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Prendere consapevolezza di ciò che già sappiamo

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Vista su Gorizia dal monastero di Castagnavizza. Foto Daniele Tibaldi
Vista su Gorizia dal monastero di Castagnavizza. Foto Daniele Tibaldi
Scrivere di Capitale europea della cultura sta diventando quasi un compito per casa, tocca un po' a tutti, perché, un modo o nell'altro, toccherà tutti.  Infrastrutture, festival, percorsi, a trarne beneficio sarà il nostro territorio, porterà danari e opere, turisti ed eventi, alcuni ne beneficeranno più di altri, ma tant’è, così gira il mondo da millenni. Comunque vada, lascerà il segno, anche nelle persone. Per chi cerca pace e tranquillità, che a Gorizia non mancano, dovrà andare altrove, perché ci saranno movimento, vita e rumore.
 
Nella quiete delle passeggiate incontreremo visitatori che cercheranno tracce del nostro microcosmo, del nostro laboratorio di genti che parlano lingue diverse, che nei secoli hanno saputo continuare a parlare lingue diverse pur condividendo la stessa terra e hanno saputo modellare una stessa matrice culturale.
 
Un po' come nel 2004, quando i riflettori cercavano pezzi di muro di quella piccola Berlino che da noi non è mai esistita, riprenderemo con le spiegazioni di un racconto storico che è un po’ diverso dalle semplificazioni che il mondo esterno da noi vuole, deludendo giornalisti e turisti. Che comunque continueranno a scrivere di città sull’Isonzo che la storia ha diviso in due. Perché gli affabulatori sono tanti, il tempo che blogger, videomaker, guide improvvisate dedicano all’approfondimento è poco, il messaggio che si vuole vendere viene pensato prima, l'interesse del pubblico è limitato a poche cose.
 
Chissà se alla fine riusciremo a scrivere una sceneggiatura diversa almeno in qualche suo paragrafo. Nelle pieghe delle centinaia di piccoli e grandi eventi che inonderanno il nostro orizzonte ci sarà spazio anche per persone, temi e declinazioni più goriziane, di nicchia, quasi alternative, che parleranno di noi e a noi?
 
Dipenderà da noi. Dovremo pensarli al di là di bandi e schemi, per poi cercare di inserirli in essi. Un’operazione che richiede ciò che oggi manca: riflessione, condivisione, discussione, fare sintesi, costruire. E una buona dose di realismo e pragmatismo per trovare gli spazi in un’impalcatura che sta prendendo forma, dove il grosso è già stato scritto.
 
Partiamo dalle basi. Capofila della Capitale europea della cultura 2025 è Nova Gorica, gli attori che da parte slovena sono stati scelti per delinearne il perimetro culturale rappresentano il mondo che si può leggere nel BidBook, un testo di un certo impatto che emana modernità e al quale Gorizia si è accodata. A ruoli invertiti, con Gorizia capofila, avremmo un testo molto diverso, che probabilmente non avrebbe convinto la commissione, perché partirebbe da radici antiche, che in Europa non vanno più di moda.
 
Tra Gorizia e Nova Gorica ci sono quasi mille anni di differenza, quella di Nova Gorica è una città costruita negli anni Cinquanta, urbanisticamente e demograficamente volutamente senza richiami storici, pensata senza una chiesa, perché l’ideologia poteva bastare e questa ideologia si può trovare nel BidBook nelle forme morbide con le quali si presenta nel XXI secolo.
 
Resta comunque il fatto che la proposta vincente del Goriziano borderless è il risultato di un percorso durato decenni, fatto di incontri, dialogo e ascolto, che ha poi trovato realizzazione in protocolli di collaborazione, è confluito in progetti comuni finanziati da fondi europei e non, per avvicinarsi al traguardo del sentire comune, che sarebbe poi il punto di ritorno di un percorso circolare da cui siamo partiti circa un secolo fa e che in una parte della popolazione autoctona goriziana, slovena e non, è rimasto vivo anche nei decenni del secolo breve. Se gli daremo spazio, potremo parlare anche di continuità dando così vita a frasi che sono troppo spesso fatte solo di parole, gesti simbolici e cemento in varie forme.
 
