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HOME > Articoli e notizie:Isonzo senza confini

Isonzo senza confini

Parlano i poeti

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Un cavallo Camargue alla foce dell'Isonzo. Foto Daniele Tibaldi
Un cavallo Camargue alla foce dell'Isonzo. Foto Daniele Tibaldi
Claudio Magris (Trieste, 1939), nella prefazione de L’infinito viaggiare (Mondadori, Milano 2005), raccon­ta che da bambino, quando andava a passeggiare sul Carso a Trieste, vedeva una frontiera che era vicinissima ma invalicabi­le perché era, allora, la Cortina di ferro.
 
«Dietro quella frontiera c’erano insieme l’ignoto e il noto. L’ignoto, perché là comin­ciava l’inaccessibile, sconosciuto, minac­cioso impero di Stalin, il mondo dell’Est, così spesso ignorato, temuto e disprezzato. Il noto, perché quelle terre, annesse dalla Ju­goslavia alla fine della guerra, avevano fatto parte dell’Italia; ci ero stato più volte, erano un elemento della mia esistenza. Una stessa realtà era insieme misteriosa e familiare».
 
E prosegue: «Alle genti di una riva quelle della riva opposta sembrano spesso barbare, pericolose e piene di pregiudizi nei confronti di chi vive sull’altra sponda. Ma se ci si mette a girare su e giù per un ponte, mescolandosi alle persone che vi transitano e andando da una riva all’altra fino a non sapere più bene da quale parte o in quale paese si sia, si ri­trova la benevolenza per se stessi e il piacere del mondo».
 
Questa visione del mondo, e soprattut­to dell’altro, trova eco nei poeti della ter­ra dell’Isonzo i quali, pur provenendo da culture e storie diverse, in lingue o dialetti talvolta diversi, esprimono nei loro versi il  profondo convincimento che gli uomini che hanno vissuto in queste terre abbiano radici, legami e sentimenti comuni, tanto che una parola che ricorre frequentemente in essi è fratello/fradi/brat. La consapevolezza che la storia è stata dura e atroce con le genti dell’Isonzo non viene, tuttavia, taciuta. Il poeta Celso Macor (Versa, 1925 - Gorizia, 1998) scrive infatti nella poesia Oh, se podaressi:

Oh, se podaressi sapulî la storia,
torna insomp, dulà che ‘l on
‘l à scomenzât a tradì….
Se ‘l Sabotin culì dongia
al podarés torna crot,
cui sterps di spizzacûl, cui crez rûs,
taponant scritis e colôrs no soi,
taponant chê bruta curtissada
ch’end’à sacagnadi ‘l cûr,
torna a ciavéz,
là che li’ tiaris a’ erin regâl pal on,
plagnis di forment
fin dulà ch’al rivava al soreli,
senza dibisugna di simbui, di cunfins,
di stradis cuintranatura […]. ( 1994)
 
Oh, se potessi seppellire la storia, tornare in fondo, là dove l’uomo ha incominciato a tradire. Se il Sabotino qui appresso potesse tornare nudo, con i rovi di rosa canina, con la roccia pulita, cancellando scritte e colori non suoi, cancellando quel brutto sfregio che gli ha massacrato il cuore, tornare daccapo, là dove le terre erano in dono all’uomo, campi di frumento fin dove arrivava il sole, senza bisogno di simboli, di confini, di strade contronatura […].
(I Fucs di Belen, 1996)
 
Macor esprime con la potenza di una immagine (sapulî la storia/seppellire la storia) l’idea che la lezione del passato, quella della Grande Guerra, sia sterile soprattutto se, come afferma nei versi successivi, la si alimenta erigendo monumenti «imbombâz di peraulis di sanc» (intrisi di parole di sangue).
 
Di tutt’altro tono sono invece i versi che Macor destina al popolo sloveno, ricordando la fratellanza e la pace che per secoli li ha visti vivere insieme sulle rive del fiume; con la speranza che quest’unione, spezzata dalla brutalità della storia e dalla stoltezza degli uomini, venga ritrovata e rafforzata nel futuro.
 
