La
Società E. Solvay et companie, sabilimento Adria di Monfalcone , è stata
presente a Monfalcone dal 1928 al 1969; la società belga, infatti, era subentrata nel ’28 all’Adria, Società Anonima per l’industria chimica, che nell’immediato primo dopoguerra era succeduta all’asburgica
Adriawerke Aktiengesellschaft für chemische industrie, che s’era costituita a Vienna nel 1911.
Sei gli alloggiamenti per le maestranze. Primo la cosiddetta “
Colonìa” (
1), ereditata dalla precedente società austriaca, con cinque villette quadrifamiliari per gli alloggi degli impiegati, e sei caseggiati, con 84 appartamenti per operai, più alcuni servizi in comune, come la lavanderia, la palestra, il doposcuola e il campo di tennis; gli impiegati fruivano dell’orticello all’interno della “Colonìa”, mentre gli orti degli operai si trovavano in una vicina azienda agricola. Lo stabile del Dopolavoro completava i servizi per gli abitanti del “Villagio”: spaccio viveri, ambulatorio medico, dentistico e maternità, biblioteche, con uffici e sala da ballo, docce, l’Asilo Infantile con l’alloggio per le Suore della Congregazione Religiosa Femminile delle Sorelle della Provvidenza; la presenza quotidiana, all’ingresso della Colonìa, di un guardiano dei vigili aziendali garantiva la sicurezza e il buon ordine.
Secondo, il
Villaggio con le villette degli impiegati, in Via G. Mateotti, davanti il Liceo Scientifico. Terzo,
le villette del Villaggio per gli operai, di Via Porto Rosega. Quarto,
i due “caseggiati”, con 24 alloggi, di Via E. Valentinis, davanti la “Case Spaini” dell’ex CRDA.
Quinto, il
Villaggio di Via Timavo, realizzato all’interno del muro di cinta della fabbrica della soda, ma separato da altro muro dalle officine della Sodiera. Tale Villaggio constava di sette ville con giardino e orto (delle quali una bifamiliare) per ingegneri e capi servizio e di due caseggiati, con sette appartamenti per impiegati dei servizi più necessari (vigilanza e sicurezza, acquedotto, potabile e industriale, servizi elettrici e telefoni interni, laboratorio chimico, cava e trasporti); ogni villa disponeva di autorimessa, liscivaia (
2), in tempi in cui le “lavatrici” si vedevano solo nei film americani, orto e giardino; mentre per gli impiegati v’era una liscivaia in comune, tre o quattro autorimesse e sette orticelli, allineati dietro la “bifamiliare”. La
villa del direttore, con annesso giardino, frutteto e orto, non era collegata col villaggio, ma soltanto con l’interno dello stabilimento. Il direttore disponeva di autista e giardiniere, a tempo pieno, gli ingegneri solo del giardiniere, per 15 giorni al mese, e gli impiegati per 5 giornate; altri servizi in comune: fornitura gratis dell’acqua e a prezzo ridotto di quella della corrente elettrica, perché fornite dalle centraline dell’industria; carbone un tanto a testa a prezzo dell’ingrosso.
L’organigramma era dunque di tipo militare, come al tempo dell’ex impero: il signor comandante (il maggiore), cioè il direttore, gli ufficiali, cioè gli ingegneri e i sottufficiali, cioè gli impiegati, come si usava al tempo pure nell’area franco-belga. Al pianterreno dell’edificio più grande si trovava la foresteria, con una propria governante, riservata ai dirigenti belgi che, una volta l’anno, scendevano da Bruxelles per controllare il buon funzionamento della fabbrica di Monfalcone che produce carbonato di sodio anidro (soda Solvay), soda caustica (idrossido di sodio) e bicarbonato di sodio purissimo, residuo della lavorazione della soda. Al tempo dell’impero era stata la “cantina”, cioè la mensa per gli impiegati; nel sottotetto infine era stato realizzato un alloggio per uno degli autisti. All’interno del Villaggio un giardinetto, con panchine, e alcuni vialetti alberati, in terra battuta, collegavano le ville con la via Timavo, la vecchia strada per Trieste al tempo dell’Austria, mentre due ingressi pedonali interni mettevano in comunicazione il Villaggio con l’interno dello stabilimento e con l’esterno vicino a Porto Rosega, dove attraccava il mercantile E. Solvay, che portava il sale e il carbone per la fabbrica. Il villaggio contava quindi, in tutto, 15 alloggi.
Sesto,
gli alloggi dei due edifici di Via Timavo, di fianco all’Albergo per i dipendenti,
che ospitavano l’infermiere della Società, un autista e altri operai disponibili per ogni evenienza oltre al pensionato, come si accennerà più avanti, per le dipendenti nubili. Vanno infine aggiunti
gli alloggi per i custodi del Campo sportivo di Monfalcone Ernest Solvay e per quelli della cava di pietra di Doberdò del Lago e della Colonia estiva elioterapica E. Solvay di Comeno, per i figli dei dipendenti, che era gestita dalle Suore dello stesso Ordine di quelle dell’Asilo Infantile.
Gli alloggi quindi costruiti dalla Società belga, più quelli ereditati dall’Adria Werke, ammontavano a circa due centinaia.
Nel 1969 venne chiusa e poi smantellata la sodiera con tutte le sue pertinenze, sostituite da nuove costruzioni: rimasero la portineria e il parcheggio, ieri per le biciclette oggi per le automobili, la palazzina degli uffici e il vicino Villaggio. Alla Solvay seguirono le consociate Nestpack e Adriaplast, per la plastica, sino alla chiusura, anche di quest’ultima e il passaggio di tutta l’area industriale Solvay, all’inizio del nostro secolo, alla Mangiarotti, che verrà edificata dopo l’eliminazione di ciò che era sopravvissuto all’Adria Werke e all’Adria Solvay.
