La figura umana e morale di
Giovanni Maizlik, sacerdote, sociologo e intellettuale, è una di quelle che si attagliano in maniera precisa ad
Aquileia. Con sé, la città romana porta i valori dell’universalismo in maniera naturale:
respiro mediterraneo, profumi orientali, compattezza centroeuropea. È stata adoperata con valenza simbolica: aquila grifagna, di conquista, negli infausti periodi del nazionalismo italiano e del fascismo. Non identità, insieme con gli altri, ma primazìa, dominio, prevaricazione, anche in campo friulano.
È stata centro di irradiazione per il Cristianesimo oltre le Alpi, attuato da personaggi straordinari come San Paolino d’Aquileia, autore del canto
Ubi caritas et amor («Dov’è carità e amore»), intellettuale alla corte di Carlo Magno. In tempi assai più vicini a noi, agli inizi del Novecento, per il cattolicesimo popolare, è stata centro di aggregazione per un progetto di società che perseguisse la giustizia nella solidarietà. Qui le vicende di Aquileia entrano nella vita di don Giovanni Meizlik.
Nasce a Gorizia, a San Rocco,
nel 1870, il 24 giugno, lo stesso giorno di San Giovanni Battista da cui prende il nome, da padre boemo e madre veneta. Frequenta le elementari a Lucinico, poi gli studi proseguono a Gorizia per toccare il culmine con la
laurea in teologia a Vienna, dopo l'ordinazione sacerdotale del 1895, da parte del principe arcivescovo monsignor
Luigi Zorn.
In occasione della prima messa, a Lucinico, gli viene dedicata un’
ode di Giovanni Hajek. Non un granché, come poesia (di sapore manzoniano), ma rivelatrice della sua scelta di vita: «
Tolto al desiar del secolo/che gli amatori adesca,/E a inesperte labia/Veneno all’interporge, ed esca/Micidial; al tempio/Ti desti del Signor…».
Come quasi tutte le poesie di occasione, parla ai contemporanei, ma poco dice nel passare del tempo. Difatti, a distanza di 127 anni, rimarrebbe un mistero, se non illuminata da una
sospirosa lettera del 25 giugno 1903 . Il dottor
don Giovanni Battista Meizlik, parroco di Perteole (allora ogni titolo aveva un peso), ha 33 anni e un giorno.
Deve aver patito le pene dell’inferno per tutta una serie di
lotte di campanile nei paesi di quella parrocchia. Si era insinuata anche la politica, arte pur nobile, se si mantiene nei confini che le sono propri. Il giovane sacerdote certamente era stato sfiancato dalla continua mediazione tra interessi da pollaio.
Lui, che era nato per lo studio, anzi, racconta tutto quello che batte con quei versi.
Non resta che citare il passo della lettera, scritta in un italiano eccellente, con una grafia perfetta, versata ottocentesca, calligrafica, con qualche vezzo, automatico o voluto, come la d che, spesso ha più la forma della delta greca, a dire che scrive uno che è
a tu per tu con le lingue classiche: «… Sono stato decretato per Perteole pochi giorni dopo che mi fu assicurato che sarei stato mandato agli studi superiori, e precisamente all’Anima [Collegio Teutonico di Santa Maria dell’Anima a Roma, istituzione d’élite, fondato nel 1859 per 25 sacerdoti studenti dei paesi di lingua tedesca], unico mio sospiro vagheggiato del 1897, di cui era autore
monsignor Mahnič, il quale sapendo, come per la mia inclinazione alla professura non soltanto fu lavorato al ginnasio per allontanarmi dal seminario, ma anche il direttore Gross ebbe a promettermi e garantirmi ajuto e appoggio materiale e morale ed
un posto al Ginnasio di Gorizia appena finiti gli studi universitari,
purché non abbracciassi la carriera religiosa, sapendo tutto ciò monsignor Mahnič raccomandò al defunto Cardinale [Missia, allora arcivescovo di Gorizia,
nda] di non disprezzare le mie intenzioni…».