Il “libro dei sogni” della Capitale europea della cultura 2025 che crea aspettative e anche qualche ansia legata alla paura di non riuscire a sfruttare appieno l’occasione, è già stato impostato, sia da parte italiana che da parte slovena, anche in termini di realizzazione. Da una parte gli eventi, che porteranno visitatori e una finestra sul nostro territorio, dall’altra le infrastrutture, con la riqualificazione urbanistica di alcune aree, nuove strutture ricettive, luoghi di aggregazione, strade di collegamento e molto ancora. E la centralità della piazza della Transalpina che è un po’ il simbolo di tante cose, anche nella sua doppia denominazione, piazza comune divisa da due stati e due città, che nelle sue due parti porta una denominazione diversa.
 
Strumenti e contenitori che in una prospettiva goriziana offriranno nuove occasioni all’incontro, perché volenti o nolenti la capitale europea della cultura ci porterà a pensare le cose insieme. Associazioni, istituzioni, società civile saranno costretti a cercare momenti di sintesi, una conoscenza passiva delle lingue più marcata, che un secolo fa era di casa, per saltare il secolo breve e riappropriarci del nostro passato e del nostro modo di essere.
 
E i cattolici?
Fino a qui hanno svolto un ruolo fondamentale, per dirla tutta, l’hanno reso possibile. Non si può infatti concepire la cultura o la storia goriziana, il modo di essere goriziano senza il lavoro di tessitura dell’arcidiocesi, silenzioso e paziente, durato secoli, fatto anche di limatura degli angoli.
 
Nel BidBook le parole chiesa, religione, cattolici, arcidiocesi non ci sono. Ma i cattolici ci sono, nella parte slovena del Goriziano hanno parrocchie e una chiesa concattedrale costruita negli anni Ottanta dopo lunghe trattative, salite e curve. Hanno il Monte Santo, la Castagnevizza, scout, associazioni, a Vipava un ginnasio parificato, la Caritas, eventi. Realtà che nella parte italiana del Goriziano, minoranza slovena compresa, conosciamo solo in parte o per nulla. Come solo in parte o per nulla vi è coscienza che in separate sedi affrontiamo le stesse grandi domande: numero di sacerdoti all’osso, seminaristi pochi o nessuno, credenti in calo, chiese troppe o troppo grandi, canoniche vuote, ma anche giovani famiglie e giovani che cercano l’Assoluto.
 
Vale un po’ come per la politica: prese individualmente Gorizia e Nova Gorica sono due piccole città con poco peso, insieme riescono a farsi notare e sentire. Se il 2025 riuscirà a portare più di questa consapevolezza anche tra i cattolici sarà un ottimo risultato. Pensare e fare insieme dà più forza, energia e coraggio. La Capitale europea della cultura però ci offre anche l’occasione per pensare in grande, osare eventi di più ampio respiro, di quelli che lasciano una lunga eco, rivivere anche sensazioni di un tempo passato, quando il Goriziano era un centro di riferimento spirituale e culturale. E chissà, impostando nel modo giusto e per tempo, potremmo magari ospitare menti illuminate e dialoghi importanti per dare risposte ai tanti che le cercano.
 
Sarà un percorso stimolante quello che ci porterà al 2025, ci costringerà ad uscire dal nostro piccolo guscio, cercare il nostro simile in quel di Nova Gorica, capire che il nostro spazio copre un raggio molto più ampio, che Gorizia è meno marginale di quanto ci fanno credere e che il transfrontaliero è una dimensione che non appartiene solo alla politica, ma anche alla società civile. Una consapevolezza che in realtà c’è, ma che non viviamo nella sua pienezza. ◼
 

A sinistra: interno della chiesa di San Giovanni; a destra: la chiesa di San Giovanni, una delle parrocchie di riferimento della comunità slovena di Gorizia (Foto Daniele Tibaldi)
data di pubblicazione: 31-12-2022
autore: Erika Jazbar | fonte: Nuova Iniziativa Isontina n.87 | tema: ARTE E CULTURA
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