perosi non è solo limpido e lineare, ma anche un esercizio dell’anima che grazie al lavoro di don Luigi è possibile comprendere con maggiore profondità, carpendo ogni lato e sfumatura, specialmente sociale, del tempo del Perosi. Centocinquant’anni non sono pochi ma è il saper utilizzare un linguaggio universale e fuori dal tempo che ha permesso a don Lorenzo di riuscire a parlarci ancor oggi.◼