Al popul sloven

Al to flanc
uèi svangiâ ’l ort
tal amont ch’al si fâs;
ch’al sèi dut un strop,
no fossâi par cunfin,
no mè no tò.
Spietâ ’l soreli, la ploja,
ciantâ li’ storis dal unviar
e la puisia di colôrs
dal autun,
brusâ la ramassa binidida
dal ulîf ta tampiesta.
Al to flanc
uèi cialâ indevant,
sclarint al passât
chel ch’a vin falât
e no vin dit
ta storia che dal forest
al cudic’ ’l à partat ta nestra ciasa […]
 
Al popolo sloveno – Al tuo fianco / voglio vangare l’orto / nel tramonto che si avvicina; / che sia tutto una aiuola, / non fossati per confine, / non mio non tuo. / Aspettare il sole, la pioggia, / cantare le storie dell’inverno / e la poesia di colori / dell’autunno, / bruciare il ramo benedetto / dell’ulivo nella tempesta. / Al tuo fianco / voglio guardare avanti, / facendo chiarezza nel passato / quello che abbiamo sbagliato / e non abbiamo detto / nella storia che da fuori / il demonio ha portato nella nostra casa.
(Ài samenât un ciamp di barburissis, a cura di R.Pellegrini, 2008)
 
Il poeta ronchese Silvio Domini (Ronchi dei Legionari, 1922 - Monfalcone, 2005), nato come Celso Macor pochi anni dopo la conclusione della Grande Guerra, e come lui testimone dell’ancor più drammatico secondo conflitto mondiale, affronta nei suoi versi il tema di un confine creato per volere degli uomini, ma totalmente estraneo alla natura di queste terre:

De qua e de là della «carina»
ti Monte te xe senpre quela:
róuli stentati e foiaróla
che zerca luse e i fa camisa
bela pa la to dura grisa.
Xe l’omo in mezo, vistì cun do
munture, che ’l crede de salvar
la pase, che ti te zà done,
e no ‘l sa che ‘l cunfin no sèra
la granda, la vera armunia.
E un ‘aria fina al sol, de mila
e mila fòie in alt va drita
de qua e de là della «carina».
Speranza unica de vita. (1991)
 
Di qua e di là della dogana/ tu Carso sei sempre quello:/ roverelle stentate e sommacco/ che cercano luce e fanno camicia/ bella per la tua dura pietraia./ C’è l’uomo in mezzo, vestito con due / divise, che crede di salvare/ la pace che tu già doni,/ e non sa che il confine non chiude/ la grande, la vera armonia./ E un canto delicato al sole, da mille / e mille foglie in alto va diritto/ di qua e di là della dogana./ Speran­za unica di vita.
 
(Un cant amaro, Poesie edite 1973-1994 a cura di Ivan Portelli)
Il Carso, come il Collio e le Alpi Giu­lie, come l’Isonzo e il mare, non conosce divisioni. Il paesaggio non muta laddove gli uomini hanno segnato con il grugno della forza confini inesistenti fino ad allora e pur tuttavia gravidi di conseguenze: è questa l’unica, vera, lezione della Natura.
Il poeta sloveno Alojz Gradnik (Medana, 1892 - Ljubljana, 1967), nativo di Medana, di madre friulana e padre sloveno, ricorda con nostalgia accorata, ma anche con dolore, l’amato Collio:
 
 
Brda

Še naša tu glasi se govorica,
še svojemu so rodu srca verna,
še čitajo tu pesmi se Prešerna,
še nada je v bolesti pomočnica.
 
Še so ponosna mračnoresna lica
in še je žalost v srcu neizmerna,
ko kraj Podgore, Pevme in kraj Mirna
se v nočni luči zablešči Gorica.
 
Bo še živela naša tu beseda?
Bo še med brati sladkomila vez?
Ne bo nikoli bratu brat krvnik ?
 
Srce vprašuje, trepeta in gleda
na tri strani, tam že odprt je jez:
Koprivno, Rutarji in tam Ločnik. (1922)
 
Collio / Qui si parla ancora la nostra lingua, / è ancora fedele alla sua origine il cuore, / qui si leggono ancora i versi di Prešeren,/ é ancora di conforto nel dolore la speranza. / Ancora é fiero il viso schivo / e ancora smisurata è nel cuore la tristezza / quando ai margini di Piedimonte, Piuma e Merna / nella notte Gorizia risplende. / Per quanto ancora sarà viva, qui, la nostra lingua? / Sarà ancora dolce tra fratelli il legame? / Un fratello non sarà mai carnefice di suo fratello? / si chiede trepidante il cuore guardando / in tre direzioni, là dove già un varco si schiude: / Capriva, Ruttars e laggiù Lucinico.
(Alojz Gradnik. Poesie a cura di H. Ki­tzmüller, 2001)
 
 
All’indomani della fine del primo conflitto mondiale affiorano nei versi di Gradnik – unitamente alla nostalgia per un mondo che si è dissolto – interrogativi che celano paure, dolore e che paiono presagire quanto sarebbe accaduto di lì a poco (sarà ancora dolce tra fratelli il legame? / Un fratello non sarà mai carnefice di suo fratello?)
Nel maggio del 1966 questa rivista – allora Iniziativa Isontina – promosse, raccogliendo la lezione del passato e andando nella direzione indicata da tanti intellettuali isontini, il Convegno La poesia d’oggi, il primo degli Incontri culturali mitteleuropei.
 