Gronda lacrime la lettera, che prospetta pure la possibilità, per l’Autore, di cadere nello stato ora ben conosciuto e definito con "depressione".
Ambiente difficile quello del paese, con l’avversario di allora, il liberalismo, fortissimo. Unico ristoro, lo studio, che gli impedisce di versauern e verbauern come paventava per lui il Mahnič, già rettore del seminario e poi vescovo di Veglia. Dai nomi, dai centri di studio, si capisce già qui che siamo in ambiente europeo, con incroci di culture, lingue, etnie.
Con tutto rispetto,
la piccola Perteole comprimeva uno che avrebbe potuto dare molto di più, e che, lì, non aveva grandi stimoli culturali. Eppure, ci rimase altri dieci anni, evidentemente per obbedienza, a onta della temuta ipocondria.
Meizlik è uno che vale:
è il costante collegamento con monsignor Luigi Faidutti che aveva officiato al suo ingresso in quella parrocchia e anche lì, a Perteole, riesce a crearsi una piccola Atene, avvertendo però, che non sempre viene percepito all’esterno quello che si vive all’interno.
Era stato
uno dei promotori dell’Unione Cattolico Popolare del Friuli, il ramo politico del movimento cattolico che aveva iniziato la propria attività nella cooperazione e, perciò,
a Perteole fonda la Cassa rurale, la Società di mutua assicurazione del bestiame bovino, la Società agricolo operaia, la Cooperativa di acquisto, il Gabinetto di lettura, un gruppo del Giovane Friuli. A Perteole si tenne pure un Congresso della federazione.
Da cooperatore a Grado aveva favorito la nascita della Società Cattolica Operaia, e della Biblioteca circolante (non una cosa da poco, nel 1898, poteva disporre di 19 quotidiani e periodici) .
Capisce che la Chiesa nel mondo, oltre che la sua missione spirituale, deve viaggiare su tre strade: solidarietà, cultura e politica
Capisce che
la Chiesa nel mondo, oltre che la sua missione spirituale,
deve viaggiare su tre strade:
solidarietà per migliorare la vita della povera gente;
cultura (senza di essa, siamo allo sfacelo che, non di rado, affiora anche oggi nella vita pubblica); e
politica, per arrivare dove si decide e si legifera.
Eccolo lavorare intensamente su tutte e tre le strade: pacificata Perteole e le chiese annesse,
nel 1907 è a un passo dall’essere candidato del partito cattolico nelle Basse per le elezioni al Parlamento di Vienna, appoggiato da larga parte del clero: gli fu preferito il professor
Giuseppe Bugatto, per candidare anche un laico con monsignor Luigi Faidutti.
In questa occasione, un confratello,
don Giuseppe Calligaris, traccia un profilo splendido di don Meizlik, pur essendo stato fautore della candidatura di Giuseppe Bugatto, al quale scrive da Crauglio il 6 aprile 1907: «…
la maggioranza dei sacerdoti sta per il Dr. Meizlik. Perché? 1. Perché da quando è prete si trova in cura d’anime nelle Basse [e la candidatura era proprio per il collegio delle Basse, n. d. A.]; 2. Perché Perteole è quasi un centro, dove possono accorrere da tutte le parti quelli che vorrebbero esporre al deputato i loro desideri; 3. perché più indipendente degli altri; 4. Perché di carattere fermo e costante; 5. Perché democratico fino alle midolla; 6. Perché possiede le qualifiche necessarie …» .
Erano elezioni importanti quelle, le prime in Austria a suffragio universale, e i cattolici, qui non legati dal
non expedit, come in Italia, avrebbero mandato due deputati al parlamento di Vienna: monsignor Luigi Faidutti e il professor Giuseppe Bugatto.