Sopravvivono solo parte della recinzione, gli ingressi, alcuni edifici del Villaggio e l’ex Albergo per i dipendenti, che si trova però fuori dall’area dello stabilimento, sulla Via Timavo, vis à vis l’ingresso principale del nuovo complesso industriale, della Mangiarotti, settore della componentistica per il petrolchimico e centrali nucleari.
L’Albergo era stato costruito nel 1939, in sostituzione della vecchia “Casa celibi” austriaca, di Via Romana (oggi ambulatorio per la salute mentale e già “casa di ricovero”) e della vecchia Foresteria o Cantina dell’Adria Werke. L’Albergo, costruito su due corpi, uno a tre piani e l’altro a due col tetto a terrazza, disponeva nello scantinato dei normali servizi: la carbonaia dell’impianto di termosifone e la dispensa viveri. Inoltre, secondo le norme del tempo, di un ricovero antiaereo, con wc a secco, infermeria, e porte blindate a tenuta stagna.
Il
servizio mensa constava di due sale da pranzo: una per dirigenti, impiegati e capi operai, con annesso salotto, mentre per gli operai il Refettorio fungeva, al di fuori delle ore dei pasti, quale sala di ritrovo per i lavoratori. La cucina era in comune e forniva il medesimo “rancio” (menu fisso), uguale per tutti, come in caserma: una grande sala, per conferenze e riunioni, in comune tra tutti i dipendenti, completava il piano terra.
Anche
le camere da letto seguivano le regole gerarchiche: due
suite, salottino e camera, con acqua corrente calda e fredda, e pavimento con parchetti per i dirigenti; mentre le sei camere per gli impiegati non era previsto il salottino e il pavimento delle tre stanze dei capi operai erano piastrellate; servizi igienici e vasca da bagno in fondo al corridoio erano in comune; gli operai invece dormivano in quattro camerate ed avevano a disposizione propri cessi e la doccia. All’ultimo piano l’appartamento del gestore e la lavanderia.
Era stato costruito come il più famoso Albergo Impiegati dei CRDA, per i dipendenti celibi, con rigorosa esclusione per le dipendenti donne, per le quali la Società, in un edificio vicino, aveva ricavato una specie di pensionato, ristrutturando un appartamento, con cinque o sei stanzette, per le proprie dipendenti nubili, una delle quali, in tempo di guerra, assunta quale interprete per il tedesco, era la figlia o la nipote del Pastore Luterano di Trieste: in quel tempo infatti il “Regime” vigilava su tutto anche sulla “morale”.
Negli ultimi due anni di guerra, al tempo del
Litorale Adriatico, i tedeschi del Comando di difesa del Golfo di Panzano, installati nel vicino edificio delle Terme Romane, usufruirono un paio di volte della sala riunioni per il pranzo con i loro Comandanti in visita d’ispezione al Settore Anton, cioè al Forte Sant’Antonio. Risultano di passaggio, per la Zona Lisert, ai primi di giugno del 1944, il generale Hans von Hosslin, della 188.a Divisione Gebirgs (alpini) di Trieste, e alla fine del mese successivo il Feldmaresciallo Albert Kesserling, del Comando Armate Sud Tedesche. L’Albergo oggi è stato ristrutturato, ma non appartiene più al vicino complesso industriale Mangiarotti.
Nelle giornate festive anche i familia-ri dei dipendenti, per una disposizione del tempo di guerra ma rimasta in vigore sino alla chiusura dello stabilimento, potevano usufruire del pranzo al modico costo del gettone-mensa.
A ricordo della presenza della Solvay rimane il nome della società unito a quello del rione, cioè via Romana – Solvay, ormai entrato nell’uso corrente e nei documenti pubblici comunali.
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NOTE
- Vedi bibliografia.
- Il “bucato”, la lissia, cioè la lavatura dei panni sporchi, si faceva nella liscivaia (lisiera) un piccolo ambiente con una specie di spargher, a forma di cubo, con lo spigolo all’incirca di un metro, posto all’angolo del locale, con al centro un fornello e sotto il raccoglicenere e sopra una vaschetta circolare, semisferica, del diametro di circa un metro, incorporata nel manufatto, per la bollitura dell’acqua, con coperchio circolare di latta o di legno; a lato una pompa o un rubinetto e una vasca per l’acqua fredda; lavoro tipicamente femminile cui provvedevano direttamente le padrone di casa o le domestiche, le serve. La biancheria sporca viene messa a mollo in un mastello, quindi coperta con un telo sul quale si sparge abbondante cenere di legno, che agisce da sapone (ranno o liscivia); il giorno dopo la biancheria si mette nella vaschetta semicircolare a bollire, per un paio d’ore e da ultimo i panni, già netti, finiscono nella vasca dell’acqua fredda per essere energicamente battuti e strizzati, su una tavola da lavare, dalle robuste braccia delle massaie che li torcono senza riguardo; da ultimo la biancheria bella e pulita si stende ad asciugare al sole.
BIBLIOGRAFIA
- Silvia Fragiacomo, Fabbrica e comunità a Monfalcone. Dal sogno alla realtà. Il Villaggio del Cantiere, la Colonia della Solvay. Centro Culturale Pubblico del Monfalconese 1996.
- Anna Maria Sanguineti, la Colonìa della Solvay. La fabbrica, il villaggio, i ricordi. Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli 2007.
- Anna Maria Sanguineti, Solvay. Una sodiera a Monfalcone 1911 – 1969. Responsabile della pubblicazione A.M. Sanguineti. Stampato in Italia Press Up s.r.l. – Roma 2013.