In quell’occasione il poeta gradese Biagio Marin, cui fu affidata la prolusione, rifacendosi alle vicende storiche della città di Gorizia e del suo travagliato confine, notava: «I confini che tagliano l’unità della terra, non si scorgono né da l’alto del Calvario, né da l’alto del castello e neanche da l’alto del colle di Santa Caterina al di là del confine. Sono quei confini una tristezza che ieri non esisteva, che forse, in un sia pur lontano domani, non esisteranno. E ciò perché non solo la terra ha qui un aspetto unitario, ma anche perché non si vive per secoli gli uni frammischiati agli altri, senza che un filo d’oro ci colleghi: e anche perché in tutta l’Europa si è risvegliato un bisogno di superiore unità tra i popoli».
 
Anche Giuseppe Ungaretti, il "poeta soldato", partecipò a quel Convegno – assieme ad altri grandi poeti italiani – e, nell’accomiatarsi dalla città in cui aveva fatto ritorno dopo gli anni della Prima guerra mondiale e che aveva voluto riabbracciare, lasciò alcuni appunti al sindaco Michele Martina come ringraziamento.
 
Ricordando la sua dolorosa esperienza «in un Carso di terrore» scrisse che il nome di Gorizia «non era il nome d’ una vittoria – non esistono vittorie sulla terra se non per una illusione sacrilega – ma il nome di una comune sofferenza, la nostra e quella di chi ci stava di fronte e che dicevano il nemico, ma che noi, pure facendo senza viltà il nostro cieco dovere, chiamavamo nel nostro cuore fratello. Fu allora […] che riudimmo nascere […] il sentimento, ancora tremulo, ancora cauto […] che ogni uomo è, senza limitazioni né distinzioni, quando non tradisce se stesso, il fratello di qualsiasi uomo, fratello come se l’altro non potesse essergli meno simile d’un altro se stesso […]».
 
Queste parole, i versi dei poeti riportati su queste pagine, sono l’espressione più alta di un popolo che ha condiviso un comune cammino di fratellanza tragicamente interrotto da guerre e divisioni che hanno portato solo dolore. Una storia con cui abbiamo fatto i conti ritrovando la ferma determinazione a continuare insieme quella strada. È «il filo d’oro che ci collega» – come scriveva Marin – che va rafforzato ogni giorno, anche rileggendo i poeti che ci hanno indicato da tempo quale sia il cammino da percorrere. Senza divisioni.◼
 
__________

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
  • BENUSSI C., Letterature e lingue sul confine orien­tale, Lingue Culture Mediazioni / http://www.ledonline.it/LCM-Journal/ 2016
  • DOMINI S., Un cant amaro: poesie edite 1973-1994 a cura di Ivan Portelli,Udine:Forum; Ronchi dei legionari: CCM 2020
  • GRADNIK A., Poesie a cura di H. Kitzmüller, Brai­tan 2001
  • ICM, I cinquant’anni degli Incontri Culturali Mitte­leuropei. Ristampa anastatica delle riviste n.27 e 28 di Iniziativa Isontina, Gorizia 2016
  • MACOR C., I Fucs di Belen, Braitan 1996
  • MACOR C., Ài samenât un ciamp di barburissis, a cura di R.Pellegrini, Biblioteca Statale Isontina 2008
  • MAGRIS C., L’infinito viaggiare. Mondadori, Mi­lano 2005
  • ZANELLO G., Dalla lingua dell’altro, nella lingua dell’altro. Intorno ad alcune esperienze di scrittu­ra sul confine tra sloveno e friulano. In: OLTRE I CONFINI, Scritti in onore di don Luigi Tavano per i suoi 90 anni. Istituto di storia sociale e religiosa, Gorizia 2013
data di pubblicazione: 31-12-2022
autore: Barbara Macor | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.87 | tema: ARTE E CULTURA
tag redazionali
Alpi Giulie Biagio Marin Carso Claudio Magris Collio cortina di ferro cultura Isonzo poesia
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