Nel 1909 don Maizlik viene eletto alla Dieta provinciale della Contea di Gorizia e Gradisca, deputato provinciale si diceva allora: figure non secondarie, perché la Provincia aveva larga autonomia, anche nel legiferare. Qui
collabora con Faidutti e Bugatto alla stesura dei patti colonici, un argine legislativo allo strapotere dei padroni. Un anno prima, appena era stato fondato
Il Giovane Friuli, associazione culturale ricreativa, sportiva che avrebbe superato i 1500 soci (lo scopo non dichiarato era quello di
formare una futura classe dirigente), egli è tra i 14 sacerdoti che vi si iscrivono, comprendendo essere fondamentale investire sulla educazione.
Sorge a Perteole nel 1910 – per iniziativa sua, di don Giuseppe Parmeggiani, don Giuseppe Calligaris, Don Gualtiero Venier, i maestri Attilio Traversa, Giordano Pazzut e lo studente universitario Pio Fornasin – la
Società per la coltura di studi sociali, poi
Gruppo accademico di studi sociali. Vi aderiranno decani, sacerdoti e studenti.
Ecco allora che qui si vede
lo spirito di obbedienza suo: la capacità di sviluppo culturale in ogni situazione e la capacità di progettare la vita come l’intervento nella società.
Per questa istituzione, gli accademici individuano 25 punti, che vanno dalla stampa alla scuola, dal risparmio all’alcoolismo, dalla igiene alle società operaie (campo piuttosto negletto dalla cultura cattolica).
Aderiscono anche alla
Società San Raffaele, che era sorta a Vienna riguardo i problemi della emigrazione che falcidiava la popolazione delle Basse. Intendono istituire una
libreria cattolica ad Aiello. Per dire come si mirasse in alto, per una delle conversazioni culturali in questi paesi venne chiamato un amico del Meizlik, don Celso Costantini, parroco di Concordia nel Pordenonese e fondatore della rivista
Arte Cristiana, il futuro parroco di Aquileia dopo la occupazione italiana, Prefetto di Propaganda Fide, Delegato Apostolico in Cina, Cardinale: chiamato, il Costantini, per parlare dell’arte cristiana aquileiese. Se non sarà il suo Giuda, don Celso molto vicino sarà a questa figura (a Giuda, si intende). Ma anche là, è principale l’interesse della Chiesa, difatti don Meizlik promuove le
unioni del clero, coordinamenti a carattere pastorale e culturale, per una azione più incisiva tra la popolazione.
È il 1913 quando il principe arcivescovo di Gorizia, monsignor Francesco Borgia Sedej,
lo nomina parroco arciprete di Aquileia in diretta dipendenza da lui. Era la più alta carica nel campo dell’apostolato in tutta la archidiocesi, di enorme prestigio. Di più,
Aquileia era stata scelta dal movimento cattolico, nel suo ramo politico, a
emblema di cultura e di unione. Qui si svolgeranno congressi, convegni, in cui emerge un progetto che aveva come fine il bene delle anime, e come mezzo la politica.
Ad Aquileia c’erano
visite illustri dall’Austria, in un momento in cui Grado, anche grazie alla diuturna azione di Faidutti e Bugatto, si stava aprendo al turismo, allora sostanzialmente di
élite. Membri della famiglia reale, politici studiosi ci venivano, perché era
un richiamo dalla voce enorme per tutto l’Impero Austroungarico. Qui lo sorprende la guerra, la cosiddetta
Grande Guerra, grande solo per le stragi e, nel nostro caso, per aver distrutto un esperimento di Europa, che era già, comunque, in crisi, per l’
esasperato nazionalismo che agitava il continente e l’Impero Austroungarico.
Monsignor Maizlik aveva
due cappellani, uno italiano,
don Giovanni Bressan, e uno austriaco,
don Francesco Spessot.
Quando, nel 1915, c’erano voci di una
guerra imminente con l’Italia, prese contatti con le autorità politiche per intercedere in favore del primo, che, difatti fu internato allo scoppio del conflitto.
Don Spessot, colto, una promessa del clero giovane in campo culturale (era iscritto all’università), fu la sua consolazione e il suo valido collaboratore in ogni campo.
L’arciprete venne arrestato una prima volta e poi rilasciato, ma la seconda no, e fu spedito a Firenze, dove tuttavia continuò la sua attività pastorale come padre spirituale in un seminario.
L’italica vendetta lo raggiunse una terza volta, per cui dovette dimettersi: la sua colpa era di essere un «faiduttiano», insultante epiteto...
L’
italica vendetta lo raggiunse una terza volta, per cui dovette dimettersi: la sua colpa era di essere un «
faiduttiano», insultante epiteto, che, oggi, si è ripreso a valutare per il significato giusto, cioè persona che vale, legata alle idee di Luigi Faidutti. Verrà internato anche lo Spessot, nonostante, insieme con l’arciprete, avesse accompagnato schiere di ragguardevoli personaggi italici alla visita di Aquileia (re compreso) e con enorme competenza.
Tradimento su tutta la linea. Che sia così non vi sono dubbi: lo dice, con pena di cattolico,
Camillo Medeot. Lo scriverà Spessot stesso e lo griderà in maniera fiorita. Lo scrive in una pagina fotocopiata dalle
lettere di Ugo Ojetti alla moglie. Le parole del giornalista sono: «Domani nel pomeriggio andrò ad Aquileja ché ho fatto internare il cappellano di don Celso, d’accordo con don Celso, e dobbiamo sostituirlo…». Accanto alla parola cappellano, un n. 1 a mo’ di nota, e richiamo a margine con un laconico, ma parlante, «monsignor Spessot», la sua firma autografa.
Al Meizlik subentrarono don Celso Costantini e il suo cappellano, patrocinati dallo scrittore Ugo Ojetti.
Ritornato dall’esilio in Italia,
Maizlik fu trasferito a Monfalcone, centro che stava crescendo con gli importanti ed enormi
cantieri Cosulich. Anche qui pastoralità e cultura per lui – fece riconoscere il duomo di Monfalcone come basilica minore – con la ricostruzione e un trentennio di impegnato lavoro.
Quando dal Governo italiano si voleva che l’arcivescovo di Gorizia Francesco Borgia Sedej si dimettesse e si parlava di ricercare un sostituto adatto (1926), il prefetto di Trieste fece anche il nome di monsignor Meizlik.
Un tanto fece anche la Santa Sede, dopo le dimissioni dell’Arcivescovo di Gorizia (1931), ma allora ci fu la
fiera opposizione del prefetto di Trieste Tiengo, che era stato prefetto anche a Gorizia . Grandi onori gli vennero resi per i suoi 50 anni di sacerdozio nel
1945.
In quell’anno, fu anche
defensor civitatis, quando il potere si era dileguato, al finire della disgraziata dittatura fascista. Andò a trattare con il comandante tedesco della piazza, perché non facesse brillare i depositi di munizioni.
Morì nel 1946, e anche in quella occasione gli vennero resi grandi onori . È stata la figura del
centurione evangelico, per obbedienza, e uno di quei personaggi che avevano davanti di sé l’Europa, ben inserita, però, nella Chiesa universale.
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Perteole (1909): don Giovanni Meizlik con i dirigenti della Società di Mutua Assicurazione del bestiame bovino.

Monsignor Giovanni Meizlik nell’esilio fiorentino: è in prima fila a sinistra; a destra il decano Giuseppe Maria Camuffo, parroco di Fiumicello; in seconda fila, a sinistra, don Giovanni Bertuso, vicario di Tapogliano; a destra, don Francesco Ballaben, parroco di Villa Vicentina

Cartolina scritta da don Celso Costantini al decano di Fiumicello Giuseppe Maria Camuffo
Sul recto, c’è l’immagine di un pluteo della basilica di Aquileia. La cartolina porta stampigliato il logo degli Amici dell’Arte Cristiana, società fondata dal Costantini. Alla fine del testo, spiccano i saluti a monsignor Meizlik.
(Archivio dell’Autore)